La multinazionale dei trafficanti: ecco la rete che spinge i migranti verso l’Italia. Il caso del Bangladesh

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Lo scorso anno in Italia dal Bangladesh sono arrivati 14.982 migranti. Si tratta della terza nazionalità più presente nell’elenco delle persone approdate irregolarmente. In questa speciale classifica il Paese asiatico è alle spalle soltanto di Egitto e Tunisia, due nazioni del Mediterraneo da cui ci si può aspettare una fuga di massa verso le coste italiane. Qual è quindi l’origine dell’immigrazione da un Paese così lontano? Come mai dal Bangladesh arrivano più persone che da molte zone dell’Africa o del medio oriente a noi più vicine?

Un Paese dalle tante contraddizioni

C’è un episodio emblematico della storia recente del Bangladesh. Il 24 aprile 2013 nella capitale Dacca un edificio è improvvisamente collassato nell’area di Savar. Il Rana Plaza, questo il nome della struttura, al suo interno conteneva di tutto: appartamenti, uffici, negozi ma soprattutto decine di laboratori tessili. In quel momento nei locali adibiti a officine tessili erano tutti a lavoro. E in pochi si sono salvati: dopo ore di ricerche, il Paese ha pianto 1.134 vittime. Una strage che ha messo in luce le tante contraddizioni del Bangladesh. Qui negli anni sono spuntate un po’ ovunque aziende tessili, molte delle quali collegate anche a tanti marchi famosi in occidente. Segno di una grande potenzialità del Paese, ma anche della sua atavica povertà. Chi è morto all’interno del Rana Plaza lavorava per stipendi molto bassi, in grado di garantire al massimo la sussistenza. In tanti però ancora oggi fuggono dalle campagne e si rifugiano nelle grandi aree urbane, in cerca di lavori di fortuna.

La sola capitale oggi conta più di venti milioni di abitanti. La pressione sulle metropoli bengalesi è un’altra grave piaga. In un territorio grande circa la metà dell’Italia, vivono più di 170 milioni di persone. La densità abitativa è di 1.265 abitanti per chilometro quadrato. Considerando l’arretratezza delle campagne, le condizioni di vita difficili nelle aree più periferiche del Paese, c’è quindi una grande massa di persone in movimento verso Dacca, Chittagong e altre metropoli.

Qualcosa però sta cambiando. In parte anche grazie alla spinta della strage del 2013. Così come segnalato in un approfondimento di Stefano Vecchia su Avvenire, le aree dormitorio di Savar e le altre caratterizzate dalla presenza di improvvisate aziende tessili stanno cambiando volto. Ci sono più servizi, le aziende operano in strutture più adeguate, scuole e trasporti stanno migliorando la qualità della vita degli abitanti. I governi nel corso dell’ultimo decennio hanno aumentato il salario minimo, nel tessile come in altri settori. Lentamente ma costantemente il Bangladesh sta cercando di affrontare i suoi spettri peggiori. Da diverso tempo sta scendendo la quota di analfabeti, gli investimenti nell’istruzione stanno garantendo la scolarizzazione di sempre più cittadini.

La strada è però ancora lunga. Da un lato il Paese è tra i più stabili della regione e tra quelli dalle più alte potenzialità di sviluppo. Dall’altro, la povertà e le disuguaglianze sono ancora ben presenti. E non ci sono opportunità per tutti. In tanti così sono costretti ad andare fuori. Il movimento di migranti non è solo interno: dalle campagne ci si sposta verso le città, dalle città poi si prova a emigrare all’estero.

Le reti di trafficanti che operano dal Bangladesh

L’emigrazione dal Bangladesh è un fenomeno lungo almeno due decenni. Già nel 2001 l’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale segnalava la vulnerabilità delle donne e dei bambini bengalesi, caduti nelle grinfie dei trafficanti di esseri umani. Reti di criminali che promettevano, e promettono ancora oggi, un futuro migliore. Ma al prezzo di molti soldi e di viaggi in cui spesso si mette a rischio la vita.

La rotta bengalese riguardava, all’inizio di questo secolo, soprattutto l’India ma anche il sud est asiatico. E quindi Birmania, Malesia, Thailandia. Le organizzazioni malavitose hanno intessuto una rete internazionale volta a mettere in tasca sempre più profitti nelle tasche dei migranti. Una rete difficile da combattere e da estirpare e che, da qualche anno a questa parte, ha iniziato a tessere rapporti anche con i criminali presenti nell’area nordafricana.

Quei voli low cost verso il Medio Oriente

Ma l’emigrazione dei bengalesi verso l’Europa ha origine da altri canali, spesso regolari. Migliaia di lavoratori a inizio anni 2000 si sono spostati dai sobborghi di Dacca verso il Medio Oriente. Si tratta di cittadini attratti dalle possibilità lavorative offerte nei vari emirati del Golfo. In tanti hanno iniziato a lavorare per la costruzione dei moderni grattacieli di Dubai, di Abu Dhabi, di Doha, di Riad e di Gedda, giusto per citare qualche esempio. Il governo di Dacca ha quanto meno lasciato fare: le rimesse dei migranti presenti in medio oriente possono infatti garantire il sostentamento di centinaia di famiglie in patria. Così sono stati aperti sempre più canali diretti con le aree mediorientali. Canali foraggiati non solo dalla presenza di voli low cost verso le grandi città dell’area, ma anche da politiche volte a facilitare il rilascio dei visti ai bengalesi.

Il fenomeno ha riguardato anche la Libia di Gheddafi. Il rais ha avuto bisogno di manodopera per i suoi progetti finanziati soprattutto dopo la fine dell’era delle sanzioni. E in migliaia sono partiti dal Bangladesh in direzione Tripoli e Bengasi. Lo ha raccontato anche un migrante intervistato lo scorso aprile su AsiaNews da Sumon Corraya. “Sono andato in Libia – si legge nella testimonianza pubblicata anche su Repubblica – nel 2000. Ho lavorato per una ditta coreana che costruiva condutture per l’acqua”. La paga era bassa e così nel 2007 ha deciso di tentare la fortuna in Italia. Lui, così come altre migliaia di bengalesi, dal Nord Africa a un certo punto hanno iniziato a premere per andare in Europa. Paghe minime, condizioni di vita poco soddisfacenti e condizioni di lavoro ai limiti dello sfruttamento hanno contribuito ad aprire il canale migratorio verso il Vecchio Continente.

Un canale oggi sempre più importante, alimentato sia dai trafficanti bengalesi che dalla facilità di raggiungere il medio oriente da Dacca. Secondo l’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), nel 2022 erano presenti in Libia oltre 21mila bengalesi. Alcuni sono qui dall’era del rais, altri invece sono arrivati negli ultimi anni. Tra chi è entrato da poco in territorio libico, sempre secondo l’Oim il 93% è partito da Dacca regolarmente in aereo. C’è chi è atterrato a Dubai (il 38%), chi a Istanbul (il 36%) e chi a Il Cairo (il 13%). Una volta atterrati in un grande aeroporto mediorientale, l’obiettivo è raggiungere il labile confine tra Egitto e Libia. Ed è qui che entra in scena la rete internazionale di criminali che mette in collegamento i trafficanti bengalesi con quelli operanti nel Magreb. Sono questi ultimi poi a far salire a bordo di precarie imbarcazioni i migranti diretti in Italia.

La lotta contro i trafficanti

Nei giorni scorsi un cittadino bengalese è stato arrestato a Tripoli con l’accusa di essere uno dei principali trafficanti di esseri umani. Le autorità locali hanno sottolineato la pericolosità dell’uomo, legato a doppio filo alle organizzazioni criminali della Tripolitania. Era lui a contattare connazionali, a farli arrivare senza grossi problemi in Libia. Ma una volta giunti nel Paese nordafricano, per loro iniziava l’inferno. Torture, pestaggi, violenze di ogni tipo fino a quando le famiglie dal Bangladesh non sborsavano soldi per “liberare” i familiari. Dopo altre ingenti somme intascate, i migranti venivano indirizzati verso i barconi. L’arresto ha dimostrato la pericolosità delle organizzazioni transnazionali criminali.

Anche in Algeria nelle scorse settimane sono stati eseguiti arresti contro gruppi che portavano migranti dall’Egitto verso la Libia e verso lo stesso territorio algerino. Più si scava nei contatti tra trafficanti bengalesi e nordafricani e più si intuisce la vastità e la gravità del fenomeno. Anche nello stesso Bangladesh non sono mancate negli ultimi anni operazioni di polizia. Nel 2019 le case dei sospetti trafficanti sono state a un certo punto marchiate con delle scritte sui muri, pur di rendere riconoscibili gli autori dei criminali viaggi della speranza.

Il problema, come sottolineato anche sull’agenzia Fides lo scorso anno, è che da sola la repressione non basta. In alcuni casi i trafficanti bengalesi hanno attratto e convinto i migranti a partire tramite post su TikTok. Molte delle vittime non sono consapevoli di quale tipo di viaggio li attende. C’è quindi anche un problema legato alla comunicazione, il quale si va ad aggiungere poi alle dinamiche economiche e sociali interne al Paese asiatico. Conoscere le dinamiche della rotta bengalese, la più pericolosa tra quelle che portano in Europa, è quindi di vitale importanza per comprendere cosa c’è dietro i flussi irregolari finanziati e organizzati da criminali senza scrupoli.