L’acqua e il fango del Rio Grande inghiottono anime e vite. Sono mostri insaziabili che prendono e arraffano tutto ciò che si avvicina loro. Basta un passo falso o una corrente anomala e improvvisa a fare la differenza tra la vita e la morte. Ma questo, forse, Óscar Alberto Martínez Ramírez e sua figlia Valeria, di soli 23 mesi, non lo sapevano. Certo, c’erano i racconti degli altri migranti che li avevano messi in guardia dai mille pericoli della tratta, ma non sono bastati a fermarli. Óscar ha deciso comunque di prendere la piccola Valeria, di proteggerla infilandola dentro la propria maglietta e di sfidare le acque con un unico obiettivo: arrivare negli Stati Uniti. Così però non è stato: poco dopo la loro partenza il grande fiume non ha avuto pietà e se li è presi. Solamente pochi giorni prima la stessa sorte era toccata a una donna e tre bambini.

Un’immagine che scuote l’America

I corpi di Óscar e Valeria sono stati ritrovati (e fotografati) dalla giornalista Julia Le Duc, poche ore dopo la loro morte. L’immagine è stata inizialmente pubblicata sul giornale messicano La Jornada e in poco tempo ha fatto il giro del mondo.

Molti, compreso il rappresentante dem Joaquim Castro, l’hanno paragonata a quella del piccolo Alan Kurdi, il bambino siriano trovato morto a inizio settembre del 2015 sulle coste turche, dopo un tragico naufragio. Oppure a quella di Omran Daqneesh, diventato il simbolo della violenza dei raid russi su Aleppo (anche se il padre – che ora vive nei territori controllati dal regime – ora racconta una versione diversa di quei giorni). Un’immagine evocativa, quindi, e politicamente forte.

Già perché subito questa foto è stata utilizzata per attaccare il presidente Donald Trump, colpevole di aver avviato una serie di norme restrittive nei confronti dei migranti e di volere una nuova barriera per fermare il flusso di persone dal Messico. Tutto vero, sia chiaro. Però la colpa non può essere attribuita tutta e solo al presidente americano. Perché la barriera tra i due Stati, fatta costruire da George H. W. Bush, è stata ampliata (e militarizzata) da Bill Clinton, paladino dem. La situazione poi non è certo migliorata con George Bush junior e neppure con Barack Obama.

Un reportage della Stampa del 2014 mostra la crudeltà che impera al confine tra i due Stati: “Sappiamo che alla partenza il numero dei bambini e delle bambine è uguale, ma poi arriva solo il 75% dei primi e il 25% delle seconde. Cosa succede durante il percorso? Molti non ce la fanno e muoiono. Per le bambine, poi, si fanno avanti i trafficanti di esseri umani, che offrono ai coyote anche 20mila dollari, contro i 4mila che prenderebbero dalla famiglia se completassero la consegna. Così le ragazze vengono vendute al miglior offerente e finiscono nella prostituzione: un mese fa hanno scoperto un giro in New Jersey. Poi ci sono i coyote che affittano i bambini agli adulti che vogliono immigrare, perché pensano che se li prendono con figli o figlie finte hanno più probabilità di restare. Una volta superato il confine non sanno cosa farsene di questi ragazzini, e li abbandonano”.

Già perché da quelle parti, la violenza non è determinata solamente dalla politica, ma dagli stessi uomini, che diventano lupi e che sono disposti a tutto per qualche dollaro in più. Anche a sfruttare bambini e bambine. Dove la sofferenza si fa carne, c’è chi è pronto a lucrarci sopra.

Lo Stato non è una Ong (e viceversa)

Trump e Obama hanno fatto essenzialmente la stessa cosa, pur con politiche diverse: hanno difeso i confini dello Stato. Ed è questo uno dei principali doveri di chi governa: frenare coloro che premono ai confini.

Non tutti, ovviamente: c’è chi fugge dalla guerra e dalle persecuzioni e deve essere accolto. Ma ci sono anche molti che, comprensibilmente, desiderano un futuro migliore e anche il più buono dei presidenti non potrà mai accogliere tutti, a meno che non voglia distruggere il proprio Stato.

Aspettarsi quindi che una nazione apra in toto i propri confini è dunque illogico. E controproducente.

Per questo esistono le Ong che non si preoccupano di quelle che possono essere le ripercussioni politiche delle loro azioni e, come primo obiettivo, hanno quello di soccorrere chi soffre.

Questi due organismi, Stato e Ong, dovrebbero dunque collaborare in modo tale da far valere la legge e, allo stesso tempo, ridurre al minimo la sofferenza di uomini, donne e bambini. Ma così non è, come dimostra il recente caso della Sea Watch. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.