Cifre e numeri destinati a creare preoccupazione soprattutto lungo la sponda italiana del Mediterraneo, allarmi volti a sensibilizzare un Paese, quale il nostro, che vive da vicino la questione legata a flussi migratori. Sono giorni in cui dalla Libia, sia dal lato di Al Sarraj che da quello di Haftar, arrivano vere e proprie allerte. L’ultima riguarda quella lanciata dal premier libico e che parla, in particolare, di 800mila migranti presenti in Libia. Un modo per spingere Roma ad adoperarsi affinché il problema venga risolto, magari dando appoggio politico (e soldi) al governo insediato a Tripoli ed impegnato in queste ore a respingere gli assalti dell’Lna. Ma quella sui migranti è reale emergenza?

I numeri attuali

Un’emergenza è tale quando una situazione appare repentinamente variata e cambiata in un lasso di tempo talmente veloce, da richiedere decisioni e sforzi fuori dall’ordinario. Dati alla mano, non esiste un’emergenza immigrazione dalla Libia per via della guerra attualmente in corso. L’Italia deve ovviamente valutare tutti gli scenari futuri ed agire secondo una precauzione figlia del buon senso, ma considerare emergenza ciò che emergenza non è potrebbe risultare controproducente. Parlare oggi di necessità di contenere i flussi generati dal conflitto libico equivale a parlare di ricostruzione prima di un terremoto. Al momento non c’è alcun incremento di approdi relativi alla rotta libica: la guerra scatenata dal generale Haftar lo scorso 4 aprile su Tripoli non genera fino a queste ore la temuta ondata di profughi.

Ma questa è soltanto la prima valutazione sugli allarmi che arrivano dalla Libia. In secondo luogo, per quanto concerne nello specifico le parole pronunciate da Al Sarraj nei giorni scorsi, è bene fare doverose precisazioni: qualora corrisponda a verità la presenza sul territorio libico di 800mila migranti (e non è la prima volta che il premier libico parla di una cifra del genere), non è detto che tutti aspirino ad entrare in Italia. Al contrario, molti di loro sono in Libia regolarmente per lavoro: il Paese africano già dai tempi di Gheddafi ha un disperato bisogno di manodopera, che solo i migranti sud sahariani riescono a fornire. Nelle zone libiche al momento estranee al conflitto, tra gli africani provenienti da altri Paesi del continente sono in tanti a trovare lavoro.

Che il problema riguardi numeri certamente inferiori a quelli menzionati da Al Sarraj lo sostiene anche Enzo Moavero Milanesi: “Non ci risulta che 800mila migranti siano pronti a salpare – afferma il ministro degli esteri in un’intervista a Radio Capital – Ci risulta che essi siano nell’ordine di qualche migliaio”. A questo occorre aggiungere un’altra considerazione che riguarda le parole, ribadite nei giorni scorsi, del portavoce della Guardia Costiera Libica Ayoub Qassem: “Le strade normalmente usate per arrivare nei punti di partenza dei barconi – dichiara – sono inutilizzabili per via degli scontri”. Sorge dunque, per migranti e trafficanti, un mero problema logistico: organizzare partenze dalle coste libiche è molto più complicato in tempo di guerra aperta che in tempo di apparente pace.

L’Italia tirata per la “giacchetta”

Fatte queste premesse dunque, ben si intuisce quanto importante sia la prevenzione di determinati fenomeni tenendo ben presente però l’attuale realtà dei fatti, che non parla di emergenza. Anche perché, al contrario, da alcuni giorni risulta che diversi migranti presenti in Libia tornino a gruppi in Niger in quanto preoccupati di rimanere loro malgrado invischiati nel conflitto a Tripoli. E gli stessi libici divenuti profughi per via delle case tremendamente vicine alla linea del fronte, scappano sì ma in altre zone della Libia o in Tunisia. Quando quindi il governo libico, da una parte, parla di pericolo di invasione e quando, dall’altra parte, Haftar mette in guardia dai rischi legati al terrorismo, l’impressione è quella di un’enfatizzazione dei relativi fenomeni per catturare le simpatie (con relativi appoggi politici e di natura economica) dell’Italia.

Immigrazione e terrorismo sono problemi attuali, che esistono prima dello scoppio della battaglia di Tripoli e che non sembrano accentuati nei giorni successivi. Parlare di emergenza sembra forse un tentativo, nemmeno troppo sottile in effetti, di tirare in ballo l’Italia. Dal canto suo, Roma deve valutare ogni scenario e provare in ogni caso a mediare per porre fine all’instabilità libica. Ma le questioni divenute improvvisamente centrali nelle ultime ore appaiono più figlie di mere chiacchiere politiche che di preoccupanti circostanze reali.

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