C’erano 17 campi sparsi tra gli uliveti e le sterpaglie di El Amrai. Tende strappate dal vento, baracche costruite con materiali di fortuna come plastica e legno marcio, resti di fuochi accesi la sera per cucinare o solo per scaldarsi. Luoghi fuori dal tempo, fuori da ogni diritto. Luoghi dove oltre ventimila migranti africani avevano trovato rifugio, ma anche rassegnazione.
Adesso quei campi stanno scomparendo. Le ruspe, come artigli meccanici, li stanno cancellando uno dopo l’altro. Le autorità tunisine hanno intrapreso un’operazione di vasta portata lungo la fascia costiera prospiciente il continente europeo, situata a meno di centosessantuno chilometri dalle isole italiane più periferiche. La motivazione ufficiale addotta concerne il “ripristino dell’ordine pubblico, della salubrità e della sicurezza“. Ma oltre a queste ragioni, si nascondono meccanismi più intricati, comprensivi di timori, tensioni e interessi specifici. È un malcelato tentativo di rimettere ordine non tanto nei territori, quanto nella percezione collettiva, mirando a far sparire ciò che disturba, e farlo in fretta.
I campi, costruiti su terreni privati, erano lì da mesi, alcuni forse da anni. Si erano sviluppati ai margini di città come Sfax, seconda per grandezza solo alla capitale Tunisi, in aree di confine fra periferia urbana e campagna bruciata dal sole. In quelle baracche vivevano uomini e donne fuggiti da guerre dimenticate, crisi climatiche, carestie. E bambini. Alcuni nati lì, senza nome nei registri, senza documenti identificativi, e riconoscimento di cittadinanza.
Da diversi mesi, i residenti di El Amra e Jebeniana, due centri urbani situati nella zona settentrionale di Sfax, manifestavano il proprio dissenso. Le loro segnalazioni vertevano su episodi di aggressione, furto e conflitti interpersonali. L’intensità delle loro rimostranze è progressivamente aumentata, culminando in proteste, sit-in e dichiarazioni minacciose da parte di esponenti politici locali. Il malcontento si è trasformato in pressione. E la pressione, com’è noto, in Tunisia sfocia sempre in un intervento delle forze dell’ordine.
Il portavoce della Guardia nazionale, generale di brigata Hossam Eddine Jababli, ha esposto la narrazione ufficiale relativa all’operazione intrapresa al fine di “salvaguardare la salute e la sicurezza pubblica“. L’intervento ha condotto all’arresto di duecento migranti provenienti dall’Africa subsahariana, al sequestro di armi bianche asseritamente “occultate in depositi improvvisati” conformemente alla versione divulgata, e all’avvio di consultazioni con organizzazioni internazionali volte a facilitare il rimpatrio volontario di coloro che esprimano il desiderio di ritornare nei propri paesi d’origine. Ma il termine “volontario”, pronunciato con una certa reticenza, assume la connotazione di un eufemismo dal sapore amaro.
Il presagio di deportazioni coattive incombe sulla Tunisia da tempo. Ogni nuova operazione riattiva i timori di coloro che, in precedenza, furono trasferiti con mezzi di trasporto e abbandonati nell’isolamento desertico. Confini sbriciolati, senza accoglienza né mediazione. Algeria o Libia, cambia poco, in quei luoghi mancano risorse idriche, legalità e compassione. I migranti sono consapevoli che, in molte circostanze, la promessa di trasferimento in strutture di accoglienza si traduce nell’essere rilasciati in zone remote e desolate, senza preavviso alcuno. Il sospetto è divenuto prassi. Nei gruppi virtuali in cui i migranti condividono informazioni vitali, le autorità tunisine e persino l’Organizzazione internazionale per le migrazioni sono divenute oggetto di una diffusa sfiducia. Il timore non trae origine da congetture cospirative, ma da eventi pregressi concreti, registrati e documentati, come quando, un anno addietro, la Tunisia intraprese una delle più estese operazioni di sgombero mai osservate, con demolizioni di accampamenti, numerosi arresti e trasferimenti forzati di migranti, spesso nel silenzio dei media e nell’indifferenza delle istituzioni internazionali.
A quei fatti è seguita una reazione. Attivisti e dimostranti hanno manifestato pubblicamente, occupando lo spazio antistante la sede dell’Unione Europea. Esprimevano la propria condanna per le prevaricazioni subite dai migranti e rivendicavano diritti fondamentali e riconoscimento per gli stessi. Le autorità hanno replicato secondo modalità consuete, ricorrendo ad arresti e formulando accuse. I verbali ufficiali menzionano reati finanziari connessi alla fornitura di assistenza ai migranti, ma coloro che conoscono gli imputati sono consapevoli che il loro “reato” è stato portare acqua, generi alimentari e medicinali negli insediamenti.
A Monastir, domenica scorsa, il presidente Kais Saied ha provato a smorzare le polemiche. Ha detto che lo smantellamento è avvenuto senza violenze né coercizione. Che l’intervento è stato guidato da principi morali, da un’idea di umanità. Che nessuno è stato costretto, che le proprietà vanno protette. Ma le parole, pronunciate con tono misurato, non bastano a cancellare le immagini. Non nascondono la realtà, la priorità resta il controllo, non la compassione. Lo smistamento dei migranti in un terreno statale a Bir Mellouli, a sud-ovest di Sfax, non è una soluzione. È un contenitore di disagio. Un recinto provvisorio. Non c’è un piano, non ci sono garanzie. Solo una nuova periferia, più lontana, più isolata. Dove la sofferenza può continuare senza dare troppo fastidio.
Nel frattempo, il mare resta l’unica via di fuga. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha registrato 432 migranti partiti dalla Tunisia e giunti in Italia tra gennaio e febbraio. Un numero esiguo se confrontato con la portata della disperazione, ma sufficiente a preoccupare governi e funzionari europei, i quali prediligono accordi con chi promette di mantenere chiuse le frontiere, o meglio, di tenere nascosti gli indesiderabili.
Così, il paese guidato da Saied blocca, arresta, respinge. In cambio, riceve fondi, legittimazione diplomatica, e l’illusione di avere un ruolo in un gioco in cui, in realtà, è solo pedina. I migranti, al contrario, continuano a vivere sradicati da territori a cui non sentono più di appartenere, respinti da confini che ignorano la loro esistenza. Identità dissolte nel linguaggio burocratico di chi li definisce “flussi” o “emergenze”.
Anche se la Tunisia demolirà ogni baracca, la disperazione di chi le ha costruite resterà. E allora rimane il mare. Sempre lui. Un mare che inghiotte silenziosamente. Un mare che non chiede passaporti. Un mare dove tutto può finire, o ricominciare.