A novembre 2025, Israele ha deciso di finanziare l’immigrazione di migliaia di indiani provenienti dagli stati di Mizoram e Manipur, nel Nord-Est dell’India. Qui si trova la comunità dei Bnei Menashe, una tra le tribù più isolate del mondo, confinata in una zona remota dell’India, a ridosso del Myanmar. Giovedì 7 aprile, 250 membri della comunità Menashe sono arrivati a Tel Aviv. Per quanto possa apparire curioso, questa comunità indiana ha un forte legame con il popolo ebraico, e quindi con Israele.
Bnei Menashe e il legame con il popolo ebraico
Questa comunità ritiene di discendere da Manasse, una delle dieci tribù perdute del Regno d’Israele che furono deportate dagli Assiri nel 722 a.C. e che oggi funge da ponte identitario per il loro trasferimento in Israele. Alle circa 10mila persone che la compongono, è stato insegnato per generazioni che i loro antenati provenienti dal Medio Oriente vagarono per l’Asia fino a trovare rifugio nella giungla. La religione è diventato il loro principale collante sociale.
I Menashe nel Manipur sono considerati un popolo di etnia Kuki, parlano lingue appartenenti alla famiglia tibeto-birmana e le loro origini antropologiche sono riconducibili all’attuale territorio cinese. Convertiti al cristianesimo all’inizio del Novecento dai missionari britannici, i Bnei Menashe destarono l’interesse degli antropologi israeliani negli anni Settanta. Gli studiosi notarono sorprendenti analogie tra le loro antiche usanze e il giudaismo: canti rituali che narravano la fuga dall’Egitto e il costante riferimento a un mitico antenato chiamato “Manmasi“, identificato dai ricercatori come il patriarca biblico Manasse.
A partire dagli anni Novanta, i membri di questa comunità hanno iniziato a migrare gradualmente verso Israele. Oggi, però, la loro Aliyah, il diritto al ritorno che garantisce la cittadinanza a tutti gli ebrei della diaspora, è più prossima che mai. La comunità è ansiosa di poter tornare laddove sostengono siano radicate le loro origini. Un ritorno che significa vivere pienamente l’identità ebraica, superando le difficoltà quotidiane legate all’osservanza religiosa e ai precetti della dieta Kosher, difficili da seguire nelle regioni indiane di provenienza.
Sono anche le migliori aspettative di vita a motivarli: il Manipur è una delle regioni più povere dell’India, dove la maggior parte del lavoro si concentra nelle fattorie di famiglia. Chi ha già raggiunto Israele racconta invece di lavorare come autista di camion, nell’ediliza e nelle fabbriche, esortando chi è ancora in India a raggiungerli.
Il trasferimento negli insediamenti
Attraverso l’operazione denominata ‘Wings of Dawn’ (Ali dell’Alba), il governo israeliano ha pianificato il trasferimento dei restanti 6.000 membri della comunità entro il 2030, assumendosi l’intero onere dei costi di trasporto e di prima integrazione. Tel Aviv ha stanziato in totale circa 30 milioni di dollari per l’operazione, un investimento che favorisce anche il popolamento degli insediamenti nei territori occupati, dove storicamente gran parte della comunità viene indirizzata.
“Una decisione importante e sionista che rafforzerà anche il Nord e la Galilea”, ha dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Giovedì 7 aprile, 250 membri della comunità Menashe sono arrivati a Tel Aviv. Rivolgendosi ai nuovi israeliani, Ofir Sofer, il Ministro dell’Aliyah ha affermato: “Stiamo facendo la storia portando l’intera comunità di Bnei Menashe in Israele… Non c’è momento più appropriato e toccante per dare il benvenuto a un aereo pieno di immigrati subito dopo il 78° anniversario dell’indipendenza dello Stato. Benvenuti a casa”.
Un’operazione che ha, tra i suoi scopi, quello di rigenerare la forza lavoro venuta meno dopo il 7 ottobre 2023. Il vuoto è stato causato dalla mobilitazione militare degli israeliani, dallo sfollamento interno a causa degli attacchi missilistici, dal drastico calo di migranti provenienti da Nepal, Thailandia, Uzbekistan e Sri Lanka. Ma il fattore determinante resta l’esclusione dei lavoratori palestinesi della Cisgiordania, ai quali è stato revocato l’accesso al mercato israeliano.
La sostituzione etnica del lavoratori palestinesi
L’operazione Ali dell’Alba va contestualizzata alla lenta sostituzione del lavoratori palestinesi con migranti provenienti da diversi Paesi. Recentemente, +972 Magazine ha riportato un video del 13 aprile diffuso dalla polizia israeliana in cui lavoratori palestinesi senza permessi vengono trattati come pericolosi fuorilegge. Israele è stato per decenni dipendente economicamente dai lavoratori palestinesi, che costituivano la spina dorsale del sostentamento nei territori occupati con un flusso mensile di 380 milioni di dollari. Questa dipendenza è stata interrotta dopo il 7 ottobre 2023. Da allora, anche chi prima lavorava regolarmente è ora trattato come un criminale.
Più di 200mila lavoratori palestinesi provenienti da Cisgiordania e Gaza hanno visto revocati i permessi di ingresso in Israele, ufficialmente per motivi di sicurezza, sebbene ricerche come quella dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS) dimostrino che i lavoratori con permessi raramente fossero coinvolti in attività militanti. La conseguenza immediata è stata un crollo del 95% nell’edilizia residenziale israeliana e un calo dell’80% nella produzione agricola.
Israele ha accelerato la sostituzione con manodopera migrante, pianificando il reclutamento di circa 65mila lavoratori da India, Sri Lanka e Uzbekistan attraverso nuovi centri di reclutamento, con la possibilità di aumentare questo numero fino a 80mila. Attualmente sono impiegati circa 270mila lavoratori migranti in Israele, mentre solo 8mila permessi di lavoro sono stati rilasciati ai palestinesi nel 2025, cifra insufficiente a sostenere l’economia cisgiordana dove oltre 10.000 palestinesi continuano a lavorare negli insediamenti.
I lavoratori migranti subiscono gravi abusi: ricevono mediamente solo il 70% dei salari dovuti per legge, sono esposti a pesticidi senza adeguate protezioni, subiscono trattenute salariali e vivono in alloggi inadeguati. Durante gli attacchi del 7 ottobre, 22 lavoratori thailandesi sono stati presi in ostaggio e 32 uccisi, mentre dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran almeno tre lavoratori migranti sono stati uccisi da attacchi missilistici, nell’assordante silenzio dell’opinione pubblica.
Questo sistema di sostituzione della forza lavoro, basato sulla dipendenza dalla volontà dei datori di lavoro e dello Stato, ha trasformato i lavoratori in figure facilmente sostituibili, spostando rapidamente il mercato del lavoro da palestinese a migrante dopo decenni di “inclusione controllata” che bilanciava esigenze economiche con imperativi coloniali.
La sostituzione sistematica della manodopera palestinese con flussi migratori pianificati non risponde ad un’emergenza isolata, ma è l’ultimo tassello di un progetto coloniale decennale volto a recidere il legame economico tra la popolazione palestinese occupata e la loro terra. In questo contesto, l’operazione Ali dell’Alba si rivela essere molto più di una risposta alle difficoltà post-7 ottobre: è lo strumento con cui Israele tenta di rendere definitiva l’esclusione dei palestinesi e, piuttosto che garantire diritti di chi vive sotto occupazione, opta per la sostituzione di quei lavoratori con nuovi arrivati, risolvendo persino un problema economico con una mossa demografica.