(Tripoli) La collina è piena di palazzine costruite in modo anarchico e perdersi in questa parte di Tripoli è molto semplice. Dopo la guerra civile l’urbanismo non è al centro delle politiche delle municipalità libanesi e la gente ha costruito un po’ come voleva.

L’unico modo per ritrovare il bandolo della matassa è chiedere ai locali. Alla fine ecco apparire la clinica per i rifugiati siriani “Al Bashaer”. Si tratta di un ambulatorio, anche chirurgico e dentistico dove si offrono ai rifugiati operazioni e medicine a costo inferiore.

Molti dei rifugiati, ci racconta la direzione della clinica, hanno problemi dovuti alla malnutrizione e ai denti. Purtroppo negli ultimi anni sono diminuite le donazioni e la clinica ha dei problemi a pagare i medici regolarmente e rinnovare o mantenere al meglio tutti i macchinari di cui dispone. I dirigenti hanno lanciato molti appelli ai privati e alla comunità internazionale per ricevere fondi che possano permettere alla clinica di andare avanti, ma per ora i risultati non sono stati quelli sperati.

I rifugiati in Libano rimangono uno dei tanti problemi insoluti perché ognuna delle 17 confessioni del Paese li guarda come possibile strumento di ingegneria demografica, infatti nazionalizzando quelli appartenenti ad alcune religioni si possono modificare le proporzioni delle comunità religiose del paese. Questo, in una nazione in cui le maggiori cariche politiche sono designate per legge a una o l’altra comunità e dove nessun partito è aconfessionale, è potenzialmente esplosivo.

I libanesi che vivono in patria sono solo 3.500. 000 e i rifugiati variano, a seconda delle stime, tra uno o due milioni. Per esempio se si nazionalizzassero tutti i rifugiati palestinesi e siriani, i sunniti passerebbero da terzo gruppo religioso, dopo gli sciiti e i cristiani di varie fedi, a diventare primo.
In passato si sono addirittura date le cittadinanze in modo selettivo, per esempio molti cristiani palestinesi, al contrario dei palestinesi musulmani, l’hanno ricevuta per rafforzare i cristiani, una volta prima comunità del paese, ma poi fortemente declinata per la continua emigrazione e per la lunga guerra civile.

Negli anni dell’occupazione siriana del Libano, il governo ha naturalizzato oltre 154.931 residenti stranieri, di origine palestinese e siriana. Lo scopo di questa naturalizzazione, secondo molti detrattori, era di influenzare le elezioni per un governo filo-siriano.

Anche l’Arabia Saudita gioca questa partita e spinge per naturalizzare i restanti palestinesi, perché a maggioranza sunnita. Questa politica farebbe comodo anche al governo Israeliano, perché attenuerebbe il problema di un possibile ritorno dei rifugiati palestinesi nei Territori Occupati o a Gaza e indebolirebbe Hezbollah e gli sciiti, solo che la cosa avverrebbe a scapito dei cristiani libanesi che si oppongono strenuamente.

Se dopo cinquant’anni sarebbe naturale dare il passaporto ai rifugiati palestinesi, questo però non è così facile in Libano. La comunità internazionale avrebbe dovuto in 50 anni pensare di dislocare questi profughi in altri paesi a maggioranza sunnita, o in piccoli numeri in tanti paesi nel mondo. Invece non si è fatto quasi nulla, preferendo usarli come arma geopolitica. Anche, se forse molti palestinesi, stufi di questi giochi, se ne sono andati via da soli. Infatti il loro numero non è chiaro e cambia a seconda degli enti che lo certifica o dei giochi politici.

L’Onu ne ha sempre stimati 500mila, ma il governo libanese ne ha stimati solo 175mila. Il 45% dei quali in 12 campi profughi e il 55% in 156 centri abitati in tutto il paese. Il dato è stato fornito a seguito di un censimento condotto dall’Amministrazione Centrale delle Statistiche Libanese in collaborazione con l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica.

L’American University of Beirut nel 2015, ha portato la cifra tra 260mila e 280mila. Il censimento dell’Amministrazione Centrale è stato approvato dal governo libanese nell’agosto 2015 e nell’ottobre 2015 è stato firmato un protocollo d’intesa con l’Autorità palestinese. Il 5,7% delle persone intervistate ha però di rispondere alle domande o non ha completato i questionari.

Il censimento ha rivelato che in alcuni campi profughi, i non palestinesi erano più numerosi dei palestinesi. Per esempio, a Chatila, il 57,7% dei residenti erano siriani e solo il 29,7% era palestinese. C’erano anche più siriani che palestinesi nei campi di Burj el Brajneh e Mar Elias. Secondo queste analisi, la maggior parte dei palestinesi se ne sarebbe quindi andata via stanca di non essere nazionalizzati e di vivere in campi con pochissimi diritti.

Alcuni detrattori del censimento sostengono però che i politici sunniti abbiano sottostimato i numeri per convincere la popolazione a nazionalizzare tutti i palestinesi con una legge, visto le poche migliaia di palestinesi presenti in Libano.

I detrattori spiegano che, solo una volta fatta la legge per nazionalizzarli, si scoprirebbe che il numero dei palestinesi che richiederebbero il passaporto libanese sarebbe molto più alto. Passata la legge però non potrebbe più essere modificata e i sunniti passerebbero da terza comunità religiosa libanese a prima.

Come tutto in Libano, anche i numeri sono sottoposti all’opacità della politica e del settarismo, quindi capire quali siano i veri numeri della comunità palestinese è incerto.

Il 1 ° giugno 2018, il presidente libanese, il cristiano filo siriano, Michel Aoun, ha firmato un decreto di naturalizzazione che garantisce la cittadinanza a 300 persone. Questi individui provengono da vari contesti e religioni, tuttavia tutte apparterrebbero a famiglie ricche e avrebbero legami con Bashar al-Assad.

Avendo presente che nel mondo esistono milioni di persone con origini libanesi e che la maggior parte è cristiana, i cristiani in Libano hanno anche tentato politiche per il ritorno dei cristiani della diaspora. I risultati per ora sono però scarsi, perché vista la crisi economica e i problemi politici che attanagliano il paese, la diaspora preferisce tornare solo per le vacanze. Anzi i libanesi stessi continuano a lasciare il paese ingrandendola.

Il gruppo più grande e più recente di rifugiati arrivati in Libano sono invece i siriani. Bisogna ricordare che il Libano non è, né un firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite relativa allo status dei rifugiati, né del suo Protocollo del 1967. Il governo mantiene una politica di “frontiera aperta” in base alla quale i rifugiati siriani registrati possono vivere e lavorare in Libano.

Il governo libanese, ricorda il sito della Cooperazione allo Sviluppo Italiana, dove si possono trovare molti dati, stima che “il numero effettivo dei siriani giunti in Libano dall’inizio del conflitto in Siria superi il milione e mezzo, costituendo oltre un quarto degli attuali residenti nel Paese dei Cedri. Il Libano è il Paese che al mondo ospita più rifugiati in rapporto alla sua popolazione. Ai 1,2 milioni di profughi registrati ufficialmente dall’UNHCR si sommano circa 42.000 rifugiati palestinesi provenienti dalla Siria, secondo le ultime stime dell’UNRWA. Il 42% della popolazione siriana rifugiata in Libano è composto da bambini e ragazzi in età scolare (dai 3 ai 18 anni). Tra questi, si stima che circa 300.000 bambini siano al momento esclusi dai programmi educativi formali e non-formali”.

Il perdurare della crisi, ricorda il sito della Cooperazione allo Sviluppo, ha “generato effetti devastanti anche sulla sfera economica. Secondo le stime della Banca Mondiale, nel periodo 2012-2014, il Libano ha avuto una riduzione del Pil pari al 2,9% ogni anno, ha raddoppiato il tasso di disoccupazione (oltre il 20%), ha avuto un aumento delle persone che vivono sotto la soglia della povertà, con circa 170mila libanesi che si aggiungeranno alla categoria delle famiglie altamente vulnerabili”.

Secondo i dati dell’Unhcr in Libano vi sarebbero poco più di un milione di rifugiati registrati, ma anche qui le stime variano e molti sostengono che tanti non siano registrati. Second i dati del Unhcr nella Valle della Bekaa vi sarebbero 342.875 rifugiati, mentre nel nord del paese, ve ne sarebbero 243.125, a Beirut, 228.009 e nel sud 104,965.

Con la stabilizzazione del governo siriano di Bashar al-Assad, i rifugiati hanno iniziato a tornare in Siria, sia individualmente che con l’aiuto di Damasco. Il Libano esorta i rifugiati a tornare in Siria, sostenendo di non essere in grado di accoglierli perché sono talmente tanti da costituire il 25% della sua popolazione. Anche nel caso dei siriani, come per i palestinesi, è oggi inverosimile che si possano far diventare libanesi i rifugiati, perché questo muterebbe gli equilibri tra le forze religiose del paese. L’Unhcr sconsiglia invece il ritorno dei rifugiati siriani e si oppone alle politiche libanesi.

Chissà se le masse di libanesi scese in piazza, stufe del sistema settario e corrotto, riusciranno ad avanzare proposte innovative e laiche anche sulla gestione della questione dei rifugiati.