Con il crescere del fenomeno migratorio lungo le tratte del Mediterraneo centrale, in particolare della rotta libica, alcune organizzazioni non governative (ong) iniziano ad usare alcune navi per soccorrere barconi o gommoni in difficoltà.

Le attività delle ong da subito dividono l’opinione pubblica: c’è chi da un lato le considera opere meritevoli di lode per via del salvataggio di numerose vite umane, c’è chi dall’altro vede nelle navi ong dei veri e propri “taxi del mare”. Tra i detrattori desta particolari critiche soprattutto le azioni svolte dai mezzi delle ong a ridosso delle coste libiche. Le organizzazioni in tal senso più attive sono: la Sea Watch, la Mediterranea Saving Humans, la Open Arms, la Sea-eye, la Sos Mediteranée e la Mission Lifeline.

Il 2017: anno di svolta per le ong nel Mediterraneo

Nel 2016 il numero di migranti aumenta esponenzialmente, soprattutto perché in alcuni punti della Tripolitania l’Isis controlla il territorio. La presenza del califfato e la guerra contro di esso condotta a Sirte nei mesi estivi dell’anno sopra citato, causano un ulteriore incremento dei flussi soprattutto dalla rotta libica. Ecco perché crescono anche le operazioni condotte dalle ong e, con esse, anche la loro popolarità tra sostenitori e detrattori.

Ma il vero anno di svolta è il 2017, quando di fatto i migranti soccorsi dalle ong rappresentano il 33% del totale lungo le rotte del Mediterraneo: in particolare, dal 1 gennaio al 30 aprile 2017 i migranti soccorsi dalle ong sono stati 12.346. Molti di loro vengono portati in Italia ed è per questo che l’opinione pubblica si spacca e parte di essa inizia a considerare le ong come taxi del mare. Di fatto i mezzi di queste organizzazioni recuperano i migranti quasi a ridosso della Libia per poi farli sbarcare nei porti di Lampedusa, Pozzallo o di altre località della Sicilia e del sud Italia.

Secondo le ong invece, la loro attività serve per sopperire le mancanze causate dalla quasi totale assenza della Guardia costiera libica. Vengono però aperta alcune inchieste, sia a Catania che a Trapani, su presunti contatti tra trafficanti e responsabili delle Ong. Le indagini vengono poi in seguito archiviate, ma il caso diventa soprattutto politico: anche all’interno del governo insediato in quel momento, ossia l’esecutivo di centro – sinistra guidato da Paolo Gentiloni, iniziano ad emergere posizioni volte ad una regolamentazione delle attività delle Ong.

Il “codice Minniti”

Il ministro dell’interno del governo Gentiloni è Marco Minniti. Secondo il titolare di allora del Viminale, i flussi migratori non si possono fermare ma al tempo stesso vanno gestiti. È su questo presupposto che nasce l’idea di arrivare alla stesura di un codice di comportamento per le ong, le quali sono chiamate a rispettarlo pena sanzioni e contromisure.

Il cosiddetto “codice Minniti” ha come obiettivo quello di evitare che le attività delle ong non diventino implicito incentivo ai trafficanti di esseri umani per mettere in mare un maggior numero di barconi. Anche al ministero dell’interno infatti, temono che la presenza nei pressi della costa libica delle navi delle ong diventi alla lunga un elemento in grado di attrarre un numero crescenti di barconi in mare.

Al tempo stesso, il codice in questione mira a responsabilizzare la guardia costiera libica. Quest’ultima, tramite un accordo tra Roma e Tripoli, ottiene nuovi mezzi e l’addestramento dei propri uomini da parte italiana che, dalla Libia, in cambio ottiene il potenziamento del pattugliamento delle coste e maggiori interventi nelle proprie acque di competenza.

L’arrivo al Viminale di Matteo Salvini

Con l’adozione del codice Minniti il numero degli sbarchi in Italia inizia a diminuire, ma non mancano le polemiche. In particolare, alcuni reportage della Reuters sottolineano che i soldi italiani stanziati dopo l’accordo con la Libia finiscono in realtà nelle tasche delle milizie libiche che controllano i territori lungo le coste della Tripolitania.

Ma le navi delle ong continuano comunque con le proprie attività, seppur in modo più ridotto e ridimensionato. Questo perché, come detto, l’approccio di Minniti è volto a regolare i flussi e non ad interromperli e dunque, in questa ottica, le operazioni delle Organizzazioni vanno disciplinate ma non a considerate illegali.

Di diverso avviso è invece il successore di Minniti, ossia il leader delle Lega Matteo Salvini. Quest’ultimo vede il proprio partito crescere nelle elezioni del 4 marzo 2018 e, tra i cavalli di battaglia di Salvini, vi è proprio la questione migratoria. Per cui, una volta formato il governo con il Movimento Cinque Stelle, è proprio a lui che va la nomina quale nuovo titolare del Viminale.

L’approccio del nuovo ministro è volto alla condanna delle operazioni delle ong, giudicate come organizzazioni in grado di far crescere il fenomeno migratorio. Il trasporto verso i porti italiani dei migranti recuperati vicino la Libia poi, da Salvini viene visto come una vera e propria violazione del territorio. Ecco perché dunque si inizia a parlare di “porti chiusi”. Un termine per la verità più mediatico che reale, a cui ci si riferisce per indicare il tentativo di impedire l’ingresso delle sole navi ong nei porti del sud Italia.

Il braccio di ferro ong – governo italiano

L’approccio del nuovo governo italiano ed in particolare del ministro Salvini, causano le prime dispute tra Roma e le ong. Il primo caso che vede la netta contrapposizione tra Viminale ed ong, si ha con la nave Aquarius appena una settimana dopo l’insediamento del nuovo governo. Si tratta del mezzo dell’organizzazione Sos Mediteranee, con a bordo medici dell’associazione Medici senza Frontiere, che raccoglie decine di migranti nei pressi della Libia.

Il ministro dell’interno Salvini nega lo sbarco in territorio italiano. Ne nasce un lungo tira e molla, concluso dieci giorni dopo con la virata della nave Aquarius verso Valencia. Il caso fa emergere la contrapposizione politica anche tra il nuovo governo italiano e l’Europa, quest’ultima accusata di non dare sostegno all’Italia ed ai paesi di primo approdo dei migranti.

Nell’agosto del 2018 poi, si scatena un altro caso questa volta con la nave Diciotti della Guardia Costiera. Approdata a Catania, i migranti a bordo presi da un mezzo di una delle ong del Mediterraneo, non vengono autorizzati a scendere. Anche in questa occasione nasce una vistosa polemica politica tra governo ed ong, oltre che all’interno del quadro parlamentare italiano. Sorge pure un’inchiesta della procura di Agrigento nei confronti di Matteo Salvini per sequestro di persona, indagine poi passata al tribunale dei ministri. La situazione si sblocca solo con l’impegno della Chiesa italiana di farsi carico dei migranti.

Il caso “Mare Jonio”

Nel corso dei primi mesi di attività del nuovo governo, le operazioni delle ong risultano notevolmente ridimensionate. Ma con l’arrivo del bel tempo di primavera, ecco che alle porte delle acque italiane torna nuovamente il braccio di ferro tra governo ed organizzazioni. Il primo caso del 2019 riguarda quello della nave Mare Jonio, gestita dalla Mediterranea Saving Humans. A bordo vi è il noto ex attivista no global Luca Casarini, il caso diventa subito molto seguito sotto il profilo mediatico.

Il governo italiano nega l’accesso della Mare Jonio a Lampedusa, ma l’ong preme ugualmente per entrare con i migranti recuperati in prossimità delle acque libiche a bordo. Alla fine l’intervento che interrompe il braccio di ferro è quello della procura di Agrigento, che sequestra la nave e pone sotto inchiesta lo stesso Casarini ma che, al tempo stesso, permette lo sbarco dei migranti a Lampedusa.

Il caso “Sea Watch”

Poche settimane dopo un caso simile si ha con la nave Sea Watch 3, dell’ong tedesca Sea Watch. Anche in questa occasione arriva dal Viminale un secco “No” alla richiesta di approdo a Lampedusa. L’epilogo è lo stesso già descritto per la Mare Jonio, con la procura di Agrigento che interviene e sequestra il mezzo, ma permette l’approdo dei migranti a Lampedusa mentre, contemporaneamente, in diretta televisiva il ministro Salvini rimarcava il proprio divieto imposto allo sbarco.

Ma è a giugno lo strappo più evidente tra governo ed ong. Protagonista ancora una volta è la Sea Watch, la cui nave nel frattempo viene dissequestrata e torna ad operare nel Mediterraneo. Con a bordo 53 migranti, la nave si dirige verso Lampedusa ma riceve lo stop delle autorità italiane. Questa volta il caso si presenta ancora più particolare, in quanto è il primo da quando è in vigore il “decreto sicurezza bis”, promosso dallo stesso Matteo Salvini. La nuova norma prevede multe elevate per chi entra in territorio italiano dopo aver prelevato migranti dal Mediterraneo, così come vi è il rischio dell’arresto per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il braccio di ferro dura quasi due settimane intere, al termine delle quali il comandante della Sea Watch 3, la tedesca Carola Rackete, forza prima l’ingresso in acque italiane e poi all’interno del porto di Lampedusa. In quest’ultimo episodio, si assiste anche allo speronamento di una motovedetta della Guardia di Finanza. Il caso genera molte tensioni politiche, che vanno al di là del discorso sulle immigrazioni e che riguardano anche le discussioni sui porti libici e sulla loro non idoneità allo sbarco di migranti, oltre che sullo stato di necessità posto a base della giustificazione dello speronamento della motovedetta. Dopo due giorni ai domiciliari, Carola Rackete viene liberata e questo, a sua volta, genera un’ulteriore scia di polemiche.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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