Nel corso dell’estate il mar Mediterraneo ha portato in Italia numerose ondate di migranti di diverse nazionalità facendo sorgere il problema relativo alla loro accoglienza. Più di 20mila le persone giunte sulle coste italiane, con maggiore concentrazione in Sicilia divenuta il luogo simbolo degli sbarchi e purtroppo anche di alcuni spiacevoli episodi. Fra questi, la morte di un giovane eritreo che, la notte fra il 3 e il 4 settembre, tentando la fuga da un centro di accoglienza nell’agrigentino, è stato travolto mortalmente da un’auto di passaggio. La morte del ventenne ha acceso inevitabilmente i riflettori su quello che è stato ed è attualmente  il fenomeno migratorio in Eritrea con tutti gli episodi che, per la loro importanza, hanno riempito le pagine della cronaca in questi anni.

Quelle fughe verso l’Italia

Ci sono diversi casi che dimostrano l’importanza dei flussi migratori  eritrei verso l’Italia negli ultimi anni. Uno fra tutti, che ha segnato profondamente una pagina di storia nel campo dell’immigrazione, è quello legato alla strage del 3 ottobre del 2013. In quella circostanza il mar Mediterraneo, a poche miglia dal porto di Lampedusa, si è trasformato in un grande cimitero. Sono 368 le persone morte accertate durante il naufragio di un’imbarcazione libica utilizzata per i viaggi dei migranti. La maggior parte di loro era di origine eritrea. In quella circostanza, dove i superstiti sono stati in 155, è accaduto che in prossimità delle coste di Lampedusa v’è stata un’avaria ai motori. Per attirare le attenzioni delle navi che passavano, è stato dato fuoco ad uno straccio che ha prodotto molto fumo. Quelle fiamme hanno creato panico tra i passeggeri i quali si sono spostati tutti verso un lato dell’imbarcazione facendola rovesciare.

Un altro caso da annotare risale all’agosto del 2018, dove, a bordo della nave Diciotti, divenuta nota per il caso politico scoppiato all’interno del governo per l’opposizione allo sbarco dei migranti da parte dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, l’80% delle persone sull’imbarcazione era rappresentato da cittadini fuggiti dall’Eritrea. Solo una minoranza era costituita da somali, siriani e bengalesi. Cifre che fanno ben intuire come dall’Eritrea si sia sempre fuggiti in massa.

Senza andare lontano nel tempo, sono arrivati in Italia il 30 agosto scorso i 5 cittadini eritrei che hanno ottenuto dal tribunale di Roma il riconoscimento al diritto di ingresso sul territorio nazionale per chiedere la protezione internazionale. Si tratta di quelle stesse persone che, il 27 giugno del 2009, erano a bordo di un’imbarcazione partita dalla Libia assieme a un gruppo di 89 migranti e che, una volta giunta in prossimità delle acque italiane, è andata in avaria. Dopo il lancio del segnale Sos, una nave della marina militare italiana ha soccorso quelle persone riaccompagnandole nuovamente in Libia. Di fatto è stato il primo respingimento attuato dall’Italia. Dopo più di dieci anni da quel fatto, è stata emessa una sentenza che ha dato diritto a quei migranti respinti di chiedere risarcimento e poter far ritorno in Italia con la domanda di protezione internazionale. Cinque di loro sono dunque già arrivati.

Perché si scappa dall’Eritrea

“Io non l’ho mai frequentata, però sapere che la scuola italiana ad Asmara ha chiuso mi ha dato molto dispiacere”: Natnael, ragazzo eritreo che vive e lavora da anni in nord Italia, ha subito fatto intuire lo stato d’animo per la notizia della recente chiusura dell’istituto aperto in Eritrea nel 1906, in piena epoca coloniale italiana. Contattato a telefono, la sua delusione è data dalla consapevolezza che il filo che unisce l’Italia e il Paese africano sembrava solido fino a pochi anni fa. E questo in parte spiegava come mai dall’Eritrea partivano a migliaia verso le sponde del Mediterraneo: “Da noi è quasi impossibile andare via, spesso il passaporto non lo ottieni prima dei 60 anni e allora tanti giovani hanno sempre vissuto nel mito dell’Italia, da raggiungere a ogni costo”. Lui stesso anni fa è riuscito a raggiungere Khartoum in Sudan, prima di arrivare in Libia e poi imbarcarsi verso l’Italia. Natnael fa parte delle migliaia di eritrei che hanno avuto accettata la domanda di asilo nel nostro Paese. Molti di loro, sia in Italia che in Europa, vedono la richiesta riconosciuta: nel 2018, stando ai dati del Viminale, il 54% delle domande presentate dagli eritrei sono state approvate dalle nostre autorità, negli anni precedenti nel resto del vecchio continente la percentuale ha sfiorato quasi il 90%.

Questo indica che buona parte di coloro che arrivano dal Paese africano non vengono riconosciuti come persone in fuga per meri motivi economici. A pesare su questa scelta è in primo luogo il fatto che l’Eritrea è retta dal 1993 (anno della sua indipendenza) dal presidente Isaias Afewerki, la cui fama è quella di uno non molto tenero con l’opposizione e con i dissidenti. Non a caso Asmara è spesso considerata come la “Corea del Nord d’Africa”: un Paese cioè chiuso, blindato e militarizzato, da cui si cerca di scappare. Natnael durante la conversazione racconta di una leva militare che dura di fatto a tempo indeterminato: “Si inizia a 18 anni – spiega – Poi dopo i primi 18 mesi ti richiamano altre volte al servizio. E finisce che sei costretto a restare anche fino ai 50 anni”. Per questo è quasi impossibile ottenere il passaporto, una circostanza quest’ultima che ha alimentato, assieme alle condizioni economiche molto precarie, fughe dal Paese. Si calcola che tra il 2013 e il 2015 almeno quattromila eritrei al mese prendevano la via dell’Europa, mentre seimila al mese nel 2019 hanno provato a raggiungere l’Etiopia. Secondo le Nazioni Unite, 1.5 milioni di eritrei vive attualmente all’estero.  Un flusso imponente, che nel corso degli anni ha alimentato il macabro business di esseri umani. Organizzazioni locali, sudanesi e libiche hanno stretto criminali sodalizi per portare gli eritrei in Italia, passando da Khartoum, dal Fezzan e infine dalle coste della Tripolitania.

Qualcosa è cambiato

Lo scenario però sta subendo un deciso mutamento. Per comprenderlo, basta confrontare i numeri degli ultimi due anni: nel 2018 sono arrivati in Italia 3.300 eritrei, nel 2019 soltanto 236. Un drastico calo, confermato poi nel 2020 visto che, secondo i dati del ministero dell’Interno, tra i 21.000 migranti giunti nel nostro Paese da gennaio a settembre solo l’1% è eritreo. Sul perché di questo cambiamento alcuni cittadini eritrei contattati non hanno saputo rispondere. Ma forse l’interrogativo trova spiegazione in quanto accaduto sul finire del 2018, quando Eritrea ed Etiopia hanno siglato il trattato di pace dopo anni di conflitto. Da quel momento, Asmara non è stata più considerata in guerra. E quindi gli eritrei hanno iniziato a non essere più visti come rifugiati politici. In un articolo su Money.it è stato evidenziato ad esempio che Gran Bretagna e Danimarca hanno concesso sempre meno permessi agli eritrei. Un discorso che vale anche per l’Etiopia e che sta spingendo in molti ad evitare viaggi della speranza. Ma l’incognita è dietro l’angolo: viste le attuali condizioni del Paese, non è difficile pensare a una ripresa dei flussi soprattutto verso l’Italia.

 

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