Marocco, Spagna e il flusso “anomalo” di migranti a Ceuta: intervista a Kelly Greenhill

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Tra il 30 luglio e il 1° agosto 2026, tra le 50.000 e 60.000 persone hanno forzato il confine di Ceuta, con un bilancio di almeno 72 morti. Un’ondata che tutto pare tranne che un fenomeno completamente “spontaneo”. Per comprendere la natura di questo episodio – segnale politico, avvertimento o inizio di una strategia più ampia? – abbiamo interpellato Kelly M. Greenhill, professoressa di scienza politica e autrice di “Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera” (Leg), una delle voci più autorevoli a livello mondiale sull’uso strumentale dei flussi migratori.

Professoressa Greenhill, partiamo dagli eventi più recenti. La stampa spagnola ha descritto l’episodio come un’operazione orchestrata alimentata dai social media, con video virali di giovani che urlano «Spagna è aperta» e si tuffano in mare. Si parla già di un altro assalto pianificato per il 15 agosto. Che idea si è fatta?

«I dati che ho visto – voci circolate online e via messaggi – suggeriscono che è possibile che l’episodio sia stato orchestrato, ma non è definitivo. Servono più dati. Inoltre, al momento non ho motivo di ritenere che l’incidente sia stato coercitivo. Le evidenze pubbliche finora disponibili indicano che potrebbe essere stato orchestrato – e i post sui social, i messaggi che incoraggiavano le persone a muoversi possono essere considerati elementi a sostegno – ma questi dati non sono di per sé decisivi e non puntano da soli verso la coercizione».

Per poter codificare un caso come migrazione coercitiva ingegnerizzata, tre domande devono ricevere una risposta affermativa conclusiva:

  1. Esistono evidenze di orchestrazione? Se sì, allora…
  2. Esistono evidenze di intento strategico – cioè che l’evento sia stato compiuto in perseguimento di obiettivi politici, militari e/o economici? Se sì, allora si può parlare di migrazione “armata” o strategicamente ingegnerizzata. E se sì, allora…
  3. Esistono evidenze che l’attore che sta orchestrando strategicamente lo faccia per costringere il target a cedere alle proprie richieste?

Detto questo, un funzionario europeo di cui mi fido ha suggerito che il Marocco potrebbe aver istigato l’episodio per esprimere il proprio disappunto per il riavvicinamento della Spagna all’Algeria. È plausibile e, se fosse vero, si tratterebbe di un episodio di quella che chiamo migrazione “esportiva” ingegnerizzata – cioè progettata per mettere a disagio e «imbarazzare», ma non per esercitare una coercizione. Ciò significherebbe che le domande 1 e 2 trovano risposta affermativa, ma non la 3 (o almeno non sulla base di ciò che sappiamo attualmente). Servirebbero dati ulteriori e diversi prima di poter avanzare qualsiasi affermazione del genere. Non definirei l’episodio una guerra ibrida contro la Spagna: mi sembra un’iperbole non supportata dalle evidenze disponibili».

La crisi è scoppiata poco dopo la visita del premier spagnolo Sánchez in Algeria, rivale storico del Marocco per il Sahara Occidentale. La stampa tedesca, ad esempio, ha scritto che l’assalto a Ceuta «con ogni probabilità» è stato scatenato proprio da quella visita. Quanto peso hanno queste tensioni diplomatiche nell’innescare crisi migratorie strumentalizzate? Fino a che punto la migrazione diventa un proxy di altri conflitti?

«Come ho detto sopra, questa affermazione sembra plausibile ma non è stata dimostrata (almeno nelle evidenze che ho visto). Gli episodi di migrazione ingegnerizzata/armata sono piuttosto comuni. A volte sono effettivamente scatenati da eventi di questo tipo. Ma le fonti e i fattori scatenanti sono variegati quanto i molteplici obiettivi per cui si ricorre alla weaponization. E sì, a volte la migrazione può diventare uno strumento non militare di statecraft e persino una sorta di proxy di altri conflitti. Ma non sempre e non ovunque. Si tratta di uno strumento che assume molte forme e ha molti usi. I soli tentativi coercitivi superano i 100 dal momento in cui è entrata in vigore la Convenzione sui rifugiati del 1951, e la coercizione è solo uno dei tanti obiettivi per cui viene impiegato questo strumento molto poco umanitario, ma relativamente di routine».

Il governo marocchino ha ufficialmente attribuito la responsabilità alla disinformazione sui social media e ai trafficanti. Tuttavia, molti osservatori ritengono che Rabat abbia deliberatamente allentato i controlli di frontiera per inviare un messaggio a Madrid. A differenza di altri episodi, come quello orchestrato dalla Bielorussia nel 2021, qui non c’è stata una minaccia esplicita. Cambia la natura della coercizione? Si tratta di un avvertimento, di un segnale politico o dell’inizio di una strategia di più lungo periodo?

«È una buona domanda a cui non ho (almeno per ora) una risposta. Per quanto ne so, non c’è stata una minaccia esplicita neanche da parte della Bielorussia nel 2021. Anche quello sembra essere stato un caso di migrazione “esportiva” piuttosto che coercitiva – interpretazione che ho proposto nel mio articolo del 2022 su Foreign Affairs, supportata da interviste con decisori europei.

L’episodio di Ceuta del 2021, invece, è stato coercitivo (si veda ad esempio: https://www.washingtonpost.com/politics/2021/06/01/morocco-weaponized-migration-punish-spain-thats-more-common-than-you-think/)».

L’Italia ha chiesto un vertice straordinario dell’UE e ha temporaneamente reintrodotto i controlli di frontiera con la Spagna, temendo che il flusso migratorio possa proseguire verso altri Paesi europei. L’UE stessa ha tenuto una riunione di emergenza. Ritiene che queste misure siano una risposta adeguata alla minaccia della migrazione strumentalizzata, o rischiano di essere solo un palliativo?

«Il nuovo patto europeo sulla migrazione, entrato in vigore a giugno, contiene teoricamente una serie di disposizioni che dovrebbero aiutare l’UE a gestire gli afflussi migratori, qualunque ne sia la causa. La questione aperta riguarda l’attuazione a livello nazionale, internazionale e regionale».

Infine, quali sono secondo lei gli scenari futuri? L’arma della migrazione di massa è destinata a diventare uno strumento sempre più diffuso nelle relazioni internazionali?

«Questa domanda è troppo ampia e importante per affrontarla in modo semplice e superficiale. L’essenziale è che Stati, istituzioni sovranazionali e organizzazioni internazionali stiano riflettendo su questa questione ed elaborando strategie di risposta che preservino la sovranità e la sicurezza degli Stati e proteggano i diritti individuali e umani. È impegnativo, ma assolutamente possibile, con sufficienti risorse umane, mezzi e volontà politica. Nulla è inevitabile. Dato che l’uso delle migrazioni come arma è in uso almeno dall’epoca del Secondo Impero assiro, non credo che scomparirà. Ma non è detto che debba diventare necessariamente sempre più diffusa».

E quali contromisure efficaci possono adottare l’Unione europea e i singoli Stati per rispondere a questo tipo di minaccia?

«Fare giustizia a questa domanda richiederebbe una risposta più lunga di quanto abbia tempo di fornire, soprattutto perché la natura delle risposte disponibili varia in base al tipo di movimento di popolazione, al fatto che chi si muove siano rifugiati o migranti, a ciò che chi arma la migrazione cerca di ottenere, a quanto controllo abbia sui flussi, e così via. Inoltre, nessuna delle opzioni politiche disponibili è una soluzione miracolosa. Tutte hanno pro e contro. Il capitolo 6 del mio libro Weapons of Mass Migration delinea una serie di possibili risposte agli episodi coercitivi. Ma come emerge dalle mie risposte precedenti, la coercizione è tutt’altro che l’unico obiettivo dell’uso delle migrazioni come arma. E non tutti i movimenti di popolazione sono orchestrati o armati. Driver diversi, attori diversi, soluzioni diverse».