Niger, repressione e sofferenze per i migranti del centro UNHCR

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A quindici chilometri da Agadez, nel mezzo del nulla che taglia il Niger settentrionale, c’è un campo che molti chiamano “umanitario”, ma che ha il tanfo del carcere. Le sbarre non si vedono, ma si sentono nel corpo che deperisce e nel tempo che si piega e si dilata fino a diventare supplizio istituzionalizzato. È un luogo sostenuto dal Programma Regionale di Sviluppo e Protezione per il Nord Africa, promosso dal ministero dell’Interno italiano con il denaro dell’Unione europea. Una filiera dell’illusione, vestita di buone intenzioni, ma che in realtà serve a nascondere gli avanzi della migrazione prodotti dalle frontiere.

All’interno di quelle invisibili delimitazioni, trovano la propria destinazione donne, uomini e bambini respinti da Libia, Tunisia e Algeria. Gettati nel deserto come scarti, sono consegnati a una dimensione temporale statica, dove il futuro diviene un’astrazione priva di significato. Alcuni sono lì da quasi un decennio, incastrati in una routine che non prevede uscite, né redenzione. Nessun diritto riconosciuto, nessuna patria promessa. Soltanto l’attesa, lunga come una pena detentiva, ma senza processo.

Una coalizione composta da organizzazioni civili, internazionali e locali ha intrapreso l’iniziativa di richiamare l’attenzione sulle violazioni che avvolgono questa situazione, rivolgendo un appello all’UNHCR e ad altri organismi delle Nazioni Unite. Non si tratta di una generica lamentela, bensì un’istanza fondata su testimonianze dirette, date specifiche, identificazioni di persone e resoconti di eventi concreti. Quel centro, posto in teoria sotto la responsabilità dell’Agenzia ONU per i Rifugiati, si è evoluto in un’area di indeterminatezza giuridica, dove i diritti umani subiscono un lento ma inesorabile deterioramento, come un foglio lasciato troppo vicino al fuoco.

L’attacco al dissenso

Il 25 marzo scorso, otto rifugiati, quattro uomini e quattro donne, sono stati tratti in arresto all’interno del campo. Non è stata fornita alcuna motivazione esplicita. Alcune ore dopo, alcuni rappresentanti della comunità hanno cercato di comprendere chi avesse effettuato la segnalazione. Presso la stazione di polizia di Agadez, hanno incontrato un atteggiamento di chiusura e mancanza di risposte, riscontrando unicamente ostilità. Successivamente, sarebbe stato il vice direttore della Commission Nationale d’Elegibilité (CNE),  l’ente che gestisce le richieste di asilo in Niger, a confermare che la segnalazione era stata originata dal suo stesso ufficio. Si tratta di un attacco diretto contro ogni forma di dissenso e libera espressione. Il messaggio trasmesso è inequivocabile, dimostrando che chiunque osi opporsi dovrà affrontare gravi conseguenze. L’UNHCR, per parte sua, ha comunicato la propria impossibilità di intervenire, adducendo che le detenzioni rientrano nella giurisdizione della CNE. In altre parole, contrariamente alla sua missione primaria di tutela dei diritti dei rifugiati, l’UNHCR sembra ignorare le loro istanze ed evitare qualsiasi presa di posizione che possa incrinare i rapporti con le autorità nigerine.

All’interno del campo si sopravvive a stento. Le risorse alimentari sono insufficienti, i buoni pasto di febbraio non sono mai pervenuti e quelli di marzo si sono rivelati inadeguati. La distribuzione si è trasformata in un’alea, dove le dinamiche sottostanti rimangono oscure. Alcuni rifugiati vengono esclusi senza alcuna giustificazione. Sempre più fornitori rifiutano i buoni, adducendo mancati rimborsi da parte dell’UNHCR. L’intera situazione si è intricata in un complesso di accuse reciproche, rimpalli di responsabilità e silenzi. Chi necessita di assistenza non sa più a chi rivolgersi. Nel frattempo, le persone che si esprimono apertamente subiscono minacce, intimidazioni e isolamento. La paura si diffonde come una rete che avvolge ogni spazio del campo.

Le storie raccolte dalle organizzazioni firmatarie parlano anche di donne incinte senza cure, bambini senza scuola, anziani dimenticati come vecchi oggetti inutili. La disperazione ha preso la forma della protesta. Negli ultimi anni, chi vive nel campo ha iniziato a ribellarsi, anche solo per non impazzire. Nel 2019, un gruppo di minorenni è fuggito a piedi verso la Libia, affrontando una drammatica traversata del deserto. Le loro condizioni di salute precarie hanno reso necessario il ricovero ospedaliero per alcuni di loro. Le proteste non si sono mai fermate e, nel dicembre dello stesso anno, ha avuto inizio un sit-in permanente di fronte all’ufficio dell’UNHCR. La reazione a tale manifestazione si è concretizzata in arresti di massa, repressione e un incendio che ha ridotto in cenere le strutture del campo. Centoundici rifugiati sono finiti in tribunale. Non vi è stata alcuna attenzione alle motivazioni delle proteste, ma unicamente alla manifestazione della forza.

Il deserto come discarica di esseri umani

A partire dal 2024, una nuova serie di manifestazioni ha destabilizzato il campo. La scarsità di cibo si è ripresentata e, con essa, la percezione che dietro ogni ritardo e ogni disservizio si nascondi un intento deliberato, finalizzato a logorare, punire e zittire le voci di dissenso. La cessazione dei servizi sanitari, la sospensione delle forniture alimentari e la colpevole inerzia delle istituzioni suggeriscono una strategia di boicottaggio subdola ma implacabile.

Fuori dal campo, il deserto è diventato una discarica di esseri umani. Solo nel 2024, più di 30.000 persone sono state deportate dall’Algeria al Niger. Abbandonate vicino al “Punto Zero”, una frontiera informale dove la sabbia cancella i passi e le coscienze. Anche la Tunisia, dal 2023, ha intensificato gli arresti e i respingimenti verso l’Algeria e la Libia. Chi non scompare viene ricacciato in Niger, come un pacco restituito al mittente. Tutto questo avviene con il sostegno, dichiarato o tacito, dell’Unione Europea, che finanzia e approva, spesso in silenzio, operazioni spacciate per umanitarie ma che sanno di deportazione.

Dietro le quinte di questi accordi c’è una logica che ha molto a che vedere con il controllo e poco con la compassione. Si vuole evitare che quelle storie scomode arrivino in Europa, più che per proteggerci, per non doverci guardare allo specchio. Per non ammettere che, in nome della sicurezza, stiamo sostenendo un sistema che produce sofferenza su scala industriale. Sino a quando le agenzie internazionali verranno usate come scudi diplomatici per proteggere le politiche dei governi europei, nulla cambierà. Finché l’Unione Europea continuerà a finanziare il blocco delle rotte migratorie con la stessa meticolosità con cui investe nei suoi confini interni, non ci saranno soluzioni. Solo più sabbia, più silenzi, più vite disperse dal vento caldo di Agadez.