Mancavano solo Serbia e Croazia. Le due repubbliche balcaniche forse più importanti, le due protagoniste della guerra di Iugoslavia. Divise da tante differenze, unite ora nella decisione di costruire un muro ai confini meridionali, rispettivamente con la Macedonia e appunto con la Serbia.

La notizia è stata diffusa oggi dal quotidiano serbo Danas, che ha annunciato come fonti vicine al premier serbo Aleksandar Vučić abbiano rivelato che il governo di Zagabria sia pronto ad erigere una barriera confinaria lungo il confine serbo-croato per ridurre e regolare il flusso dei profughi che da mesi lo attraversano nel loro viaggio verso nord.

Nel caso che questo muro dovesse effettivamente venire eretto Belgrado sarebbe pronta a fare altrettanto alla frontiera con la Macedonia. Quando anche questi due confini dovessero essere blindati dalle barriere in filo spinato, i Balcani avrebbero perso anche l’ultimo confine non militarizzato.

I primi, in estate, erano stati gli Ungheresi, con l’ormai celebre muro di Viktor Orbán. Una barriera di rete d’acciaio e filo spinato che aveva suscitato la reprimenda dell’Unione Europea, ancora infatuata dalla politica delle “porte aperte” sposata come una bandiera da Angela Merkel.

Quindi, con il procedere dei mesi e la successione ininterrotta della marcia dei migranti, tra novembre e dicembre anche Austria , Slovenia  e Macedonia  hanno a vario titolo annunciato misure analoghe. Per i migranti sbarcati in Grecia sono ora dunque almeno cinque le barriere di confine da attraversare prima di giungere in Germania.Quella che un tempo veniva chiamata “la polveriera d’Europa” è tornata ad essere solcata da confini militarizzati come non avveniva, in tempo di pace, da prima della Seconda Guerra Mondiale. Da tempo gli osservatori internazionali prevedono che la rotta balcanica, interrotta dal filo spinato, possa essere deviata a ovest fino a trasformarsi in rotta adriatica. Quella che può lambire ed investire anche il nostro Paese.

Recentemente, la Ue ha stimato che entro il 2017 possano entrare nell’Unione fino a tre milioni di migranti.

Quella dei muri, però, non è una soluzione adottata solamente dagli Stati balcanici. Barriere contenitive sono sorte a macchia di leopardo lungo tutte le rotte battute dai disperati in fuga dalle guerre o in cerca di migliori condizioni di vita.

Nel 2012 la Grecia ha iniziato la costruzione di una barriera costata tre milioni di euro lungo il confine terrestre con la Turchia e altri tratti di muro sono stati edificati lungo la frontiera turco-bulgara. Dal giugno 2015 il porto francese di Calais è stato dotato di una robusta barriera che dovrebbe impedire l’assalto dei migranti ai traghetti diretti in Inghilterra e in dicembre e a gennaio sono stati reintrodotti i controlli sul ponte di Oresund, che collega Svezia e Danimarca.

Infine vanno segnalati i casi delle due città autonome di Ceuta e Melilla, che sorgono sul continente africano ma appartengono alla Spagna. Entrambe sono protette da un’alta barriera metallica finanziata con i contributi della Commissione europea. Sotto la spinta dell’immigrazione dal Sud del mondo, i muri di confine sono tornati protagonisti della geopolitica europea, come non accadeva dalla fine degli anni Ottanta.

Meno di un anno fa, sette dei dieci muri che abbiamo preso in considerazione non esistevano. Nel giro di pochi mesi la parte sud-orientale del Vecchio Continente è stata solcata da trincee e reticolati che ricordano quelle delle ultime guerre. Nel resto d’Europa, sempre più Paesi richiedono nuove barriere, non più fisiche ma legali, alla libera circolazione di uomini e di mezzi. È solo questione di tempo prima che il Trattato di Schengen, che di questa libertà era stato la bandiera, sia chiamato alla prova suprema. Quella che deciderà della sua stessa sopravvivenza.