Alle prossime elezioni politiche del 26 settembre, in Germania, voteranno anche un milione di musulmani con passaporto tedesco. In totale gli immigrati islamici nel Paese sono circa cinque milioni. Sono organizzati in comunità religiose ed etniche e, pur avendo in generale una visione politica conservatrice, rappresentano un bacino elettorale per i partiti progressisti, come Spd, Verdi e Die Linke.

Questo non soltanto per gli alti e bassi nelle relazioni tra il presidente turco e la cancelliera tedesca, ma soprattutto perché queste formazioni sono quelle più inclini ad adattare la Leitkultur, ovvero la cultura dominante, alle esigenze degli stranieri che negli anni hanno scelto la Germania come seconda patria. La maggior parte di questi arriva dalla Turchia. Anche se preferiscono Erdogan alla Merkel, tanto che c’è chi parla puntualmente di “quinta colonna” di Ankara quando sulle strade delle città tedesche vanno in scena le grandi manifestazioni organizzate dalle associazioni di connazionali, sono integrati e rispettano le regole.

La minaccia dell’Islam politico

Nella capitale tedesca, Berlino, i turchi sono 250mila e hanno colonizzato interi quartieri: quelli che si trovavano nella parte ovest della città un tempo divisa dal muro, come Kreuzberg, Neukölln e Wedding. Qui ci sono strade e isolati dove di fatto la legge islamica sembra sostituirsi a quella dello Stato. Le moschee nella capitale tedesca sono quasi un centinaio, molte finanziate dal Ditib, l’autorità religiosa turca, altre da organizzazioni più dubbie, come Inssan, che secondo un recente approfondimento del Die Welt avrebbe legami con associazioni islamiche più radicali.

Per questo il governo sta correndo ai ripari con un progetto che punta a formare gli imam, per fidelizzarli alle istituzioni locali e arginare l’estremismo. Spesso i religiosi arrivano dall’estero e non parlano neppure il tedesco. Difficile, quindi, esercitare un controllo efficace sulle moschee per arginare il dilagare dell’Islam politico. I problemi nel far rispettare le regole dello Stato si riscontrano anche nella quotidianità. Nonostante le nuove restrizioni anti-Covid approvate dal Bundestag nei giorni scorsi, spesso nelle sale preghiera non viene rispettata la distanza di sicurezza e si organizzano cene con amici e parenti per rompere il digiuno imposto dal Ramadan.

Proprio da feste di questo tipo lo scorso anno, a giugno, è partito il maxi focolaio Covid che ha fatto scattare la zona rossa nel comune di Gottinga, in Bassa Sassonia. Insomma, anche la pandemia dimostra che l’integrazione di queste comunità rappresenta una priorità. È il motivo per cui anche Grünen e socialdemocratici hanno avanzato proposte in questo senso. L’AfD si è spinta oltre, inserendo nel programma elettorale per le prossime politiche il divieto di costruire minareti e delle limitazioni per i ricongiungimenti familiari.

La battaglia dei minareti

“Non siamo critici verso l’Islam come religione, ma con la sua componente intrinsecamente politica”, spiega ad InsideOver, Sebastian Münzenmaier, vice capogruppo del partito al Bundestag. “I minareti – sottolinea – sono l’espressione di una pretesa di potere sul nostro Paese, non sono edifici puramente religiosi ma il simbolo della conquista di un territorio”. “Spesso – va avanti il deputato tedesco – tali progetti sono anche direttamente avviati e gestiti da autorità di Stati stranieri, limitarne la costruzione è quindi uno strumento per impedire l’affermazione politica sul territorio e per preservare l’identità della Germania”.

Sul secondo punto, invece, il politico della formazione nazionalista insiste sul fatto che “i rifugiati con lo status di protezione scaduto devono lasciare il Paese”. “Quasi tutti gli immigrati con diritto d’asilo vivono a lungo con l’assistenza sociale, per questo deve trattarsi di una condizione temporanea, altrimenti si crea una situazione irragionevole e inaccettabile sia per noi tedeschi che per gli immigrati”. “È chiaro – continua Münzenmaier – che un tasso di immigrazione così enorme porta conflittualità”.

Il deputato cita il politologo tedesco-statunitense Yascha Mounk, che di recente, in un dibattito televisivo, ha affermato che in Germania è in corso “un esperimento unico nella storia, cioè quello di trasformare una democrazia mono-etnica e monoculturale in multietnica”. “Può funzionare – aveva scommesso lo scienziato – ma nel processo, naturalmente, ci saranno anche molte distorsioni”. “Politicamente – aggiunge il rappresentante dell’AfD – vogliamo evitare queste distorsioni, ovvero i conflitti violenti”.

Il nodo dell’integrazione dei richiedenti asilo

Dall’estate del 2015, l’anno dell’esodo di massa verso la Germania e l’Europa, le occasioni di conflitto sono state molte: dalle violenze di gruppo a Colonia, ai disordini a Chemniz, passando per la scia di sangue degli attentati compiuti dai rifugiati arrivati nel Paese negli ultimi anni. Proprio l’integrazione di questi richiedenti asilo, oltre un milione quelli approdati in Germania tra il 2015 e il 2016, rappresenta una delle sfide più ardue per la società tedesca. Molti di loro sono radicalizzati, o protagonisti di reati e aggressioni.

La scorsa settimana a Dresda è andato in scena il processo che vede alla sbarra Abdullah al-H, un ventenne rifugiato siriano, considerato tra i 627 potenziali terroristi schedati dalle forze di sicurezza tedesche alla fine del 2020. Il 4 ottobre nella città della Sassonia si è scagliato con un coltello da cucina contro una coppia di omosessuali. Uno dei due è morto, l’altro è finito in ospedale in fin di vita. Secondo gli inquirenti avrebbe scelto le due vittime perché “rappresentanti di una società libera e aperta che rifiuta considerandola infedele”. Non ha mostrato segni di pentimento e probabilmente eviterà l’ergastolo perché all’epoca dei fatti aveva meno di 25 anni.

“Attacchi di questo genere avvengono di frequente, anche se spesso vengono relegati alle cronache dei quotidiani locali, con i principali notiziari che evitano di darne notizia sostenendo che non si tratti di questioni di importanza nazionale”, dice ad Inside Over Christian Buchholz, deputato di Alternative für Deutschland al Parlamento del Land di Berlino. Ne cita decine che hanno per protagonisti migranti arrivati in Germania a partire dal 2015. Alcuni, particolarmente brutali, come quello di cui è accusato Abdullah al-H. dai giudici del tribunale di Dresda.

“Certi politici e certi media amano dipingere la Germania come una specie di inferno razzista, questo però è contraddetto dal semplice fatto che centinaia di migliaia di stranieri entrano in Germania ogni anno”, gli fa eco il vice capogruppo al Bundestag. “Esiste invece una evidente discrepanza nella valutazione dei vari fenomeni politici: – denuncia il parlamentare – se qualcuno afferma l’esistenza del popolo tedesco e la sua componente etno-culturale viene considerato dalle autorità un estremista e un nemico dello Stato, mentre un’associazione islamica come il Ditib, gestita dalle autorità turche, per tanti anni è stata finanziata con i soldi delle tasse dei cittadini tedeschi”.