Il 2019 per la Tunisia è un anno decisivo. Si vota sia per le legislative che per le presidenziali, in un momento poi dove il paese affronta importanti e gravi crisi economiche e sociali, che negli ultimi mesi contribuiscono a far tornare in piazza centinaia di cittadini. Ed in questo quadro, la politica tunisina appare decisamente in subbuglio. L’ultima importante svolta avviene nei giorni scorsi, quando nella città di Monastir viene lanciato un nuovo partito: si chiama Tahya Tounes, letteralmente “Viva la Tunisia”. Il nuovo soggetto politico nasce per appoggiare, in primo luogo, l’attuale premier Youssef Chahed

La spaccatura di Nidaa Tounes

Nel luglio 2016 la Tunisia rischia di diventare ingovernabile. Le elezioni del 2014 consegnano al paese un parlamento frazionato, dove le prime forze politiche sono rappresentate dai due più grandi partiti della Tunisia post Ben Alì: Ennahda da un lato, Nidaa Tounes dall’altro. Il primo è legato alla Fratellanza Musulmana, il secondo invece raccoglie le forze più laiche e progressiste del paese africano. Ma, per l’appunto, nel luglio del 2016 per evitare continue crisi di governo viene firmato il cosiddetto “patto di Cartagine”. Le due principali formazioni politiche si alleano e formano un esecutivo che ha l’appoggio, considerando anche altri partiti minori, dell’80% del parlamento. Un governo di (quasi) unità nazionale. Come primo ministro viene nominato Youssef Chahed, giovane ingegnere di Nidaa Tounes. A questa formazione appartiene anche il presidente della repubblica tunisina, Beji Caid Essebsi. Due figure esponenti del partito laico di governo, che vanno dunque a rappresentare una garanzia per il paese più laico del nord Africa. 

Ma qualcosa all’interno di Nidaa Tounes va storto. Si incrinano i rapporti tra presidente e primo ministro, il partito inizia ad essere scosso da non poche fibrillazioni e l’intero fronte laico sembra dunque spaccarsi. Motivo principale del contendere è il rapporto da tenere con gli islamici di Ennahda. Le differenze tra i due partiti appaiono profonde, specie sulle questioni che riguardano il peso della religione nello Stato. Anche se Ennahda appare comunque diverso dal resto della famiglia dei Fratelli Musulmani, con il partito che comunque non mette in discussione il carattere laico delle istituzioni, sulla politica estera e su argomenti etici le differenze con Nidaa Tounes appaiono profonde. Ma una rottura definitiva vorrebbe significare la fine degli accordi di Cartagine. Un’eventualità questa su cui dentro il più importante partito laico non c’è unità d’intenti. Al contrario, il presidente Essebsi è a capo della fronda che vorrebbe staccare la spina all’esecutivo, non è dello stesso avviso il premier Chahed. Le strade tra i due si dividono: a novembre il premier vara un nuovo governo, l’accordo con Ennahda regge perchè parte di Nidaa Tounes lo sostiene. 

Quella parte adesso è il corpo principale attorno cui ruota il nuovo partito, Tahya Tounes. Di fatto, il fronte laico è diviso: da un lato c’è la nuova formazione politica, che sostiene il governo. Dall’altro invece, Nidaa Tounes diventa il principale partito di opposizione. 

Lo scenario in vista delle elezioni 

Le forze laiche della Tunisia adesso temono che la spaccatura dell’ex principale partito moderato possa spianare la strada ad Ennahda. Il partito islamico è già in testa nei sondaggi in vista delle legislative, il frazionamento del fronte laico e progressista potrebbe certamente avvantaggiarlo. La Tunisia dunque andrà al voto probabilmente con la prospettiva di una futura maggioranza relativa in mano ad Ennahda. Resta un’incognita il tipo di rapporto che sorgerà tra i due partiti laici principali: sarà unione in caso di possibilità di formare un governo, oppure le strade tra la formazione del presidente e quella del premier sono separate per sempre? 

Tahya Tounes sembra avere, al momento, più che altro la funzione di sostegno all’attuale primo ministro e cercare di far convergere su di lui quanti più voti possibili per cercare di giocarsi chance di riconferma. Ma, a prescindere, per rispondere alle domande sopra accennate occorre aspettare il responso delle urne. Nel frattempo, fuori dai palazzi della politica il paese appare sempre più in difficoltà: corruzione, disoccupazione, rischio sicurezza e spettro di un aumento delle influenze islamiste. La Tunisia ha, davanti a sé, sfide difficilmente affrontabili in un quadro politico così frastagliato. 

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