Al Awinat è un piccolo centro del sud della Libia, a circa due ore d’auto da Ghat. Si trova dunque nel cuore del Fezzan, la regione meridionale del Paese: da queste parti sono le dune del deserto a caratterizzare il paesaggio, il Sahara è elemento principale e caratteristico non solo della geografia ma anche delle stessi vite degli abitanti di questo grande e suggestivo territorio. Proprio da qui però, nei giorni scorsi, sono arrivati alcuni importanti allarmi di natura umanitaria. L’acqua risulta inquinata e contaminata, molti cittadini non hanno un semplice accesso al bene primario e fondamentale per eccellenza. Per di più nella vicina Ghat, sempre nei giorni scorsi, sono stati registrati casi di pericolosi disturbi riconducibili ad infezioni allo stomaco o a malnutrizione. Due storie distinte forse, ma che testimoniano come nel Fezzan occorra fare presto per evitare vere e proprie crisi umanitarie. 

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“Serve l’aiuto di tutti” 

“I pediatri della zona hanno riscontrato nei bambini evidenze della mancanza di minerali solitamente presenti nell’acqua potabile, come problemi alle gengive o la dimensione del cranio che non è ben formata rispetto alle dimensioni del corpo”. A sottolineare questo grave aspetto è Mansour Khawad, uno dei fondatori dell’organizzazione “Al-Awinat for development”. Lui, insieme a dei volontari di questa regione della Libia, nei mesi scorsi si è battuto per fornire acqua potabile agli abitanti della sua municipalità ed è attualmente impegnato nell’assistenza ad una popolazione sempre più martoriata. Khawad ci tiene a far arrivare anche al di fuori della Libia il grido d’allarme che proviene da queste terre che da sette anni, probabilmente, hanno patito più del resto del paese il caos generato dalla fine di Gheddafi. Via messaggi fa recapitare anche dei video e delle foto che ben esprimono la drammaticità della situazione nella sua Al Awinat: l’acqua sembra assumere una colorazione giallastra mentre esce da alcuni rubinetti della cittadina, nessuno si avvicinerebbe per berla. 

“Per poterla bere in tanti nei mesi scorsi hanno utilizzato metodi molto antichi per purificarla – sottolinea Khawad – i quali consistono nel riempire dei barili e lasciare l’acqua riposare fino a quando i residui non si depositano nel fondo e la colorazione torna chiara. Ma sono metodi inefficaci”. Grazie ad alcune donazioni, l’organizzazione Al Awinat for development ha potuto acquistare ed installare nella cittadina un moderno piccolo depuratore, in grado di produrre 32mila litri di acqua pulita al giorno. “Tutto grazie a donazioni private – ci tiene a sottolineare Khawad – Non c’è stato alcun aiuto da parte delle autorità”. A dire il vero la sensazione è che da queste parti le autorità non esistano proprio: se già a Tripoli la situazione è poco chiara, tra milizie e gruppi che si contendono parti di territorio, nel Fezzan sotto questo profilo la situazione appare ancora più grave. Ed ovviamente a piangerne, in primo luogo, è la popolazione. Si fatica a trovare acqua pulita, al pari di come si fatica ad avere servizi di prima necessità: cibo, medicine, persino l’erogazione di energia non è garantita regolarmente. E la vita diventa dunque terribilmente difficile. 

Anche per riaprire almeno parzialmente il locale presidio sanitario è stato necessario il lavoro di alcuni volontari. Khawad mostra infatti un video dove, nel mese di aprile, alcuni membri della sua organizzazione hanno trovato la struttura ospedaliera di Al Awinat completamente abbandonata. Mentre scorrono le immagini di scatole di medicinali accatastate, di vecchi registri impolverati e di locali lasciati per anni nel degrado, il volontario di Al Awinat for development ci spiega che grazie all’aiuto di alcuni cittadini ad aprile si è iniziato a pulire lo stabile ed a renderlo nuovamente operativo: “Proprio in quei giorni – specifica Khawad – I pediatri ci hanno informato del problema dell’acqua”. Le cause dell’inquinamento sono varie, la soluzione risiederebbe nel finanziamento di una grande opera di rifacimento della rete idrica ma lo stallo politico impedisce l’avvio dei lavori. Come detto ad inizio articolo, anche nella vicina Ghat risultano esserci gravi problemi: “La diarrea ha ucciso almeno due bambini – si legge in un articolo di Vanessa Tomassini su SpecialeLibia – Il Ghat General Hospital ha registrato più di 200 casi a metà novembre”. Al 26 di novembre l’aggiornamento parla di 460 casi di diarrea e vomito, un centinaio almeno i bambini coinvolti. 

Anche l’Onu lancia l’allarme sul Fezzan 

I casi sopra raccontati denotano una situazione al limite del collasso. Ghat ed Al Awinat si trovano nella parte più estrema della Libia, ma è l’intera regione meridionale del paese ad attraversare uno stallo pericoloso sia sotto il profilo politico che soprattutto umanitario. Da sette anni a questa parte il Fezzan è diventato terreno di scontro per molte tribù: dagli Awlad Suleiman ai Qadhadhfa, a cui appartiene la famiglia di Muammar Gheddafi, fino a quelle dei Tebu, popolazione di origine etiope, ed ai Tuareg. Del resto il rovesciamento del governo del rais nel 2011 ha dato contribuito, tra le altre cose, a dare vita in questa regione a numerosi traffici illeciti. Il contrabbando sempre più florido abbraccia di tutto: armi, droga e purtroppo anche esseri umani. La carovana di migranti provenienti dal Sahel e che transitano dal Niger, ha nel Fezzan la porte d’ingresso in Libia. Proprio per contendersi gli affari del contrabbando, approfittando della fase di stallo che vivono Tripoli e l’intero paese, da queste parti si sono infiltrate numerose organizzazioni criminali straniere. A partire dai mercenari che provengono dal Ciad, che nei mesi scorsi hanno anche effettuato incursioni nei pressi di Sebha, la città più grande del Fezzan. Ma qui la popolazione è costretta a vivere con lo spauracchio anche di criminali provenienti dal Sudan, dalla Nigeria e da altri paesi africani. 

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Una terra di conquista, da cui però emergono forti le grida che testimoniano sia rabbia che voglia di riscatto e normalità. Stephanie Williams, vice rappresentante della missione Onu in Libia, nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme: “La situazione del Fezzan rischia di destabilizzare ulteriormente l’intero paese. La mancanza di sicurezza e l’inaccessibilità ai servizi di base in una regione così ricca di risorse sono elementi di destabilizzazione”, ha tuonato nel corso di un incontro con alcuni ambasciatori. Occorre dunque fare presto perchè, tra le dune di un deserto che custodisce gelosamente le tradizioni e le vite di queste popolazioni, la situazione potrebbe degenerare. Parlando con Mansour Khawad, si ha come l’impressione che nessuno da queste parti né pretenda e né si aspetti la manna dall’esterno: quel che si chiede è forse soltanto un po’ di normalità, sia politica che sociale. 

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