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L’estate 2017 verrà ricordata, sul fronte dell’immigrazione, come quella degli ‘sbarchi fantasma’: le coste siciliane e sarde hanno visto, da giugno e fin oltre il mese di settembre, centinaia di barconi o di gommoni approdare presso le proprie spiagge senza alcun controllo e con diversi migranti fuggire a piedi nelle campagne circostanti; pur tuttavia, oltre al riaccendersi delle rotte tunisine ed algerine, che hanno fatto da contraltare alla diminuzione degli approdi dalla Libia, la bella stagione appena passata è stata anche caratterizzata dall’apertura di un nuovo canale sfruttato dai trafficanti di esseri umani che, come obiettivo ultimo, ha l’arrivo di centinaia di persone presso le nostre coste. Il riferimento è alla ‘rotta turca’: un fenomeno già visionato per la verità subito dopo la chiusura della rotta balcanica nel marzo 2016, ma che adesso appare sempre più accentuato e che ha nell’utilizzo delle barche a vela la propria principale peculiarità.

Una rotta sempre più trafficata

La Turchia, dal 2011 in poi, è stato un vero e proprio crocevia per le dinamiche che hanno interessato il Medio oriente dallo scoppio delle primavere arabe in poi; dal paese anatolico sono transitati, specialmente durante i primi anni del conflitto siriano, migliaia di europei di origine magrebina od europei convertiti all’Islam appartenenti alla galassia jihadista: non a caso, l’itinerario che dalle coste occidentali turche porta fino al confine con la Siria è stato ribattezzato ‘Autostrada della Jihad’ ed ha contribuito ad aumentare l’instabilità di un paese precipitato nelle grinfie oscure della guerra.  Quello stesso itinerario è stato poi percorso all’incontrario da migliaia di cittadini siriani, i quali per fuggire dalle aree più calde colpite dal conflitto, hanno viaggiato fino alle coste greche per provare, da lì, la risalita verso i paesi del nord Europa: è stata aperta così la cosiddetta ‘rotta balcanica’, che ha interessato la Grecia e tutti i paesi dell’ex Jugoslavia, oltre ad Ungheria ed Austria.

L’emigrazione tramite i paesi balcanici aveva come approdo principale la Germania: il punto più critico si è raggiunto nella primavera del 2016 quando, dopo una politica di accoglienza molto permissiva da parte del governo di Angela Merkel, tanto Berlino quanto le altre cancellerie dell’Europa centro – orientale hanno iniziato a mettere in discussione una linea volta all’apertura incondizionata delle frontiere. E’ in questo contesto che è maturato l’accordo tra UE e Turchia, che consiste nel pagamento di tre miliardi di Euro all’anno da parte di Bruxelles verso Ankara in cambio della chiusura della rotta balcanica e della presa in custodia dei migranti nel paese anatolico; da allora, il tragitto che risale lungo i paesi dell’ex Jugoslavia è stato percorso da sempre meno migranti. Pur tuttavia, dalla Turchia si è continuato a partire: prima solo casi isolati di persone riuscite a raggiungere le vicine isole greche, poi invece un lento ma progressivo aumento fino ai dati degli ultimi mesi diffusi dal Viminale in cui, oltre ad evidenziare l’incremento di approdi da Tunisia ed Algeria, si fa riferimento anche alla rotta turca.

Le dinamiche della nuova rotta del Mediterraneo

Si parte, come detto, in barca a vela: a rivelarlo sono diversi video girati tanto dagli inquirenti greci quanto italiani; nel nostro paese una delle più importanti operazioni che ha avuto come oggetto la rotta turca, risale allo scorso 22 luglio. In quell’occasione, in particolare, gli uomini della Guardia di Finanza di Siracusa hanno intercettato un veliero con almeno cinquanta migranti a bordo in procinto di sbarcare presso le coste della Sicilia orientale; in alcuni casi, le barche a vela riescono anche a confondersi con quelle dei turisti e quindi a sfuggire ai controlli dei radar. I dati forniti dall’Europol parlano di almeno 150 imbarcazioni intercettate ed in procinto di approdare in Italia ed in Grecia; chi arriva nel nostro paese, sceglie soprattutto la provincia di Siracusa, così come la Calabria Jonica ed il Salento. Tra gli ‘sbarchi fantasma’ registrati nell’ultima estate, alcuni erano afferenti alla rotta turca ed effettuati dunque con barche a vela partite dalla parte occidentale della Turchia.

Le indagini degli inquirenti italiani e dell’Europol hanno permesso di individuare alcune delle più importanti caratteristiche dei viaggi della speranza inerenti la rotta turca; in primo luogo, salpare dal paese anatolico costerebbe almeno seimila euro: ad avventurarsi con le barche a vela sarebbero migranti della stessa nazionalità di coloro che fino allo scorso anno hanno percorso la rotta balcanica, quindi si parla di siriani, iracheni ma anche afghani e pakistani. Il ‘tariffario’ imposto dalle organizzazioni criminali varierebbe in base al numero di migranti a bordo di un’imbarcazione, così come a secondo delle possibilità di ogni singolo soggetto che vuole raggiungere la Grecia o l’Italia e questo, di fatto, per coinvolgere una platea più vasta di persone. Ad organizzare i viaggi non sarebbero soltanto singole organizzazioni malavitose turche, bensì anche di gente proveniente dall’est Europa: dagli ucraini ai georgiani, dai russi ai bielorussi ma anche agli azeri, sono diverse le nazionalità di coloro che compongono i ‘vertici’ che gestiscono la nuova tratta di esseri umani.

I numeri sono in costante aumento ed è questo l’elemento che appare più preoccupante: la rotta libica, anche se in parte chiusa e pur se soggetta alle turbolenze afferenti l’ex colonia italiana e che coinvolgono soprattutto i clan di Sabrata, è ancora quella maggiormente utilizzata e che produce anche più vittime nel Mediterraneo; pur tuttavia, l’incremento di sbarchi dalla Tunisia, dall’Algeria ed adesso anche dalla Turchia evidenzia come il nostro paese sembri essere sempre più in balia delle tante rotte aperte nel ‘Mare Nostrum’.

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