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Il premier greco Kyriakos Mitsotakis non ha dubbi: fermare l’eventuale ondata di profughi proveniente dall’Afghanistan è un obiettivo prioritario. E per realizzare questo programma, è necessario parlare con l’avversario di sempre: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.

Dalla fiera internazionale di Salonicco, il premier greco invia alcuni segnali. Avvertimenti che parlano ai greci perché Bruxelles intenda e che indicano una strada che avvicina Atene a quel blocco dell’Europa orientale che da tempo mette in guardia l’Ue sul pericolo di un eventuale esodo dall’Asia centrale. Fuga di persone tutt’altro che scontata, ma che intanto preoccupa e fa risuonare l’allarme in tutti i Paesi a ovest di Kabul.

La questione non riguarda solo Grecia, ma anche la Turchia. È dall’Egeo e dal confine terrestre della Tracia che i flussi di migranti possono rafforzarsi fino a diventare un problema di sicurezza nazionale. Ed è per questo che Mitsotakis ha fatto una strana apertura nei confronti di Erdogan, nonostante settimane di tensioni (e nonostante gli ultimi anni siano stati caratterizzati proprio dallo scontro anche sul fronte migratorio). “Sul problema migranti noi e Ankara siamo sulla stessa linea, rimangono delle grandi divergenze sull’applicazione del diritto internazionale, ma ora è il momento del dialogo, non di inutili tensioni”, ha detto Mitsotakis. Parole di distensione cui si aggiunge la linea dura annunciata dal primo ministro nei confronti dei trafficanti di esseri umani: “Sono deciso a distruggere queste reti e già negli ultimi anni gli sbarchi sulle isole si sono ridotti del 90%. Chi cerca di passare in Grecia deve aver ben presente che anche pagando duemila dollari non raggiungerà le nostre coste”.

Il muro che è stato eretto tra Grecia e Turchia per evitare il flusso terrestre diventa quindi adesso un segnale di un rinnovato programma politico. Atene non vuole essere quello che è stata durante la crisi dei rifugiati del 2015, quando il Paese si trovò a gestire un fiume di persone proveniente dalla Siria che si è andato a sommare ai già enormi problemi finanziari dello Stato ellenico. Emergenza che si è ripetuta anche negli anni scorsi e che ha spesso portato a mento di altissima tensione sulle isole e lungo la linea della frontiera con lo Stato turco.

Mitsotakis è diventato premier anche puntando sul problema della sicurezza. Ed è chiaro che adesso non può in alcun modo fare marcia indietro. Il termometro dell’importanza del tema migranti è dato proprio dall’apertura a Erdogan, con cui di certo ultimamente non sono mancati momenti di tensione. Evidentemente ad Atene il dossier ha la massima priorità, fino a considerare il dialogo con il governo turco durante il prossimo vertice della Nato a New York del 21 settembre.

Il dialogo tra Atene e Ankara può indicare però due tipi di problemi con cui l’Unione europea ciclicamente torna a scontrarsi senza però apparentemente imparare la lezione. Il primo è quello della mancanza di coordinamento. La Grecia sembra di nuovo muoversi da sola, costruendo una rete diplomatica alternativa, un sistema di muri in autonomia, impostando un’agenda focalizzata su Atene e senza avere l’appoggio di Bruxelles. Non parla alla Turchia rappresentando l’Ue, ma rappresentando se stessa. Il secondo problema, corollario di questo, è che proprio l’assenza dell’Europa fa sì che il dialogo con Ankara sia necessario e allo stesso tempo fondato sull’emergenza. In assenza di un piano preventivo rispetto alle emergenze (in questo caso addirittura del tutto ipotetica), di un peso in politica estera e di un sistema che sappia evitare il caos ai confini dell’Europa, i singoli Stati sono costretti a dover rivolgersi ai Paesi esterni. E una volta che questa situazione si cristallizza, Bruxelles non può fare altro che constatare il fallimento e rivolgersi essa stessa verso lo Stato che si fa carico del problema. Turchia e Marocco in questo caso sono esempi molto chiari e recenti e confermano anche il rischio che per raggiungere questo tipo di accordi si rimanga continuamente in un limbo fatto di potenziali trattative al rialzo. Spade di Damocle al confine d’Europa che possono decidere non solo l’agenda dell’Ue, ma anche le stesse relazioni tra gli Stati membri.

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