Nel Terzo Millennio non si fugge solo da guerre, fame, persecuzioni religiose ma anche dal clima impazzito. I migranti ambientali fanno meno rumore, non godono nel diritto internazionale di un formale riconoscimento, ne’ esiste al mondo una Nazione che preveda per loro uno status giuridico e il diritto d’asilo: è per questo che è più corretto parlare di migranti climatici e non di rifugiati climatici. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni entro il 2050 saranno 200-250 milioni i rifugiati costretti a spostarsi dalle proprie terre per motivi climatici, con una media di 6 milioni di persone ogni anno.

Una definizione difficile

Secondo l’Unhcr, il termine “rifugiato climatico” viene spesso utilizzato dai media. Tuttavia, questa definizione può creare confusione, in quanto non esiste nel diritto internazionale. Un “rifugiato” è definito come una persona che ha attraversato un confine internazionale “a causa del timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale o opinione politica” (Convenzione del 1951 relativa alla Stato dei rifugiati). In alcuni contesti, la definizione si estende alle persone in fuga da “eventi che disturbano gravemente l’ordine pubblico” (Convenzione dell’OUA del 1969; Dichiarazione di Cartagena del 1984). I cambiamenti climatici colpiscono le persone all’interno dei propri paesi e in genere creano spostamenti interni prima che raggiungano un livello in cui spostano le persone oltre i confini. Potrebbero però esserci situazioni in cui si possono applicare i criteri per i rifugiati della Convenzione del 1951, ad esempio, se la carestia legata alla siccità è collegata a situazioni di conflitto armato e violenza – si tratta in questo caso della cosiddetta “dinamica del nesso”. Indipendentemente da ciò, il termine “rifugiato climatico” non è approvato dall’UNHCR ed è più preciso fare riferimento a “persone sfollate nel contesto di catastrofi e cambiamenti climatici”.

I paesi più colpiti

Bangladesh, India, Cina, Nepal, Indonesia e Filippine sono i paesi maggiormente affetti dalle emergenze climatiche. Il 2018 è stato uno degli anni maggiormente nefasti da questo punto di vista, con eventi meteorologici estremi come la grave siccità in Afghanistan, il ciclone tropicale Gita a Samoa e le inondazioni nelle Filippine, che hanno provocato gravi emergenze umanitarie. Secondo il Centro di monitoraggio degli spostamenti interni, nel 2017 sono stati registrati 18,8 milioni di nuovi spostamenti interni relativi a catastrofi di questo tipo. La maggior parte degli spostamenti catastrofici legati ai pericoli naturali e agli impatti dei cambiamenti climatici è interna, con le persone colpite che rimangono all’interno dei loro confini nazionali. Tuttavia, si verifica anche uno spostamento oltre i confini, che può essere correlato a situazioni di conflitto o violenza. Ma non è solo l’area Asia-pacifico ad essere colpita dal cambiamento climatico: Cuba, Haiti, il Perù, alcune aree degli Stati Uniti e il Sahel sono minacciati da diversi gradienti di cambiamento climatico legati a inondazioni, desertificazioni, siccità.

Il Bangladesh, una nazione che annaspa

Il Bangladesh, una nazione densamente popolata e fluviale, è sempre sopravvissuto a tempeste tropicali, inondazioni e altri disastri naturali. Ma oggi i cambiamenti climatici stanno accelerando le vecchie forze di distruzione, creando nuovi modelli di sfollamento e alimentando un’esplosione di rapida e caotica urbanizzazione. Il Bangladesh comprime 165 milioni di persone in un’area di 150mila km quadrati. Un terzo vive lungo la costa meridionale, un lussureggiante dedalo di villaggi, fattorie e stagni di pesci collegati da argini protettivi. La maggior parte dell’area terrestre del paese non è in alto rispetto al livello del mare e durante la stagione delle piogge più di un quinto del paese finisce sott’acqua. Per decine di migliaia di anni, le persone che vivevaono nel vasto delta del Gange hanno accettato un paesaggio instabile e pericoloso come questo, fatto di inondazioni e tempeste tropicali come contropartita dell’accesso a terreni agricoli molto fertili e importanti rotte commerciali marittime. Ma con i cambiamenti climatici, molti dei danni da stagionali sono divenuti permanenti.  I cambiamenti climatici stanno interrompendo la tradizionale alternanza pioggia – siccità in alcune aree, stanno scatenando diluvi in ​​altre – e aumentando il flusso pesante di limo dai ghiacciai dell’Himalaya a monte, portando ad un aumento delle inondazioni e dell’erosione delle sponde dei fiumi. Nel frattempo, l’innalzamento del livello del mare sta spingendo l’acqua salata nelle aree agricole costiere, salinizzando i terreni.  Si stima dunque che, nell’ultimo decennio, quasi 700.000 di cittadini del Bangladesh sono stati sfollati per via di calamità naturali, secondo il National Geographic.

Perché i migranti climatici non devono essere rimpatriati

Le Nazioni Unite, proprio quest’anno, hanno ribadito che rifugiati in fuga dagli effetti della crisi climatica non possono essere costretti a tornare a casa dai loro paesi adottivi, una decisione storica che potrebbe aprire la porta a un flusso di rivendicazioni legali da parte di sfollati in tutto il mondo. Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, si era trovato ad esprimersi sul caso Teitiota, un uomo che aveva chiesto protezione alla Nuova Zelanda dopo aver affermato che la sua vita era a rischio nel suo paese natale, Kiribati. Nel 2015, la domanda di asilo di Ioane Teitiota in Nuova Zelanda fu respinta e l’uomo venne deportato con moglie e figli nel suo paese natale. Una volta qui ha presentato una denuncia al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite, sostenendo che espellendolo, la Nuova Zelanda aveva violato il suo diritto alla vita. Teitiota ha sostenuto che l’innalzamento del livello del mare e altri effetti dei cambiamenti climatici hanno reso Kiribati inabitabile per tutti i suoi residenti: qui il degrado ambientale ha reso difficile l’agricoltura di sussistenza e l’approvvigionamento di acqua dolce è stato contaminato dall’acqua salata.

Il Comitato ha stabilito che, nel caso specifico di Teitiota, i tribunali della Nuova Zelanda non hanno violato il suo diritto alla vita al momento dei fatti, perché la valutazione accurata e attenta della sua testimonianza e di altre informazioni disponibili ha portato alla determinazione che, nonostante la situazione a Kiribati, sono state messe in atto misure di protezione sufficienti. “Tuttavia”, ha dichiarato l’esperto del comitato Yuval Shany, “questa sentenza stabilisce nuovi standard che potrebbero facilitare il successo delle future domande di asilo relative ai cambiamenti climatici”. Il Comitato ha inoltre chiarito che le persone che chiedono lo status di asilo non sono tenute a provare che avrebbero dovuto affrontare un danno imminente se fossero rimpatriate nei loro paesi. Il Comitato ha affermato che i danni indotti dai cambiamenti climatici possono verificarsi sia in caso di eventi ad esordio improvviso, sia in processi ad esordio lento (come l’innalzamento del livello del mare, la salinizzazione e il degrado del suolo).

L’isola del Pacifico rischia, oggi, di diventare il primo paese a scomparire sotto l’innalzamento del livello del mare.È improbabile che la sentenza abbia un impatto immediato sui cittadini di altri paesi, dato che anche la terribile situazione di Kiribati non ha soddisfatto la soglia per il successo del caso Teitiota. Ma la decisione potrebbe avere un impatto significativo sulle richieste future, poiché il numero di persone costrette a lasciare le proprie case dall’intensificarsi dell’emergenza climatica aumenta. Nella sua sentenza, il comitato ha citato gli articoli 6 e 7 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, che garantiscono il diritto intrinseco alla vita di un individuo. Ergo, dato che il rischio che un intero paese venga sommerso dall’acqua è plausibile ed estremo, le condizioni di vita in un paese del genere possono diventare incompatibili con il diritto alla vita con dignità prima che il rischio stesso si palesi. Il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici ha identificato Kiribati, come uno dei sei paesi delle isole del Pacifico più minacciati dall’innalzamento del livello del mare. Il rapporto afferma che, a causa dell’erosione costiera e della contaminazione delle acque dolci, Kiribati potrebbe diventare una no man’s land già nel 2050.

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