La situazione per quanto riguarda la presenza di immigrati transitanti tramite la rotta balcanica con l’obiettivo di raggiungere l’Unione europea e bloccati in Bosnia è sempre più problematica. Una vera e propria emergenza umanitaria e sanitaria ma anche una “bomba” che rischia di esplodere a causa delle ingenti difficoltà delle istituzioni bosniache nel fornire un’adeguata risposta alla crisi.

Da quando Croazia, Ungheria e Slovenia hanno chiuso le frontiere, il numero dei migranti bloccati in Bosnia si è alzato vertiginosamente. Del resto non ci si può nemmeno aspettare che sia la Bosnia a prendersi carico di migliaia di immigrati provenienti da Afghanistan, Pakistan, Siria, Turchia e Nord Africa, a prescindere dai 34 milioni di euro stanziato dall’Unione europea a partire dal 2018.

I finanziamenti sono importanti perché, in loro assenza, non si possono istituire le necessarie strutture per poter affrontare il problema. E’ però altrettanto vero che riversare la responsabilità di gestire il fenomeno sulla Bosnia, limitandosi a fornire fondi, non è certo il modo migliore per risolvere il problema.

La Bosnia-Erzegovina è un Paese che ancora oggi deve far fronte a tensioni etnico-religiose che da sempre la caratterizzano e che tra il 1992 e il 1995 sfociarono in una sanguinosa guerra civile tra musulmani bosniaci, serbo-bosniaci e croato-bosniaci, supportati dai rispettivi attori esterni.

A ciò vanno ad aggiungersi la pesante crisi economica, l’instabilità politica, l’elevato tasso di disoccupazione giovanile, il problema legato alla radicalizzazione di stampo islamista (dalla Bosnia sono partiti circa 350 foreign fighters per unirsi ai gruppi jihadisti in Siria) ed anche discrepanze giuridiche che hanno recentemente portato all’impossibilità, da parte di un tribunale di Velika Kladusa, di condannare un cittadino algerino di omicidio in quanto, secondo il parere della corte, non vi era modo di stabilire con certezza l’identità dell’imputato. Una dinamica dalla quale si sono però discostate altre corti come quella di Tuzla e di Una-Sana.

Vi è in aggiunta un’ulteriore problematica, di non poco conto, che riguarda la struttura decentrata del governo bosniaco. Una decisione presa “a monte” potrebbe dunque non essere necessariamente implementata “a valle”, come già illustrato a Euronews dal coordinatore dei Balcani occidentali per l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), Peter Van der Auweraert: “Abbiamo dovuto farci strada attraverso il governo federale, il governo statale, le autorità comunali e quelle municipali”.

Van der Auweraert ha poi illustrato come la decisione sull’assegnazione di alloggi venga presa a livello statale, mentre quella di chiuderli può essere presa anche da istituzioni locali, come nel caso della chiusura del campo di Bira, vicino Bihac. Del resto a livello locale sono ben pochi i politici disposti a schierarsi a favore dell’apertura di campi profughi sul proprio territorio.

Un caso esemplare di campo profughi totalmente allo sbando è quello di Vucjak, allestito in maniera improvvisata dal consiglio comunale di Bihac nel momento in cui la popolazione locale ha iniziato a rivoltarsi contro la crescente presenza di immigrati. Il sito, precedentemente utilizzato come discarica, è a pochi chilometri da quel confine croato tanto ambito dagli immigrati. Privo di acqua ed elettricità, il campo può contenere all’incirca duemila persone, ma ve ne sono altrettante che dormono all’esterno e che cercano quotidianamente di fare ingresso al suo interno.

Secondo i dati forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), dal 2018 sarebbero più di 40mila gli immigrati registrati in Bosnia mentre attualmente sarebbero circa 7mila quelli in transito. MSF ha invece reso noto che soltanto nel 2019 sarebbero arrivati in Bosnia circa 20mila profughi. Chiaramente, l’obiettivo di tutti è quello di riuscire a raggiungere l’Unione europea.

La Bosnia si fa oggi carico di più della metà degli immigrati presenti nell’area balcanica, trovandosi del resto al centro della cosiddetta “rotta balcanica”. È impossibile anche solo lontanamente pensare che il paese balcanico possa farsi carico da solo di un fenomeno così complesso e sarebbe forse il caso di affrontare il problema a monte, nei luoghi di partenza di tali flussi. Non va inoltre dimenticato che il rischio d’infiltrazione di jihadisti di ritorno all’interno di tali flussi è particolarmente elevato, con tutte le relative e possibili conseguenze per i Paesi della penisola balcanica e per l’Unione europea.