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Riavere il proprio paese indietro, sentire un senso di appartenenza e sicurezza indipendentemente dal fatto di essere curdo, arabo, musulmano o cristiano. Tornare dall’esilio senza lo stigma di un paese bombardato e nel caos. Dire “Sono siriano e sono orgoglioso di questo”. Ecco, questo è il mio augurio.” Sevin ha vent’anni, occhi marroni, una chioma di capelli scuri, un sorriso travolgente e la risata contagiosa. La sua cittadinanza è siriana ma vive a Bonn, in Germania, da un decennio ormai con la madre, il padre, la sorella e un gran numero di parenti che negli anni hanno deciso, chi prima chi poi, di lasciare la Siria.

La storia di Sevin

Nel 2011, allo scoppio della guerra civile, Sevin aveva solo 7 anni. Viveva ad Aleppo così come tanti altri curdi che prima del 2012, anno in cui l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est fu istituita, si dividevano tra Damasco, Aleppo e tre zone del Nord attorno alle città di Kobane, Afrin e Kamishlié. I genitori di Sevin lavoravano entrambi come avvocati e forse fu proprio l’approccio pragmatico e lucido tipico del loro mestiere a condurli alla scelta di lasciare la loro città immediatamente all’inizio dei primi bombardamenti. La prima tappa della loro fuga fu la cittadina Afrin dove vivevano i nonni materni, una sistemazione temporanea in attesa dei passaporti.

La mamma di Sevin è “un caso particolare” come la definisce la figlia: ha da sempre coltivato la passione per la lingua e i libri inglesi, un fascino che ha trasmesso anche alle sue due bambine – non è un caso che Sevin sia una lettrice assidua – e che ha influenzato la decisione della meta: l’Inghilterra. Un sogno che, però, svanì in fretta a causa di quella che in un’altra situazione verrebbe definita una truffa. In questo caso però è più corretto e adatto parlare di fiducia disperata malriposta in uno dei tanti sciacalli alla ricerca di famiglie, come quella di Sevin, smarrite e destabilizzate e pronte a tutto, anche ad affidare tutti i loro risparmi a uno sconosciuto dalle grandi promesse. Derubati e senza altre opzioni a disposizione la famiglia di Sevin si dovette fermare là dove la geografia lo imponeva: la Turchia. I ricordi di quei diciotto mesi sono tutt’altro che sereni: la vita di una famiglia curda a Instanbul è un’esistenza da emarginati. 

L’arrivo in Germania

Arrivarono in Germania nel 2014 e Sevin, seppur molto piccola, era sicura di una cosa: voleva integrarsi. “Ricordo le ricreazioni, tutti questi bambini che giocavano, io che volevo partecipare ma non sapevo da dove iniziare, cosa dire. Volevo imparare il tedesco. Avevo una grande determinazione che mi portò persino a rinnegare la mia lingua madre. Quando si menziona la Siria, tutti hanno già in mente l’immagine del paese bombardato. Ho provato così tanto a nascondere il fatto di essere siriana. Non volevo essere siriana. Ho imparato perfettamente la lingua così da nascondere l’accento, chiedevo a mia mamma di preparare ricette tedesche anche se non mi piacevano solo per poter dire ai miei amichetti di aver cenato con un piatto che loro conoscevano e non con un cibo dal nome strano. Eppure c’era ancora una cosa che non potevo cambiare: il mio aspetto. Qualunque cosa avessi fatto non sarei mai potuta sembrare tedesca.” Per tanto tempo fu così, ma Sevin racconta anche di uno “sviluppo”: un processo di riavvicinamento alle sue origini che l’ha portata a riprendere lo studio del curdo. 

Alla domanda se si senta tedesca o siriana emerge un grande dibattito interiore che non coinvolge l’origine siriana, ma quella curda. “Sono nata in Siria, sono stata cresciuta da una famiglia curda all’interno di una comunità curda. Sono stata obbligata a frequentare una scuola araba perché quelle curde erano vietate. Sento un legame emozionale con le mie radici, ma ho vissuto in Germania per così tanto…”. È l’unica domanda a cui non sa rispondere e probabilmente a cui non ha mai sentito la necessità di trovare risposta dal momento che fino a qualche giorno fa la prospettiva di un ritorno nel proprio paese era impossibile anche solo da immaginare.

La reazione alla caduta di Assad

“Domenica ho acceso il cellulare e ho letto la notizia che Assad aveva lasciato il paese. Ho chiamato mia mamma e abbiamo pianto al telefono.” C’è una forte emozione nelle sue parole ma anche un forte senso di incertezza e malinconia. Non è certa di sentirsi pronta a tornare in Siria, nemmeno per fare visita ai parenti rimasti. “Quando ho lasciato il mio paese le truppe turche non avevano ancora invaso i villaggi curdi, ora il paesaggio è completamente diverso. Se tornassi indietro l’immagine che ho della Siria verrebbe rimpiazzata con una di distruzione e non so se sono pronta a questo.” Perché sì, la Siria è ancora distrutta.

Anche se molti governi europei si sono affrettati a esprimere il loro entusiasmo per la fine del regime annunciando il congelamento delle richieste di asilo dei rifugiati siriani come se il paese fosse in uno stato di normalità, “la Siria è ancora in una situazione estremamente critica e, inoltre, non si ha la minima idea di come i ribelli si muoveranno.” Quando Sevin parla dei gruppi armati che hanno “liberato il paese” si percepisce un senso di dovuta gratitudine, ma non di fiducia. Le parole cercano di essere di conforto ma “il futuro continua a essere dubbio”. C’è un altro aspetto che rende estremamente doloroso ripensare a un ritorno: “Molto delle persone che immagino essere lì, non ci sono più.” La guerra civile non ha causato morti nella famiglia, anche se due zii hanno perso entrambe le gambe per una bomba inesplosa, tuttavia la maggior parte ha lasciato il paese. Tutte le persone che c’erano e hanno deciso di scappare hanno lasciato un vuoto fisico che è diventato un vuoto emozionale paragonabile a un lutto. Non è deceduta una persona, ma è venuto a mancare un intero equilibrio famigliare, e quello di Sevin è uno dei milioni.

Da domenica 8 dicembre, dal giorno della fuga di Bashar al-Assad e della caduta del regime, i media riferiscono di “euforia” tra la popolazione siriana quando il resto del mondo, invece, guarda al paese chiedendosi che cosa accadrà. Riuscirà la Siria a trovare la stabilità e un metodo di convivenza civile tra tutte le sue composizioni etniche e religiose? Certi interrogativi, tuttavia, sono un lusso che ora solo gli osservatori esterni si possono permettere. Le persone, quelle che hanno vissuto sulla loro pelle il regime, la guerra civile e la distruzione, hanno solo una grande necessità: “Abbiamo bisogno di sentire buone notizie e abbiamo bisogno di speranza. Altrimenti cosa ci resta?”.

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