Con la nuova ondata migratoria proveniente dalla Turchia che in questi giorni si sta riversando sui confini della Grecia e della Bulgaria l’Europa è chiamata di nuovo a far fronte ad una grave crisi umanitaria, l’ennesima dell’ultimo decennio. Esattamente come nel caso del fronte migratorio proveniente dall’Africa, anche in questo caso però non siamo altro che vittime della nostra stessa negligenza e del non essere stati in grado di imporci adeguatamente a livello internazionale. L’aver lasciato delle briglie troppo sciolte alla Turchia ha messo Recep Tayyip Erdogan nelle condizioni di forzare la mano nel silenzio più totale di Bruxelles – e di Berlino – sino ad arrivare allo stallo odierno, con i confini d’Europa colpiti da una nuova bomba umana.

Il fallimento degli accordi sui profughi con Ankara

Era il 2016 quando la Turchia firmò con l’Europa una serie di accordi volti a prevenire la pressione dei rifugiati sulle isole dell’Egeo e sui confini terrestri dell’Europa, nella più piena euforia di Bruxelles. La scelta di Ankara, necessaria nei piani europei per sollevare dal peso dell’accoglienza una già vessata Atene, era subordinata al pagamento de facto di una tangente. Sin da subito, però, ci si rese conto di come i maggiori controlli della guardia costiera della Turchia fossero a singhiozzo, in risposta alle tensioni ed alle riaperture diplomatiche nel triangolare Bruxelles-Ankara-Atene. E nonostante già negli scorsi mesi Erdogan avesse minacciato di riaprire le frontiere per un mancato pagamento europeo, l’Unione europea non si è mossa con anticipo per difendere le proprie frontiere, denotando una chiarissima mancanza nella previsione degli scenari futuri: che purtroppo adesso sono il nostro presente.

Si sapeva sin da subito che fidarsi di Erdogan fosse una scommessa necessaria soprattutto nel cercare di tenersi stretto un alleato strategico. Ma che oltre non si è rivelato, e soltanto per un breve periodo. Adesso, come ampiamente prevedibile, si deve fare i conti con l’ennesimo voltafaccia di Ankara, che evidenzia appieno come l’Europa sia totalmente indifesa di fronte ad un nuovo flusso migratorio, come sottolineato dalla testata tedesca Deutsche Welle. E con le difese di confine della Bulgaria e della Grecia che, in parte per i numeri ed in parte per i trattati internazionali, non saranno in grado di reggere a lungo, la strada dei prossimi anni sembra assai dissestata; con molti Paesi dell’Unione che di ulteriore accoglienza proprio non ne vogliono sentir parlare.

Le debolezze dell’Europa

La mancanza di una vera politica comune è sempre stato il tallone d’achille dell’Unione europea, più impegnata a risolvere diatribe interne che a fare blocco comune contro il resto del Mondo: e questo è il risultato. Con i Paesi dell’Est fermi sulle loro posizioni per quanto riguarda l’immigrazione e Francia e Germania interessate a lasciare i problemi agli Stati di frontiera appellandosi agli accordi di Dublino nulla in questi anni si è mai per davvero mosso. Il vero problema risiede però nel fatto che i fallimenti e gli errori non sono mai serviti da storico per evitare il riproporsi delle analoghe situazioni: tutti sono convinti di aver sempre agito nel modo corretto, mentre gli altri hanno sbagliato.

Una divisione interna non ha messo l’Europa nelle possibilità di affrontare una quanto mai solida Turchia, guidata da un leader forse voltafaccia ma sicuramente preparato, che dalle timide prese di posizione non è mai stato impensierito. Soprattutto, grazie alla stretta alleanza con una Germania – avvocato difensore di Ankara nei palazzi di Bruxelles – che ha sempre sperato in un redimersi dell’alleato anatolico: tanto a farci i conti, nel fallimento, sarebbero stati i greci ed i bulgari.

E questa incapacità di portare avanti delle trattative deve essere molto di più di un campanello d’allarme, considerando le sfide del prossimo decennio. Perché se anche si supererà indenni – eventualità molto remota – questa crisi migratoria, ulteriori errori futuri rischiano di divenire fatali per l’Unione europea. E questa volta, purtroppo o per fortuna, non ci sarà alcuna scusa che possa tenere.

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