L’Unione europea (Ue) potrebbe sbloccare gli assetti navali di Eu Navfor Med, l’operazione lanciata nel maggio 2015 e recentemente estesa fino al marzo 2020, aumentando il numero di migranti e rifugiati che sbarcheranno in Italia e a Malta in attesa di essere ridistribuiti negli altri Stati membri su base volontaria. La missione guidata dall’ammiraglio italiano Enrico Credendino dovrebbe svolgere due ruoli, entrambi importanti per il Mediterraneo centrale e in particolare per l’Italia: contrastare il traffico di esseri umani e far rispettare l’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in Libia.

C’è un piccolo problema: la missione navale non ha le navi

Dallo scorso aprile, infatti, gli Stati membri hanno deciso di sospendere le attività di pattugliamento dell’operazione militare in conseguenza della cosiddetta “politica dei porti chiusi” dell’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini. In teoria le navi ci sono, ma sono ormeggiate nei porti in attesa di una decisione politica. E questa decisione potrebbe arrivare a breve dopo l’intesa raggiunta al mini-summit di Vittoriosa, presso La Valletta, dai ministri degli Interni di cinque dei 28 Stati membri: la nuova titolare del Viminale, Luciana Lamorgese, alla sua prima uscita internazionale; l’omologo francese Christophe Castaner; il ministro dell’Interno della Finlandia, Paese che ha la presidenza di turno del Consiglio Ue, Maria Ohisalo; il collega di Malta, Michael Farrugia; il ministero dell’Interno della Germania, Horst Seehofer; più il greco Dimitris Avramopoulos, che è il commissario Ue per gli Affari interni.

Cosa prevede l’accordo di Malta

Sono tre i punti principali al centro dell’accordo raggiunto a Malta:

  1. Rapida redistribuzione dei migranti e richiedenti asilo entro quattro settimane dallo sbarco
  2. I porti saranno messi a disposizione a rotazione, ma su base volontaria
  3. L’intesa riguarda soltanto i migranti salvati in mare dalle unità militari che pattugliano il Mediterraneo o dalle navi delle Ong, escludendo quindi gli sbarchi autonomi

Peccato che l’accordo, nonostante sia stato definito “storico” dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, sia ancora un progetto embrionale e non è ancora chiaro quanti Paesi comunitari vi aderiranno. Qualche indicazione in tal senso la fornirà il Consiglio Giustizia e Affari interni previsto il 7 e 8 ottobre a Lussemburgo, primo vero “esame” per la neoministra Lamorgese, già capo di gabinetto al Viminale sia con Angelino Alfano che con Marco Minniti. L’intesa ha però suscitato diverse perplessità, anche da parte delle organizzazioni non governative che operano in mare, contrarie al coinvolgimento della Guardia costiera libica (l’intesa firmata a Malta invita a “non ostacolare” le sue attività) e preoccupate dall’eventualità di dover percorrere circa 3.500 miglia nautiche per sbarcare a Helsinki i migranti salvati davanti alle coste nordafricane.

Sbarchi autonomi, un nervo scoperto

Il problema principale è che gli sbarchi autonomi sono totalmente esclusi dall’accordo. Se l’intesa di Malta venisse attuata oggi, infatti, coprirebbe solo una minima una parte degli arrivi reali sulle nostre coste. Secondo l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), circa il 91% delle 15.095 persone sbarcate in Italia dal giugno 2018 all’agosto 2019 lo ha fatto in maniera autonoma. Solo il 9% (1.346 persone) di chi è sbarcato in Italia lo ha fatto dopo essere stato soccorso in mare.

Secondo le previsioni più ottimistiche, se l’accordo di Malta fosse entrato in vigore nel giugno dell’anno sorso, l’Italia sarebbe riuscita a ricollocare fino ad agosto circa il 90% degli sbarchi “ufficiali”: ovvero 1.211 persone su 15.095, vale a dire l’8% del totale. Un risultato davvero magro per un’intesa che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe essere il grimaldello per scardinare il Regolamento di Dublino che assegna al Paese di prima accoglienza tutto l’onere della gestione delle migrazioni, penalizzando non solo l’Italia, ma anche la Grecia e la Spagna. Vale la pena ricordare che la rotta del Mediterraneo centrale rappresenta solo il 10% dei 73.761 arrivi registrati in Europa via mare e via terra dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) nei primi sette mesi del 2019.

Le rotte dei migranti per raggiungere l'Europa (Infografica di Alberto Bellotto)
Le rotte dei migranti per raggiungere l’Europa (Infografica di Alberto Bellotto)

Le rotte orientali (58%) e occidentali (32%) hanno numeri più alti. Basti pensare che la Spagna e la Grecia, con rispettivamente 26.890 e 24.351 arrivi ciascuno, hanno accolto oltre cinque volte più dell’Italia.

Il ritorno di Sophia

La situazione potrebbe mutare sensibilmente con Eu Navfor Med operazione Sophia. L’ammiraglio Credendino si è detto “molto fiducioso” che gli assetti navali “congelati” lo scorso marzo verranno autorizzati a tornare in mare. “Sophia è un’operazione navale che, per definizione, ha bisogno delle navi per assolvere a tutti i compiti”, ha detto il comandante italiano secondo quanto riferito da Agenzia Nova. Sophia ha recuperato 45mila persone in mare dall’inizio delle attività nel 2015, circa il 9% del totale delle vite salvate in mare, ma è senza navi da circa sei mesi. Attualmente, infatti, Eu Navfor Med opera con sei aerei e un drone (fornito dall’Italia). “Nel 50% dei casi – ha detto ancora Credendino – siamo quelli che scoprono per primi un gommone in difficoltà con dei migranti a bordo. Diamo l’allarme a tutti i competenti Maritime Rescue Nation Centre – italiano, libico, tunisino e maltese – in modo che si possa intervenire per salvare vite umane. Gli aerei sono fondamentali, ma servono anche le navi per completare tutti i task”. Il grosso del lavoro “sporco” lo svolge la Guardia costiera libica, peraltro addestrata dalla missione europea (circa 500 libici sono stati formati dal 2015 ad oggi): più di un salvataggio su due oggi è opera dei libici. Le navi militari europee, in altre parole, tornerebbero a fare i salvataggi che fanno oggi le ong, con un conseguente aumento dei flussi lungo la rotta del Mediterraneo centrale.

Qualcuno ha detto embargo?

C’è infine un altro aspetto, per certi versi paradossale, del lavoro di Eu Navfor Med che spesso non viene considerato: l’embargo Onu sulle armi. La numero due delle Nazioni Unite in Libia, la statunitense Stephanie T. Williams, ha dichiarato quasi sconsolata, e per ironia della sorte proprio durante un forum organizzato Eu Navfor Med a Roma, che “senza un robusto meccanismo di enforcement l’embargo rimarrà lettera morta”. È interessante notare che il ritiro delle navi di Eu Navfor Med è praticamente coinciso con l’inizio del conflitto militare a Tripoli il 4 aprile. Da allora le Nazioni Unite hanno registrato circa 40 presunte violazioni dell’embargo a beneficio di entrambi le parti in causa: da una parte il Governo di accordo nazionale di Tripoli, sostenuto in particolare da Turchia e Qatar; dall’altra l’Esercito nazionale libico con sede centrale a Bengasi, appoggiato in particolare da Emirati Arabi Uniti ed Egitto, e in seconda battuta anche da Francia e Russia. Armi (anche tecnologicamente avanzate come droni e missili anti-carro) potrebbero potenzialmente finire nelle mani dello Stato islamico, che ha approfittato del caos libico per riorganizzarsi dopo essere stato cacciato da Sirte. Un fenomeno, quello del terrorismo, che potrebbe intrecciarsi con i flussi migratori. Una parte non trascurabile degli sbarchi autonomi, infatti, non vengono registrati e portano in Italia veri e propri “fantasmi” che non chiedono asilo politico e non vogliono farsi identificare. Quantificarli è impossibile: le stime vanno da qualche centinaio a poco più di un migliaio. Eppure sono proprio loro, potenzialmente, a creare maggiori problemi di sicurezza connessi al pericolo terrorismo.

AAA leadership italiana cercasi

Ormai sembra esserci una componente farsesca in quasi tutte le storie libiche: a vigilare sull’embargo delle Nazioni Unite è una missione navale europea guidata da un ufficiale italiano privo di navi, mentre a combattere la guerra in Libia ci sono pochi libici e sempre più stranieri.

La mappa delle potenze straniere in Libia (Infografica di Alberto Bellotto)
La mappa delle potenze straniere in Libia (Infografica di Alberto Bellotto)

Nonostante la prospettiva di una nuova Conferenza internazionale che dovrebbe tenersi a Berlino il 19 novembre, nel Paese nordafricano si combatte oggi con maggiore intensità rispetto alle scorse settimane. Non a caso nella prima settimana di settembre un centinaio di mercenari russi è arrivato in Libia per combattere al fianco delle forze del generale Khalifa Haftar. Ormai nell’ex Jamahiriya di Gheddafi si combatte una guerra per procura stile Siria, in scala ridotta e a bassa intensità, con poche migliaia di uomini sul terreno ma una grande quantità di aiuti stranieri. Una partita, quella in Libia, che l’Italia rischia seriamente di perdere senza un cambio di passo che però tarda ad arrivare. L’ultima riunione internazionale a New York co-presieduta pochi giorni fa dal nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, con il collega Jean-Yves Le Drian, non ha prodotto un documento finale condiviso, ma solo una dichiarazione dei due co-presidenti: un segnale che la “leadership italiana” sul dossier libico, riconosciuta dagli Stati Uniti fino a pochi mesi fa, è ormai un ricordo sbiadito.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME