La crisi migratoria tra Polonia e Bielorussia non è la prima a interessare di recente il continente europeo. Al contrario, essa può essere forse considerata in continuità con almeno altre tre precedenti. Quella più nota, anche per i risvolti politici, si è sviluppata tra il 2015 e il 2016 e ha coinvolto la penisola balcanica. Tra il 2016 e il 2017 la crisi dei migranti ha interessato invece il Mediterraneo centrale e quindi l’Italia. Nel 2021 invece i problemi principali hanno avuto luogo nell’enclave spagnola di Ceuta. In comune queste crisi hanno non solo l’approdo di migliaia di migranti nel giro di poche settimane, ma anche una posizione di debolezza politica da parte dell’Europa, facilmente ricattabile dai governi da cui il flusso di profughi si è originato.

La crisi della rotta balcanica

Nel corso del secondo dopoguerra il Vecchio Continente ha avuto a che fare con diverse crisi migratorie. Molte di esse però era causate da specifici fattori economici o politici. Come nel caso dell’afflusso di migranti dall’est Europa dopo il 1989 e la caduta del muro di Berlino. Oppure, in epoca più recente, con la crisi generata dai disordini in Albania nel 1997 o dalle primavere arabe del 2011. Nel 2015 invece, pur in assenza di un evento ben specifico, i Paese dell’est e del nord Europa hanno dovuto fare i conti con un anomalo flusso migratorio lungo i propri confini. A favorirlo è stata l’avanzata dell’Isis tra Siria e Iraq, la quale però andava avanti già da alcuni anni e in quel momento non sembrava potesse rappresentare un elemento in grado di scatenare una crisi umanitaria. Il picco dell’emergenza si è avuto sul finire del 2015, soprattutto tra ottobre e dicembre. Si calcola come più di 300mila persone in quel momento siano riuscite ad accedere nel territorio comunitario. L’epicentro della crisi è stato individuato tra il mar Egeo e la penisola balcanica. Per questo al fenomeno è stato attribuita la nomina di “crisi della rotta balcanica”.

La carovane di migranti sono risalite da Siria, Iraq e Afghanistan, riuscendo in tal modo a raggiungere la Turchia. Da qui poi, con la compiacenza dei locali gruppi di trafficanti, si è presa o la via del mare oppure si è provato a risalire via terra il territorio greco e quello dei Paesi balcanici. Il governo di Atene è stato il primo a essere maggiormente esposto alla crisi. L’isola di Lesbo è diventata la “nuova Lampedusa” dell’Egeo. Qui sono sorti alcuni dei più grandi campi profughi, ancora attivi. La Grecia, uscita malconcia in quel momento dalla crisi finanziaria e dalle rigide imposizioni economiche dettate dall’Ue, si è trovata in difficoltà. Ben presto anche altri governi si sono ritrovati nella stessa situazione. Macedonia del Nord, Serbia, Ungheria, Croazia e Slovacchia hanno sperimentato per la prima volta l’incombenza di dover gestire una crisi migratoria nei propri territori. Meta finale della risalita delle carovane è stata principalmente la Germania. La cancelliera Angela Merkel in un primo momento ha attuato una politica volta all’accoglienza dei profughi. Si calcola che, dai mesi finali del 2015 fino alla prima parte del 2016, solo in Germania sono entrati mezzo milione di migranti. Le pressioni dell’opinione pubblica e dei governi della penisola balcanica, hanno però ben presto portato alla necessità di attenuare i flussi provenienti dalla Turchia.

I governi di Ungheria, Slovacchia, Polonia e Repubblica Ceca hanno rafforzato la propria collaborazione nell’ambito del cosiddetto “gruppo Visegrad“. I rispettivi governi hanno iniziato a chiedere all’Ue misure necessarie a bloccare la risalita dei migranti. Prima però delle risposte provenienti da Bruxelles, i Paesi dell’est Europa hanno pensato a potenziare i controlli alle frontiere e innalzare le barriere esistenti ai confini. Si è generato così uno scontro politico capace di destabilizzare l’intera area balcanica. La crisi migratoria ha iniziato ad attenuarsi soltanto nel marzo del 2016. Una data non casuale. In quel mese infatti l’Ue ha sottoscritto un accordo con la Turchia in cui, in cambio della permanenza dei migranti in territorio turco, Bruxelles si è impegnata a pagare ad Ankara almeno tre miliardi di Euro all’anno. Da quel momento il flusso non si è arrestato del tutto ma si è ridimensionato, tornando a livelli più gestibili. Durante la fase più critica della crisi, si calcola che i movimenti migratori potrebbero aver interessato quasi 800mila persone.

La crisi del Mediterraneo centrale

La rotta del Mediterraneo centrale è da sempre tra le più trafficate. Essa comprende infatti sia la rotta tunisina che quella libica, entrambe molto gettonate dai migranti specialmente dopo la primavera araba del 2011. Buona parte dei barconi che partono dalle coste nordafricane, hanno come obiettivo l’arrivo in Italia. Il numero degli sbarchi nel nostro Paese ha iniziato ad aumentare dal 2013, anno della cosiddetta “strage del 3 ottobre” a Lampedusa, uno dei naufragi più funesti nella storia del Mediterraneo. Dopo questo episodio l’allora governo Letta ha avviato l’operazione “mare nostrum”, con l’obiettivo di un maggiore pattugliamento del canale di Sicilia e di prevenire altre stragi. Nei primi mesi del 2014 si è iniziato a registrare il primo vero boom di sbarchi. Tanto che l’anno è terminato con complessivi 170.100 migranti arrivati nel nostro Paese, a fronte dei 42.295 del 2013. Sono questi i primi passi della crisi. Nel 2015 il trend ha registrato una lieve contrazione, con la cifra di persone sbarcate attestata a 153.842. Il governo italiano, adesso guidato da Matteo Renzi, ha sperato, alla luce di questi numeri, di ricevere maggiore solidarietà da parte dell’Ue sia nella gestione dell’accoglienza che sotto il fronte economico.

La strategia però non ha pagato. E nel 2016 si è entrati così in una vera e propria crisi riguardante le rotte del Mediterraneo centrale. Nel giro di un biennio l’Italia ha registrato lo sbarco di 300.746 migranti nel proprio territorio. La maggior parte è arrivata tra le estati del 2016 e del 2017. Un primo picco dell’emergenza si è raggiunto nel mese di ottobre del 2016, quando lungo le nostre coste sono sbarcate 27.384 persone, un record rimasto imbattuto negli anni successivi. Ma già in estate il ritmo degli sbarchi era tale da far prefigurare uno scenario emergenziale. L’apice si è poi raggiunto tra i mesi di giugno e luglio del 2017, quando sono approdati rispettivamente 22.993 e 23.525 migranti. In questo biennio hanno fatto la loro comparsa anche le cosiddette navi umanitarie, mezzi adoperati da alcune Ong nel Mediterraneo centrale che hanno portato in Italia diverse centinaia migranti. Dopo l’ennesima impennata di sbarchi nel luglio del 2017, il ministro dell’Interno Marco Minniti, esponente del nuovo governo Gentiloni, ha deciso la via del dialogo con i libici. Sono state poste le basi per un memorandum tra Roma e Tripoli che, tra le altre cose, ha previsto soldi e mezzi per la Libia al fine di prevenire nuove partenze. Da allora la situazione si è attenuata. Attualmente però la rotta del Mediterraneo centrale continua a essere tra le più frequentate.

La crisi di Ceuta

Un’altra grave crisi migratoria si è avuta tra Spagna e Marocco nel maggio scorso. Il principale fronte di scontro qui è dato dalla presenza di due enclavi spagnole, Ceuta e Melilla, in territorio marocchino. Ogni anno in centinaia provano a passare il confine terrestre per approdare in territorio europeo. Circostanza sempre più difficile sia per il controllo del territorio da parte di Rabat e sia per l’alta recinzione fatta installare da Madrid negli anni in entrambe le cittadine. Il 18 maggio però, e a seguire nelle 48 ore successive, più di ottomila migranti sono entrati a Ceuta. Il sospetto è che alla base di questa crisi vi sia stata la tensione diplomatica tra Spagna e Marocco, nata dall’ospitalità data dal governo iberico a Brahim Gali, leader del Polisario e nemico numero uno delle autorità marocchine. Le frontiere sono improvvisamente diventate più vulnerabili, prima del contrordine e del ripristino della normalità. Per via degli accordi tra Madrid e Rabat, nei giorni successivi gran parte dei migranti entrati a Ceuta sono stati rimpatriati.

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