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Si dice Dadaab e immediata ecco l’immagine di una tendopoli infinita nella savana del Kenya a pochi chilometri dalla Somalia. Il campo rifugiati più grande al mondo è un luogo di attesa per centinaia di migliaia di vite che si consumano tra la calura ossessiva, la sabbia onnipresente, la fame insaziabile, le malattie endemiche e gli abusi dei militari, aspettando che la storia faccia il suo corso.

Sono i somali, dagli anni ’90 in fuga dalla propria terra, a popolare questo spazio della contemporaneità. Caduto il regime di Siad Barre, una guerra civile assoluta e inarrestabile ha trascinato l’ex colonia italiana in un vortice di violenza senza apparente via d’uscita. E colonne intere di profughi hanno attraversato il confine ed oggi, sono ancora lì, nel campo del Dadaab.

Vagano gli uomini avvolti negli osgunti colorati, arrancano le donne dalla pelle d’ebano e gli hijab porpora alla ricerca di un pozzo, gridano i bambini con le maglie delle squadre di calcio d’Europa e volano i Marabustock, stringendo nel becco le frattaglie di dromedario. L’immensa tendopoli è un delirio lisergico fatto di anime prigioniere del tempo e di un vento che trasporta la dannazione in ogni dove.

Ogni conflitto ha il suo palcoscenico e il suo retrobottega. La Somalia è il proscenio dello scontro armato, ma la tendopoli kenyota è il dietro le quinte che permette di osservare la guerra in filigrana e comprenderla nell’intimo, attraverso le storie di un’umanità fatta di peccatori e innocenti che attendono il domani e consumano l’oggi, intrappolati in una ciclopica clessidra di arena ardente e senza fine apparente.

Se il Dadaab è la chiave di lettura del conflitto somalo, oggi, la stessa situazione la si ritrova anche nelle tendopoli dell’Uganda. Ed è lì che ci si può addentrare per iniziare a comprendere un altro stato fallito dell’Africa odierna: il Sud Sudan.

Il confine tra Uganda e Sud Sudan, una linea tracciata su una mappa, invisibile nella savana, è un’impercettibile demarcazione tra due Stati, ma per centinaia di migliaia di persone ora è il solo passaggio tra una morte certa e una vita precaria.

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Arrivano a bordo di camion, altri a piedi, ogni giorno più di 3mila sfollati varcano il posto di frontiera di Tsertenya Palabek. Donne e bambini per la maggior parte, di etnia acioli, che fuggono dalle violenze in atto in Sud Sudan. Provengono dallo Stato di Equatoria, che comprende la capitale Juba, ed ascoltando i loro racconti si metamorfizza l’orrore, impresso, come in un’istantanea indelebile, nei loro occhi e nelle loro parole. Giorni e notti trascorsi a camminare nella foresta e tra gli acquitrini del Nilo mangiando soltanto erba e radici, il rumore degli spari echeggia nei ricordi, così come vividi sono i machete e le roncole impugnati dai ribelli e dalle milizie sud sudanesi, e si materializzano, attraverso le parole di questa gente appena arrivata nella tendopoli, le immagini dei cumuli di cadaveri che hanno incontrato in ogni dove, durante la lunga fuga verso la terra di Kampala.

Ad oggi, i profughi in Uganda ospitati nei campi sfollati di Yumbe, Bidi Bidi, Palorinya, Arua, Koboko e Kiryandongo sono più di un milione. E il governo di Museveni si sta già preparando per accoglierne altri. Ed è proprio ascoltando le loro vite che si riesce ad attraversare la frontiera, fare il cammino inverso e spingersi in Sud Sudan, nella nuova Somalia d’Africa. Arrivando così a conoscere una guerra che in 4 anni ha provocato oltre 50mila morti, 2 milioni di profughi e una carestia che sta mettendo a rischio fame 5,5 milioni di persone.

È il luglio del 2011 quando, dopo 50 anni di conflitto, il Sud Sudan cristiano vota per la secessione da Karthoum e ufficialmente prende vita la Repubblica del Sud Sudan: cinquantaquattresimo paese del continente africano e stato più giovane al mondo. Passano due anni esatti e nel luglio del 2013, il Presidente Salva Kiir di etnia dinka, destituisce il suo vice Riek Machar, di 61 anni, etnia nuer, accusandolo di aver complottato contro di lui. E’ dicembre del 2013 e a questo punto in seno all’esercito ci sono due schieramenti: i soldati di etnica Dinka, legati al presidente Kiir e i nuer invece al fianco di Machar. Lo scontro armato esplode e il primo campo di battaglia è la capitale Juba: 500 morti, oltre 800 feriti. La guerra civile ha inizio. A gennaio 2015 viene firmata una tregua ad Addis Abeba, ma l’accordo non regge e così nel 2016 si registra un acuirsi della violenza che travolge tutto il Paese.

Riek Machar intanto si rifugia in Sud Africa, mentre in Sud Sudan continuano a combattere i suoi soldati insieme ai miliziani del National Salvation Front, contro i lealisti di Salva Kiir.

La morte contagia tutto il territorio nazionale, sul terreno continuano a scontrarsi ribelli e regolari, milizie e soldataglie e lo Stato, ormai piegato dalla carestia, è un susseguirsi di campi profughi spontanei, terreni di battaglia e villaggi abbandonati dopo essere stati dati alle fiamme. Ma la guerra interessa anche le potenze regionali. Egitto, Etiopia e Sudan infatti fomentano lo scontro per aggiudicarsi il controllo parziale delle acque del Nilo. Ma ci sono anche gli interessi di Usa e Cina attirati entrambe dal petrolio presente nel nord del Paese. E oggi il conflitto sta acuendosi proprio nelle regioni settentrionali, soprattutto nello stato di Unity e nel capoluogo Bentiu, da dove parte la pipeline che trasporta il greggio a Port Sudan nel Mar Rosso.

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La città di Bentiu ora è la rappresentazione oleografica di qualsiasi conflitto. Macerie, strade deserte, carcasse di veicoli dati alle fiamme e campi incolti e abbandonati tutt’intorno. Immagini viste in Somalia, in Repubblica Centrafricana, in cittadine del Kivu, eccole di nuovo in Sud Sudan. Ogni cosa è tale per ciò che evoca, per le immagini che ripropone, per la sua connaturata identità. E la guerra è questo. Nulla può spiegare meglio la parola guerra se non il silenzio di morte che l’accompagna. Più di tutto, guerra, è la tragedia che penetra dentro e ti rimane impressa nell’intimo quando, dopo gli spari, le raffiche e le urla, torna il silenzio. La marea della furia umana si ritira, ed ecco che l’orrore si rivela col suo volto più brutale. Nei tukul (capanne rurali del Sud Sudan) dati alle fiamme, tra nugoli di moschee e legni anneriti dal fuoco, ci sono vestiti, bambole spezzate, un pallone buco, una pentola su un fuoco spento da poco o una lampada a petrolio con lo stoppino carbonizzato. Sembra un dipinto di una quotidianità dolce, delicata, ma all’improvviso interrotta. E’ l’aspetto più atroce di un conflitto, è la muta testimonianza di cos’era la vita, sino a un istante prima che tutto finisse.

Oggi Bentiu è così. Una natura morta, un silenzio assordante di devastazione, e anche il tempo per pregare sembra essersi esaurito lasciando spazio soltanto a un’indicibile accettazione del male. La Moschea infatti, dopo che sono stati uccisi più di 70 musulmani, è stata chiusa e i fedeli insieme all’imam sono fuggiti. Solo pochi negozi sono rimasti aperti per il resto è tutto distrutto, nelle strade si aggirano colonne di militari, i civili sono nei campi profughi e lo stato di Unity è una raffigurazione dell’intero Paese con il sistema scolastico e la sanità a picco, la fame che sta cingendo d’assedio la popolazione, l’inflazione al 900% e per il futuro: incognite, nulla più.

Papa Francesco e l’arcivescovo anglicano Justin Welby avevano programmato una visita nel Paese africano per il 15 ottobre, ma poi, vista la situazione catastrofica, l’hanno annullata. Gli accordi di pace si sgretolano ancor prima di essere firmati, inarrestabile invece è il colera divenuto ormai endemico, così come inarrestabili sono il conflitto e i flussi di profughi che continuano a scappare. Somalia e Sud Sudan: paesi accomunati da due tragedie analoghe, troppo simili per poterle accettare senza incredulità. Ma più di tutto, ad accomunare queste due crisi moderne, è una domanda che continuano a porre gli sfollati del Dadaab, così come da quelli nelle tendopoli dell’Uganda: ”Perché?”, ”perché tutto questo?”. E anche in questo caso, di nuovo il silenzio. E quando non ci sono risposte, il male è in atto.

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