Due campi profughi a nord di Atene e una struttura di accoglienza provvisoria nel Peloponneso sono in quarantena. È fine marzo quando in Grecia si registra il primo caso di coronavirus tra i migranti: a risultare positiva al Covid-19 una giovane 19enne incinta che vive insieme ad altre 2.300 persone nel campo di Ritsona, a circa 70 chilometri a nord-ovest di Atene. I test individuano altri infetti e il centro viene messo in isolamento. Pochi giorni dopo il virus si insinua nel campo di Malakasa, a circa 40 chilometri a nord della capitale. Il primo a risultare positivo è un uomo afghano di 53 anni e così iniziano i test sui residenti del campo dal quale però si può entrare e uscire senza limitazioni e i circa 2.500 ospiti non sono tutti registrati. Il terzo focolaio è un hotel di Kranidi affittato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) per ospitare i migranti in arrivo dai campi sovraffollati sulle isole: almeno 150 le persone risultate positive al tampone.

Fino ad ora la Grecia è riuscita a mantenere basso il tasso generale di infezione con severe misure restrittive. I numeri di gran lunga inferiori rispetto agli altri Paesi europei (al 27 aprile si contano 2.517 casi totali e 134 vittime) dimostrano che i provvedimenti presi da Atene contro il coronavirus stanno andando nella direzione giusta, ma le autorità non possono permettersi di abbassare la guardia. E lo sanno. Sulle isole, lontano dalla terraferma, il virus può esplodere da un momento all’altro. Negli hotspot di Lesbo, Samos, Leros, Kos e Chios sono stipati circa 40mila migranti a fronte di una capacità massima di poco più di 6mila persone. Uomini, donne e bambini vivono in condizioni precarie, accampati in tende e baracche fuori dai campi ufficiali, senza acqua né luce. Centri sovraffollati che rappresentano potenziali focolai di coronavirus.

Senza gli adeguati servizi igienico-sanitari e con un accesso limitato alle cure mediche, il rischio che tra gli abitanti dei campi si diffonda il virus è ogni giorno più elevato. Nell’hotspot di Moria, sull’isola di Lesbo, ci sono oggi circa 20mila migranti (7mila i minori) ma il campo ha una capacità di 3mila persone. Qui gli immigrati restano bloccati anche due anni in attesa dell’intervista per la richiesta di asilo. Trascorrono le giornate in fila per accedere ai pasti e alle docce (in alcune parti del campo c’è un solo rubinetto ogni 1.300 persone) e molto spesso le tensioni tra loro sfociano in violenza. “A queste condizioni precarie si somma oggi un rischio reale e concreto di avere una epidemia di coronavirus nel campo”, spiega a InsideOver Marco Sandrone, capo progetto di Medici senza frontiere a Lesbo. “Sull’isola – continua – ci sono stati sei casi Covid positivi, tutti rientrati. Questo però non ci deve far abbassare l’attenzione: nel campo ci sono categorie esposte al rischio di un potenziale contagio come gli anziani e i malati cronici con patologie pregresse che sarebbero le prime vittime di una potenziale epidemia”.

Da settimane le Ong, tra cui MSF, stanno chiedendo alle autorità l’evacuazione dei campi sulle isole per evitare la diffusione del virus tra i migranti. Le organizzazioni temono una catastrofe e spingono per sgomberare quanto prima almeno la popolazione considerata ad altro rischio. “L’Unione europea con il governo greco deve mettere in atto tutte le misure per tutelare le categorie più fragili: devono essere evacuate immediatamente – dichiara Sandrone -. Alcune di loro sono già state trasferite ma questo processo deve essere il più rapido possibile per anticipare le conseguenze di un potenziale contagio dentro il campo”. È inoltre indispensabile, spiega il capo progetto di MSF, “stanziare fondi e misure in modo che i medici siano in grado di continuare a offrire assistenza ai migranti. Se questi servizi dovessero venire meno è ovvio che l’ospedale pubblico di Lesbo non sarebbe in grado di fare fronte a un incremento esponenziale di malati. Devono essere messe in campo misure preventive”.

Lavarsi spesso e bene le mani, mantenere le distanze di sicurezza, restare a casa: tutti i Paesi hanno adottato già da settimane queste misure per contenere la diffusione del virus. Ma sulle isole sovraffollate ai confini dell’Europa rispettare queste semplici regole è impossibile. “Tutte le misure preventive che si possono applicare a una popolazione che vive in condizioni normali, in un campo come quello di Moria non sono assolutamente realistiche – sottolinea Sandrone -. Le persone condividono tende con altre 3 o 4 famiglie, fanno lunghe code per i bagni e per accedere a un pasto, non si possono isolare in alcun modo”. Contenere una eventuale epidemia negli hotspot sovraffollati sarebbe quindi impensabile. “Per questo – continua – si deve strutturare una risposta medica che possa identificare all’origine i potenziali casi positivi, anche se l’unica vera misura che può ridurre il rischio del contagio è evacuare prima possibile il campo”.

A metà aprile, il ministero dell’Immigrazione greco annuncia il trasferimento di oltre 2mila migranti “vulnerabili al Covid-19” dalle isole dell’Egeo in strutture e campi sulla terraferma. Intanto, l’Oim invita i Paesi europei “a rispettare gli obblighi internazionali e ad adottare un approccio inclusivo e condiviso. Con l’emergenza coronavirus sono necessari sostegno europeo e solidarietà con i Paesi che accolgono i migranti”. E così, dopo questo appello, alcuni Stati iniziano a muoversi per accogliere diversi minori non accompagnati. “Ci sono piccole iniziative dei singoli Paesi – dichiara Marco Sandrone -, ma manca una risposta solida da parte dell’Unione europea che non sta di fatto proponendo nessuna strategia a lungo termine per una emergenza che ormai è presente da anni e si è incancrenita dopo l’accordo tra Ue e Turchia. A tutto ciò si somma ora il rischio concreto di una epidemia di coronavirus”.

Nel frattempo, la situazione sulle isole si fa tesa. I migranti sono sempre più esposti al rischio di contrarre il virus e questo “va a impattare sulla loro condizione mentale – conclude il coordinatore di MSF a Lesbo -. Persone già soggette a traumi e pressioni, oggi si trovano in un campo con un rischio di epidemia. Hanno paura e la situazione potrebbe diventare incontrollabile. Non possiamo escludere rivolte e momenti di tensione come è stato negli ultimi mesi”.

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