La geopolitica della corsa allo spazio
LEGGI IL MAGAZINE IN INGLESE

La prima emigrazione verso il Medio Oriente, allora ancora provincia ottomana di Siria, venne dalla Russia, dopo l’ondata di pogrom del 1881. Nel secolo successivo, i dissidenti ebrei in Unione Sovietica prendevano il nome di “refuzenik” dal rifiuto delle autorità comuniste di concedere loro il diritto ad emigrare in Israele, sin dal 1949. La loro emigrazione, dopo la caduta dell’Urss è stata massiccia. Oggi la comunità russofona in Israele costituisce circa il 15% della popolazione. In questi ultimi tre mesi, una nuova ondata di ebrei sta arrivando in Israele dalla Russia e dall’Ucraina, negli stessi territori di approdo dei loro avi.

Lo Stato ebraico, per loro, ha approvato delle misure speciali per un accesso più rapido. In circostanze normali, l’ebreo che fa l’Aliyah, il ritorno in Israele, deve dimostrare di avere il suo diritto al ritorno, prima ancora di arrivare alla dogana israeliana. Per ricevere il permesso deve provare, prima di tutto, di essere ebreo, con una serie di documenti quali il certificato di nascita, o quello di matrimonio o lettere di un rabbino locale che testimoni a favore. Con il nuovo regolamento, ribattezzato “Aliyah express”, gli ebrei dall’Ucraina possono accedere a Israele anche senza aver prodotto la necessaria documentazione. L’Agenzia Ebraica ritiene che sia sufficiente, in tempo di guerra, che gli ebrei ucraini siano stati accettati, in passato, da programmi gestiti da associazioni riconosciute quali Birthright, Masa o Nativ. Per essere accettati da questi programmi, infatti, dovevano già dimostrare di aver almeno un nonno ebreo e di avere diritto alla candidatura per il diritto all’Aliyah.

Oltre che dall’Ucraina, però, stanno emigrando in Israele anche ebrei dalla Russia. Ed è un’emigrazione quasi pari, numericamente parlando, a quella dall’Ucraina invasa e già distrutta dal conflitto. Se da quest’ultima sono arrivati nello Stato ebraico 10.019 persone dall’inizio della guerra, dalla Russia ne sono giunti 9.777, secondo i dati del governo israeliano. I civili in Russia non sono coinvolti in alcun modo nel conflitto, non stanno subendo bombardamenti e non ci sono aree russe che rischiano concretamente di essere occupati dagli ucraini. Se gli ebrei russi fuggono in Israele, in ugual numero rispetto agli ebrei dell’Ucraina, vuol dire che c’è aria di persecuzione a Mosca.

La comunità ebraica in Russia è il doppio rispetto a quella ucraina, al 97% è urbanizzata, istruita e tendenzialmente secolare. Agli albori della crisi in Ucraina, nel 2014, erano attive 600 organizzazioni ebraiche russe, 218 delle quali ultra-ortodosse. La gran maggioranza degli ebrei russi in vista, nel mondo politico e intellettuale, non aveva protestato per l’annessione della Crimea, mantenendo un atteggiamento riservato oppure, in una minoranza visibile di casi, mostrando il proprio aperto sostegno al governo di Mosca. Dalla primavera del 2014 all’inverno del 2015, durante la fase più acuta del conflitto nel Donbass, la propaganda russa ha utilizzato a suo vantaggio la “carta ebraica” contro il pericolo “neonazista” ucraino. Boris Spiegel, presidente dell’Ong “Mondo senza nazismo” è stato molto attivo nel creare consenso fra gli ebrei, russi, israeliani e americani, attorno alle cause della Crimea e del Donbass. Anche attori, uomini di spettacolo e intellettuali avevano accettato di comparire in televisione per sostenere il Cremlino e la sua politica in Ucraina, usando tutti gli aggettivi più accettati dalla propaganda ufficiale per definire il nemico: antisemita, neonazista, fascista.

Dal conflitto a bassa intensità di allora alla guerra di oggi è cambiato molto. Prova ne è la fuga, ormai acclarata, del rabbino capo di Mosca, Pinchas Goldschmidt. Ufficialmente si era recato in Israele per andare a trovare il padre malato. Ma secondo quanto affermano i suoi famigliari (che, ad oggi, non sono stati smentiti) è fuggito, perché stava subendo pressioni troppo forti dalle autorità russe. Il quotidiano francese Le Figaro aveva già parlato dell’insistenza con cui l’Fsb (successore del Kgb) volesse estorcergli dichiarazioni a favore dell’invasione dell’Ucraina. All’inizio di giugno, secondo fonti del Jerusalem Post, le autorità russe avrebbero anche cercato di condurre un colpo di mano all’interno della Comunità per farlo dimettere, ma l’intervento anche di influenti rabbini israeliani sarebbe bastato a consentirne la rielezione per altri sette anni. Ora però gli subentra David Youshouvaev, suo stretto collaboratore.

All’inizio di giugno, a Monaco, dove Goldschmidt si era recato per partecipare all’incontro annuale della Conferenza dei rabbini europei della quale è il presidente, aveva già rilasciato dichiarazioni molto significative. Al quotidiano Deutsche Welle aveva detto che “la guerra di Putin in Ucraina sta portando al più grande esodo d’ebrei che si ricordi dai tempi del nazismo e di Stalin”. Non intendeva solo gli ebrei ucraini, in fuga verso i Paesi vicini, Israele e Stati Uniti, ma anche gli ebrei russi. “Una parte significativa della comunità ebraica ha lasciato la Russia, mentre un’altra parte significativa ci sta pensando”.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.