Con il 2020 si è aperto un nuovo decennio caratterizzato da diverse sfide e problematiche di caratura globale. In un certo senso, il ventennio appena trascorso ha cambiato il mondo in quanto fonte di eventi, sconvolgimenti e sviluppi che hanno notevolmente evoluto l’ordine mondiale, portando all’emersione geopolitica di nuovi attori (Cina e India in primis) e a uno spostamento del baricentro degli interessi economici globali verso l’Indo-Pacifico. Un solo continente appare, nella cronaca mediatica quotidiana, relativamente marginale: l’Africa. Tale impressione è dovuta più all’insufficiente conoscenza del “continente nero” che a un reale stato di cose. L’Africa si presta a essere il continente più strategico del prossimo decennio per l’intensificarsi della corsa al controllo delle sue risorse, per l’ascesa economica e demografica dei Paesi membri, per i nuovi e vecchi focolai di instabilità e per la discussione sul fenomeno dell’immigrazione verso i Paesi occidentali.

Altro che “Hic sunt leones”. L’Africa del XXI secolo è un ricettacolo di esperimenti politici autonomi (dall’Etiopia del giovane premier Premio Nobel Abiy Ahmed Ali alla gigantesca e problematica Nigeria) sovrapposti a vecchie logiche che vedono coinvolte le potenze più interessate al suo controllo, europee e no. La Francia soffre l’assedio economico e politico della Cina, tanto che Emmanuel Macron ha dovuto ridisegnare l’architettura dell’unione monetaria del franco Cfa al fine di ricompattare la Françafrique, gli Stati Uniti si insediano nel Corno d’Africa, Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi presidiano il Mar Rosso, tutti concorrono al grande gioco del “land grabbing” cercando nell’Africa il futuro granaio del mondo.

L’Africa è un continente dove crescita e miseria coesistono. Il continente dei Paesi a più alta crescita media del Pil vede Etiopia, Ruanda, Costa d’Avorio e Tanzania posizionarsi ai vertici della classifica tematica e contribuire a un trend generale di abbattimento della povertà assoluta che non risolve, tuttavia, ogni focolaio di miseria e deprivazione. L’Africa resta, mediamente, un continente relativamente sottopopolato, ma il gap con il numero di abitanti per chilometro quadrato del resto del pianeta sarà ampiamente colmato entro la metà del secolo. Si prevede che da poco più di un miliardo gli africani arrivino ad essere tra i tre e i quattro miliardi entro il 2050: ciò, unitamente ai tassi di crescita dell’economia che non necessariamente si terranno a alti livelli per altrettanto tempo, pone due questioni da tenere in considerazione.

La prima è quella securitaria. Negli Anni Novanta l’Africa ha conosciuto la spaventosa catastrofe del genocidio in Ruanda incentivato, tra gli altri fattori, da un problema di percepita sperequazione nella gestione delle risorse alimentari ed economiche del Paese. L’Africa presenta veri e propri “buchi neri” geopolitici come l’area del Lago Ciad infestata tuttora dalla presenza di Boko Haram e la Somalia che rimane tra gli ultimi Stati falliti del pianeta. La corsa all’accaparrarsi le risorse vede ora coinvolti anche i Paesi dell’Africa contemporanea. Il presunto imperialismo idrico etiope e la continua guerra di tutti contro tutti che sconvolge il Congo ne sono plastici esempi. L’aumento demografico e l’inizio di fenomeni di ampio squilibrio tra i livelli di benessere e sviluppo di diversi Paesi pone per il prossimo decennio l’attenzione su possibili conflitti.

La seconda è relativa al tema dell’emigrazione. I Paesi africani sono, come noto, il maggior serbatoio di migranti diretti verso l’Europa e i Paesi più sviluppati del resto del mondo. Sino ad ora i Paesi occidentali e i governi africani non hanno saputo trovare una vera e propria soluzione al fenomeno, che sotto la spinta della crescita demografica rischia in futuro di incentivarsi. Si pone la questione, specie per l’Occidente, di capire come coinvolgere l’Africa in un processo di sviluppo che risolva attraverso l’incentivazione interna della crescita del capitale umano, dell’impresa e dei servizi il drammatico fenomeno dell’emigrazione di persone che, in larga parte, rappresentano la fibra più dura delle società nazionali: classi medie istruite che cercano altrove la fortuna che economie in crescita ma tuttora rigide non riescono a garantire. Alimentando, al contempo, un circolo di sfruttamento e criminalità. Urge, dunque, rendere effettivo il “diritto a non emigrare” teorizzato da Papa Benedetto XVI: in sostanza, il diritto per i potenziali migranti e i loro Paesi di provenienza a un rispetto completo capace di prevenire il loro stato di indigenza prima ancora che di limitarne le conseguenze, l’invito a una reale cooperazione tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo capace di dare i propri frutti.

L’Africa è un continente da tenere d’occhio con attenzione. Dinamica e instabile, è tutto fuorché un buco nero della mappa della geopolitica mondiale. Di cui continua, tuttavia, a rimanere oggetto e non soggetto. Continente giovane, in crescita economica e pieno di enormi contraddizioni, farà parlare di sé nei prossimi anni. Invitando progressivamente le maggiori potenze a capire che è necessario inserire l’Africa nelle agende delle discussioni internazionali. Prima che problemi endemici e focolai di instabilità prendano il sopravvento.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
Leggi il reportage