La geopolitica della corsa allo spazio
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Elizabeth Warren, alias “Pocahontas”, desidera che i confini degli Stati Uniti divengano più malleabili per migranti e rifugiati. Basta il titolo del documento che il suo team elettorale ha diffuso qualche ora fa: “Un sistema equo ed accogliente per l’immigrazione”. Il che non corrisponde proprio al mantra trumpiano: “Build a wall”.

La gestione dei fenomeni migratori non sarà il focus principale delle prossime presidenziali, anche perché non interessa in egual misura tutti gli Stati, ma rappresenterà uno degli argomenti principe su cui i candidati si divideranno con più facilità. La senatrice democratica sta per svestirsi dei panni di quello che negli States chiamano underdog, ossia il candidato costretto ad inseguire, perché i sondaggi hanno iniziato a far capire come possa ascendere in termini di consensi. Si veda, per esempio, come Politico ha segnalato il raggiungimento del secondo posto temporaneo nelle rilevazioni. A farne le spese, per ora, è stato Bernie Sanders.

Comunque vadano a finire le primarie, l’esponente del Massachusetts ha impostato la sua campagna sulla bontà dell’accoglienza: “Gli immigrati sono sempre stati una fonte vitale di forza americana”, si legge nelle prime righe del suo programma tematico. E ancora: “Contribuiscono alla crescita della nostra economia e rendono le nostre comunità più ricche e diversificate”. Alla base di questo testo c’è anche un po’ di opportunità politica: i Dem sperano che le minoranze siano il fattore decisivo delle prossime presidenziali. Donald Trump viene descritto come l’artefice di una demonizzazione.

La sinistra occidentale non ha troppa fantasia di questi tempi: usa ripetere argomentazioni sempre uguali a se stesse, prescindendo dal continente in cui opera. Tra “depenalizzazioni” e “decriminalizzazioni” varie, spicca il progetto di creazione di un “ufficio per i nuovi americani”. Mentre il presidente degli Stati Uniti, avvicinandosi le elezioni, conta di chiudere il cerchio sull’immigrazione, contrastando sul campo giudiziario alcune Ong e procedendo con un corposo numero di espulsioni, i liberal-democratici a stelle e strisce si fanno portavoce del multiculturalismo più estremo. Quello che, insieme alla bioetica, è il campo di battaglia più frequentato della contemporaneità politica.

Di muri al confine con il Messico non se ne parla. Anzi, Warren, tramite il suo programma pro migranti, identifica la fattispecie propria dei casi d’irregolarità, sostenendo che “fare il proprio ingresso senza autorizzazione all’interno di una nazione costituisce sempre una violazione civile”. E il penale? Verrebbe meno. Non si chiamano liberal a caso. Quanto fatto dal Commander in Chief in questi quattro anni di presidenza, dunque, verrebbe compromesso.. A mutare sarebbe il paradigma giuridico. Ma la palla, tra qualche mese, ce l’avranno gli elettori americani: saranno loro a decidere sulla pieghevolezze dei confini, votando.

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