I muri ai confini non sembrano essere più un tabù nemmeno in Europa. Lo conferma il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che a Berlino, durante un incontro organizzato dalla Konrad Adenauer Foundation, ha detto che in Ue è stato aperto “il dibattito sul finanziamento da parte dell’Ue dell’infrastruttura fisica delle frontiere”. Non solo, come riportano le agenzie, Michel ha anche concluso che il problema “deve essere risolto rapidamente perché i confini polacchi e baltici sono confini dell’Ue. Uno per tutti e tutti per uno”.

Le parole di Michel, se non aprono definitivamente ai muri europei, di certo rappresentano delle vere e proprie picconate – per rimanere in tema – a una certa narrazione che per anni ha condannato qualsiasi tipo di chiusura dei confini. Curioso anche che come data scelta per questo discorso venga designata quella dell’anniversario della caduta del Muro per antonomasia, quello di Berlino, che per decenni ha ferito la capitale tedesca. Data simbolica per l’integrazione tedesca ma anche per quella europea, che proprio dalla Germania ha trovato la sua linfa vitale e la sua locomotiva politica. Curioso anche che il luogo di questa dichiarazione sia proprio la città tedesca che ha subito l’esistenza di una barriera al suo interno.

Ma se le coincidenze di certo non giocano a favore di Michel, certamente è interessante che il presidente del Consiglio europeo cambi idee sul punto. E anzi, forse proprio la scelta di Berlino ci aiuta a capire cosa si nasconda dietro questa novità del panorama europeo. Perché è chiaro che qualcosa deve essere cambiato rispetto agli anni in cui all’esodo dal Mediterraneo e dalla rotta balcanica veniva risposto con frontiere aperte, accoglienza indiscriminata e condanna nei confronti dei Paesi che innalzavano barriere di filo spinato.

Che cosa è cambiato? Come si può passare nell’arco di pochissimi mesi, se non settimane, dall’Europa dei confini che spariscono e delle porte aperte, a quella della chiusura delle frontiere addirittura paventando il finanziamento da parte di Bruxelles di barriere fisiche? “Stiamo affrontando un attacco brutale e ibrido ai nostri confini dell’Ue” ribadisce Michel, quasi a giustificarsi di fronte a questa mossa sorprendente. Ma la verità è che dietro questo cambiamento di prospettiva ci sono esigenze molto più pragmatiche e non meno importanti di una crisi di rifugiati che, come spiegato da Matteo Villa, responsabile del Programma migrazioni dell’Ispi, ad Adnkronos, è stato “ingigantito” proprio dalle autorità polacche.

Per capire il problema bisogna innanzitutto capire che per l’Europa adesso è importante risolvere la crisi al confine tra Polonia e Bielorussia per evitare un pericoloso effetto-domino in un un’area, quella di Visegrad, già densa di insidie per l’impalcatura Ue. Il confine orientale è debole e le spine nel fianco sono molte, la Polonia serve all’Ue per blindare quel sistema e ricomporre le varie fratture sorte sullo stato di diritto e sui fondi europei. Aprire ai muri significa mostrare a Varsavia un canale di dialogo per superare le divisioni e provare a discutere su altri punti che stanno a cuore all’agenda di Bruxelles.

Dall’altro lato, il fatto che Michel abbia parlato di muri a Berlino è simbolico. Perché è proprio la Germania a essere il primo Paese interessato a qualsiasi eventuale flusso di migranti. Nessuna rotta migratoria proveniente dalle frontiere orientali dell’Ue si ferma negli Stati di primo approdo, ma tutti cercano di raggiungere il cuore industriale ed economico: il territorio tedesco. Per Berlino, che si trova a dover gestire anche la nascita di un governo complesso come quello della “coalizione semaforo”, è utile avere la garanzia che la Polonia sia una barriera a eventuali flussi migratori. E serve che l’Europa non si metta di traverso anche per escludere che da Varsavia continuino a soffiare venti di frattura con l’Ue che non aiutano né la politica tedesca né la sua industria.

Che la Germania sia ben contenta di questo rafforzamento delle frontiere polacche (e di ricomporre soprattutto il dissidio tra Varsavia e Bruxelles) lo dimostrano anche le parole al miele di Horst Seehofer, ministro dell’Interno in quota Csu, che ha detto anzi che Germania e Polonia “non possono farcela da sole”. Dichiarazioni che stonano abbastanza con la narrativa promossa anche dalla (quasi ex) cancelliera Angela Merkel, ma che confermano come il vento, anche a Berlino, stia cambiando. L’interesse ora è evitare crisi migratorie, anche se queste appaiono, come dicono gli esperti, ingigantite cavalcate per altri fini. Per colpire Lukashenko? Vladimir Putin? Per blindare i rapporti tra Polonia e Unione europea? Difficile dire quale sia l’interesse prevalente. Di certo è curioso che su questo fronte si parli di “guerra ibrida” mentre per altri è solo un flusso migratorio dovuto alla disperazione.

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