L’avanzata siriana verso la città di Idlib è iniziata, con le forze governative siriane appoggiate dalla Russia che sono quasi giunte alle porte del capoluogo del nord del Paese. Negli ultimi giorni il conflitto della Siria è giunto ad un punto di svolta, con le forze ribelli che sono giunte allo stremo delle proprie forze e si sono asserragliate dentro all’ultima roccaforte jihadista del Paese.

L’avanzata dell’esercito di Bashar al Assad non è stata indolore per i civili della regione, soprattutto a causa dei bombardamenti che negli ultimi giorni hanno colpito, tra le altre cose, anche un ospedale civile e una panetteria ad Ariha, mietendo vittime tra i cittadini. L’arrivo di una nuova serie di combattimenti, in aggiunta alla maggiore repressione compiuta dalle forze occupanti derivante anche dal presentimento di sconfitta, hanno spinto la popolazione a cercare rifugio nei Paesi confinanti e principalmente verso la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.

I numeri non sono ancora chiari, ma gli osservatori internazionali parlano del rischio di centinaia di migliaia di rifugiati (le stime più alte parlano di 700 mila persone, come riportato da Der Spiegel) che si riverserebbero nel territorio di Ankara. Non tanto però per una questione umanitaria (Erdogan ha infatti già sostenuto nei giorni scorsi come la Turchia sia disposta ad aumentare i controlli anche in territorio siriano), quanto per il rischio di dover far fronte ad una nuova crisi di rifugiati siriani.

In virtù degli accordi internazionali, infatti, nemmeno Erdogan potrebbe esimersi dal dare aiuto alla popolazione che si riverserebbe in Anatolia, alterando però il già difficile rapporto i migranti che si trovano in Turchia. Se già adesso infatti le misure messe in atto da Ankara non sono state sufficienti a gestire la migrazione, l’aumento del numero dei rifugiati non può far altro che peggiorare ulteriormente la situazione. E in questo scenario, la stessa Unione europea non può rimanere a guardare credendo che l’avanzata siriana ad Idlib non provocherà una nuova crisi migratoria che, volenti o nolenti, si riverserà sulle coste delle isole greche dell’Egeo. Le volontà della Grecia di costruire una barriera galleggiante al largo dei propri possedimenti vicino alle coste anatoliche, probabilmente, è già stata una misura preventiva volta a gestire il nuovo afflusso di sfollati.

Dopo la parziale quiete degli ultimi due anni che comunque non è stata sufficiente per permettere alla Grecia di stabilizzare il proprio apparato di accoglienza, i timori che la situazione possa degenerare un’altra volta sono molto alti. In questo scenario infatti la cosiddetta rotta balcanica potrebbe intasarsi nuovamente, con un numero di profughi verso l’Europa che non sarebbe nemmeno lontanamente gestibile. Con i dati che parlano di oltre mezzo milione di persone, le capacità di accoglienza non solo ella Turchia ma di tutta l’Europa non sarebbero in grado di trovare adeguata sistemazione ai rifugiati; senza considerare il processo di integrazione che allo stato attuale non può svolgere adeguatamente la propria mansione.

L’avanzata siriana con il beneplacito di Mosca (nonostante le accuse internazionali) si tradurrà in una nuova bomba umana diretta verso il Vecchio continente, con i numeri da capogiro che hanno già messo in allerta i leader nazionali. Tanto più che prima, di entrare in Europa, i rifugiati devono per forza passare attraverso la Turchia di Erdogan, che in questo modo disporrebbe di una nuova arma per portare avanti le trattative con Bruxelles in un momento in cui qualche carta aggiuntiva da scendere potrebbe essere proprio il segreto per risolvere le diatribe legate alla Libia ed al Mediterraneo.