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Migrazioni

L’Isis in Libia si riorganizza nel deserto del Fezzan

Un attentato a Tripoli, da quando la città assieme all’intera Libia è sprofondata nel caos e nell’anarchia, non fa certo notizia: ogni giorno, tanto nella capitale del paese africano quanto nelle altre città più importanti, vengono registrate violenze e tentativi...

Un attentato a Tripoli, da quando la città assieme all’intera Libia è sprofondata nel caos e nell’anarchia, non fa certo notizia: ogni giorno, tanto nella capitale del paese africano quanto nelle altre città più importanti, vengono registrate violenze e tentativi di omicidi mirati oppure, ancora peggio, azioni volte a coinvolgere i civili. Pur tuttavia, l’ultimo attentato sventato a Tripoli ha dato la possibilità di verificare ed accertare un elemento che, nei mesi scorsi, è sembrato essere lampante ed inquietante: il riferimento è alla presenza dell’ISIS nella nostra ex colonia. Il califfato, oramai estinto e sconfitto tra Siria ed Iraq, non ha mai lasciato la Libia e questo nemmeno a seguito dei raid americani su Sirte nell’agosto 2016; quell’operazione a stelle strisce, che ha favorito l’avanzata delle milizie di Misurata, è stata in quei mesi presentata come l’ultima grande battaglia anti ISIS sulle coste del Mediterraneo. Gli uomini con le bandiere nere però, si sono riorganizzati più a sud e la situazione è tornata a preoccupare.

L’attentato sventato a Tripoli

Il fatto è accaduto all’inizio della settimana scorsa: due giovani, a bordo di un’auto, sono stati fermati prima che le loro intenzioni mortali potessero essere attuate nel centro della capitale libica; pare infatti, che il mezzo fosse imbottito di esplosivo pronto a scoppiare in mezzo alla folla ed a provocare centinaia di vittime. A sventare l’attentato sono stati gli uomini della RADA, ossia il corpo speciale formalmente agganciato al Ministero degli Interni del governo di Al Serray ma che, in realtà, è composto da milizie islamiste formatesi durante la guerra contro Gheddafi e capitanate dal leader radicale Abdul Raouf Kara, famoso anche per aver interrotto e vietato la ‘fiera del fumetto’ di Tripoli in quanto giudicata troppo filo occidentale. Gli uomini al servizio di Abdul Kara hanno fermato i due giovani pronti a causare una vera e propria strage al centro di Tripoli e, da quanto trapelato circa le loro identità, ben si comprende come l’ISIS stia cercando di insinuarsi sempre di più nel paese africano.





Secondo quanto si apprende dal Libya Herald in realtà, l’attentato è stato sventato grazie soprattutto ad un difetto dell’innesco dell’ordigno, il quale non è esploso ed ha facilitato l’intervento delle forze RADA; i due a bordo del mezzo sono stati arrestati ed hanno dichiarato di essere esponenti dello Stato Islamico in Libia: il ragazzo alla guida, in particolare, si chiama Siraj Khalifa Al-Jahawi ed è del 1992, l’altro invece è ancora più giovane essendo nato nel 1997 ed il suo nome corrisponde a quello di Mohamed Abdullah Balah. Un dettaglio importante in questa storia è dato dalla loro origine: entrambi infatti provengono da Sebah, capoluogo del Fezzan dove nell’ottobre 2016 ha avuto luogo la cosiddetta ‘Guerra della Scimmia’, ossia la contesa tra la tribù dei Gaddadfa (a cui appartiene la famiglia Gheddafi) e quella degli Awlad Suleiman. Ecco il segnale che, tra le dune del deserto del sud della Libia, l’ISIS si sta riorganizzando ed è pronto a minacciare l’intero paese fino ad arrivare, come accaduto in occasione dell’attentato sventato, nel centro di Tripoli.

L’Isis sempre più radicato nel sud della Libia

L’arresto dei due aspiranti kamikaze nella capitale libica, è solo una conferma di quanto già era trapelato nei mesi scorsi: il califfato islamico non è affatto stato sconfitto nel paese africano, al suo ritiro da Sirte nel 2016 non è seguito un vero e proprio annientamento degli uomini con le bandiere nere ma, di fatto, soltanto un loro ridimensionamento e spostamento verso il sud della Libia. Qui, dove da sette anni oramai lo Stato è assente e dove non esiste alcuna forza in grado di controllare l’intero territorio, l’ISIS si è riorganizzato ed ha installato anche delle vere e proprie basi di addestramento; i due giovani arrestati a Tripoli sono stati adescati a Sebah, città più importante di questa vasta regione meridionale, molto probabilmente assieme a decine di altri giovani e di numerosi islamisti.

Il Fezzan è una regione difficilmente controllabile anche in tempo di pace, ma al tempo stesso essa è anche vitale in quanto nel bel mezzo della rotta di numerosi traffici illeciti, a partire da quello di migranti ed esseri umani; essere ben radicati a Sebah e nei villaggi circostanti dunque, non garantisce all’ISIS attualmente soltanto maggiore protezione grazie ad un territorio impervio e desertico, ma anche la possibilità concreta e reale di mettere le mani su redditizi traffici in grado di poter far finanziarie le attività del califfato. Della presenza dello Stato Islamico nel Fezzan, si è iniziato a parlare già nei mesi scorsi mentre, subito dopo la sconfitta a Sirte dell’ISIS, diverse fonti hanno indicato, nel sud della Cirenaica e non nel Fezzan, la regione dove i miliziani fedeli ad Al Baghdadi erano pronti a riprendere le ostilità ed a controllare una porzione di territorio.  

Il pericolo rappresentato dall’Isis nel Fezzan

Oltre che uno spauracchio per la sicurezza di un paese, quale la Libia, dove lo Stato è stato frantumato e dove il potere è conteso tra più fazioni, la presenza dell’ISIS a Sebah e nei suoi dintorni appare oltremodo pericolosa anche a livello internazionale; il Fezzan infatti, non è soltanto un luogo ideale per un’organizzazione terroristica che ha, nell’immediato futuro, l’obiettivo di tornare a radicarsi sul territorio, ma è altresì anche una regione che confina con diversi Stati sub sahariani. In parole povere, lo Stato Islamico presente a Sebah rappresenta un pericolo anche per paesi quali il Mali, in Niger, il Ciad e tutti quelli dell’area del Sahel, già provati del resto da anni di instabilità politica, povertà e lotta alle sigle della galassia jihadista africana; il rischio che le bandiere nere sfruttino la porosità data dai confini tracciati sul deserto appare concreto, in tal senso a preoccupare è soprattutto la vicinanza con il Niger, paese dove a breve l’Italia invierà un primo contingente di soldati.

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