Una volta all’anno la piccola città affacciata sull’Oceano Atlantico a 170 km da Agadir in Marocco, Essaouira, richiama la sua comunità ebraica perduta. Trilli sefarditi riecheggiano dalle sue sinagoghe imbiancate. I suk medievali si riempiono di zucchetti ebraici. Rabbini e cantori augurano ai musulmani “Shabbat Shalom” e li intrattengono con incantesimi ebraici. “È la nostra cultura”, dice un mercante di Marrakech. Ha viaggiato per 200 km per arrivare a Essaouira quest’anno.
L’iniziativa, sottolinea il britannico The Economist, è di André Azoulay, un ebreo di 76 anni di Essaouira ed ex consigliere dei re del Marocco. Ogni autunno mette in scena un colorato festival di musica andalusa volto a riunire centinaia di ebrei e musulmani per un weekend di concerti e dialoghi. La gente del posto guarda cantori ebrei e recitatori del Corano cantare a braccetto. Anche israeliani e palestinesi si accalcano lì. “Essaouira è ciò che un tempo era il Medio Oriente e potrebbe ancora essere di nuovo”, afferma Azoulay.
Quando gli ebrei furono espulsi dalla Spagna e dal Portogallo nel XV e XVI secolo, molti fuggirono in Marocco. Molte migliaia di ebrei perseguitati in Europa nel corso dei secoli, in particolare durante l’Inquisizione spagnola (1492) e la Shoah, si rifugiarono in terre musulmane. Lì furono accolti e, molto spesso, rispettati e protetti La popolazione ebraica nel regno marocchino raggiunse oltre le 250mila persone nel 1948, quando nacque lo stato di Israele. Nei decenni successivi, mentre le tensioni arabo-ebraiche aumentavano, molti se ne andarono. Ne rimangono meno di 2.500, ancora più che altrove nel mondo arabo.
Fino al 1960 Essaouira era una città in cui ebrei e arabi vivevano insieme in una comunità pacifica e amichevole. Alla fine dell’Ottocento, la città aveva una maggioranza di 18mila cittadini ebrei su una popolazione totale di 25mila – un caso unico nel mondo arabo. La maggior parte degli ebrei lasciò il Marocco all’indomani della guerra dei sei giorni, formando al giorno d’oggi una comunità di circa un milione di ebrei marocchini sparsi in tutto il mondo.
Anche oggi il regno conserva questa tradizione di convivenza e rispetto reciproco. Ha restaurato 110 sinagoghe, come quella di Slat Lkahal, che ha aperto a Essaouira durante il festival. Un centro per gli studi giudeo-islamici è pronto per aprire nella vecchia kasbah alla fine di quest’anno. Il regno vanta anche l’unico museo ebraico del mondo arabo. “Avevamo una stella a sei punte sulla nostra bandiera e sulle monete, come Israele”, dice Zhor Rehihil, il curatore – che è musulmano -. “È stato cambiato sotto il dominio francese a cinque”.
Il Marocco e Israele non hanno relazioni diplomatiche formali, ma oltre 50mila israeliani visitano il regno ogni anno. Un nuovo volo charter da Tel Aviv a Casablanca, la più grande città del Marocco, ha iniziato a funzionare questa estate. Si ferma a Malta per mezz’ora per mantenere la finzione che non ci siano ancora voli diretti tra i paesi. Il Marocco rilascia anche centinaia di passaporti ogni anno agli ebrei israeliani di discendenza marocchina, i quali sono quasi mezzo milione.
Azoulay invita i visitatori israeliani a diffondere l’esperienza del suo idillio di convivenza quando tornano a casa. Alcuni dubitano che questa esperienza sia trasferibile. Un funzionario israeliano in visita dice così: “Gli arabi del Marocco sono diversi dai nostri”. Il Festival è stato istituito non per nostalgia di una “Età dell’oro” idealizzata, ma per mostrare che la comprensione reciproca al di là delle differenze religiose e culturali è possibile. O ancora meglio: che è possibile trarre beneficio da un’esperienza umana più ricca grazie a queste differenze.
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