In Grecia torna in maniera preponderante la preoccupazione per la gestione dell’immigrazione. Da un mese a questa parte gli sbarchi risultano aumentati (il governo ellenico parla di un +17% su base mensile nelle ultime settimane) e l’Egeo è tornato ad essere preda dei flussi migratori. Non solo le “classiche” rotte che sfruttano le isole greche dello stesso Egeo, ma anche percorsi nuovi tramite il confine terrestre con la Turchia e l’isola di Samotracia. Tutti elementi che destano più di una perplessità al nuovo esecutivo guidato da Kiryakos Mitsotakis. Sullo sfondo una possibile “vendetta” del presidente turco Recep Tayyip Erdogan nei confronti dell’Unione europea.

L’allarme lanciato da Atene

I flussi migratori, per la verità, non hanno mai lasciato l’Egeo. Il mare tra Grecia e Turchia diventa, tra il 2015 ed il 2016, base di partenza per la cosiddetta “rotta balcanica“. Dall’Anatolia migliaia di migranti arrivano nelle isole elleniche, da qui iniziano la risalita attraverso i Balcani verso il nord Europa, destinazione finale dei viaggi della speranza. Una situazione che ben presto destabilizza il quadro politico dei Paesi attraversati, compreso quello tedesco. Da Bruxelles allora si giunge ad un accordo con la Turchia: Ankara trattiene i migranti all’interno dei propri confini, in cambio l’Ue ogni anno paga al governo di Erdogan tre miliardi di euro. Da allora in effetti i flussi sono diminuiti, ma non scomparsi.

L’emergenza principale rimane quella greca, visto che nel frattempo i paesi a nord della penisola ellenica sigillano i confini e chi è già sbarcato nelle isole dell’Egeo rimane trattenuto a lungo nei campi allestiti dal governo di Atene. Per questo motivo, in Grecia la questione migratoria appare molto sentita: un Paese allo stremo delle forze per via della grave crisi economica deve fronteggiare la sistemazione di numerosi migranti provenienti dalla Turchia. Nell’ultima campagna elettorale – che ha visto vincere la formazione di centrodestra Nuova Democrazia contro l’uscente Tsipras – Mitsotakis ha promesso un giro di vite al fine di risolvere definitivamente il problema. E, durante le prime settimane di governo, lo stesso Mitsotakis ha varato alcune riforme che comprendono maggiori controlli alle frontiere e potenziamento degli uffici che si occupano delle richieste di asilo, al fine di accelerare le espulsioni.

Ma la nuova impennata registrata in queste settimane rischia di dare il colpo di grazia alla politica anti migranti promossa dalla Grecia. E da Atene si rilanciano numeri ed allarmi: “Dal 7 luglio scorso abbiamo avuto almeno uno sbarco al giorno – dichiara il ministro dell’interno Giorgos Koumoutsakos sul quotidiano Kathimerini – Si registra un aumento del 17% degli approdi nelle ultime settimane, la situazione si fa complicata”. E si torna a chiedere l’aiuto dell’Europa: “Atene ha usato tutte sue capacità, e ora si aspetta una cooperazione efficace dalla commissione europea e dai paesi membri”, continua il ministro. In poche parole, il governo greco vuole adesso una mano in fatto di redistribuzione dei migranti e di sostegno nell’affrontare la crisi: l’emergenza ad Atene inizia nuovamente a farsi sentire.

Il sospetto sulla Turchia

Questi fatti capitano mentre dall’altra parte dell’Egeo da settimane si fa riferimento al possibile stop dell’accordo con l’Ue. Secondo molti politici greci questa circostanza non è affatto una coincidenza: la Turchia, è il sospetto, sta già dicendo addio alle politiche sull’immigrazione concordate con l’Ue e sta permettendo la ripresa degli sbarchi in Grecia. Del resto, già a luglio il ministro degli esteri turco parla di “delusione” nei confronti dell’Europa e di mancato rispetto degli accordi ad opera di Bruxelles, da cui non sarebbero arrivati i fondi promessi. L’aumento degli sbarchi lungo la rotta dell’Egeo potrebbe davvero a questo punto indicare un reale disimpegno turco sul fronte migratorio.

Il vero motivo del contendere però, più che i fondi mai arrivati dall’Europa, potrebbe riguardare la questione dei giacimenti di idrocarburi a largo di Cipro. Qui è in corso una disputa che ha nel mirino l’influenza nel Mediterraneo centrale. Ankara rivendica il diritto della Repubblica turca di Cipro di sfruttare i giacimenti posti nelle acque attorno al proprio territorio. Circostanza questa ovviamente osteggiata dal governo greco cipriota, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. Un braccio di ferro che coinvolge quindi direttamente l’Ue e la stessa Grecia. Da Bruxelles sono arrivate delle sanzioni nei confronti della Turchia, giudicate da Ankara quasi come irrilevanti. Per tutta risposta, Erdogan avrebbe quindi messo sul piatto l’argomento più scottante: quello cioè dei migranti. Ed i risultati iniziano adesso a notarsi, soprattutto in Grecia.