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Cinque voli charter, decine di nicaraguensi rimpatriati, nessuna dichiarazione ufficiale. Così, in un silenzio istituzionale che suona come una resa, Managua accoglie i migranti espulsi dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump. Nessuna cerimonia, nessuna presa di posizione pubblica. Solo rampe isolate, scorte militari e discrezione assoluta.

Un ritorno senza volto

Ogni due giovedì, puntuali come un rituale che nessuno vuole raccontare, gli aerei della compagnia Global X atterrano all’aeroporto Augusto C. Sandino. Partono dalla Louisiana o dal Texas, non compaiono negli elenchi ufficiali, ma vengono rintracciati grazie alle piattaforme di tracciamento aereo e alla rete informale di appassionati che fotografano ciò che gli Stati preferiscono non vedere.

Il governo Ortega non fornisce dettagli, non aggiorna più i comunicati sui rimpatri dal 2019. Le operazioni vengono gestite da DIPSA e DEPSA, corpi speciali della sicurezza aeroportuale. I migranti, una volta a terra, vengono condotti lontano dagli sguardi. Il loro ritorno non è un evento, ma un dettaglio da oscurare.

Trump e il patto con l’ombra

Il presidente statunitense ha accelerato le deportazioni. I numeri parlano chiaro: oltre 26.000 persone sono state rimpatriate verso l’America Centrale solo dall’inizio dell’anno, con voli diretti in Guatemala, Honduras, El Salvador e Messico. Anche il Nicaragua è parte di questo mosaico, ma in silenzio. Ortega non protesta, non denuncia. A parole, condanna i maltrattamenti subiti dai migranti. Nei fatti, accetta i rimpatri senza discussione, forse per calcolo geopolitico, forse per necessità.

Nel mezzo, le persone. Uomini e donne accusati di reati mai provati, costretti a tornare in un Paese che li accoglie senza volerli, senza nominarli, senza proteggerli.

L’America Centrale e il nuovo esodo

Accanto ai rimpatri dei cittadini centroamericani, si segnala un dato meno noto ma non meno inquietante: centinaia di migranti provenienti da Asia, Africa e Medio Oriente – iraniani, nepalesi, somali, cinesi, afgani – vengono deportati in Costa Rica e Panama. Il confine sud del continente si trasforma in un deposito globale di esistenze scartate.

Si delinea così un modello: chi fugge dalla povertà o dalla guerra non solo non trova rifugio, ma viene spostato come un problema da contenere, da scaricare altrove.

La logica del silenzio

Dietro le cifre e i voli, resta una domanda: perché tutto questo silenzio? Perché un Paese che si proclama sovrano e antimperialista non prende posizione di fronte a una pratica tanto sistematica quanto umiliante? Il rimpatrio dei propri cittadini dovrebbe essere almeno oggetto di trasparenza, se non di difesa. E invece, il Nicaragua – come molti altri – preferisce voltarsi dall’altra parte.

Un ritorno forzato, in un Paese che non parla. Forse, il modo più brutale per dire che non c’è più nulla da dire.

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