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I talebani hanno preso Kabul. Il Palazzo presidenziale è in mano ai combattenti che hanno conquistato il potere a velocità lampo, da quando Usa e Nato hanno iniziato il ritiro definitivo dei militari. Gli eredi del Mullah Omar sono pronti a proclamare l’Emirato islamico dell’Afghanistan che vent’anni fa era stato abbattuto dall’intervento della coalizione internazionale dopo gli attacchi di Al-Qaeda alle Torri Gemelle.

Per molti a guidare il nuovo governo sarà il Mullah Abdul Ghani Baradar rientrato in Afghanistan dopo anni di esilio in Pakistan. È stato il cofondatore degli studenti coranici insieme al mullah Omar, morto nel 2013, che ha guidato l’Emirato afgano dal 1996 al 2001. Baradar è stato imprigionato in Pakistan e poi liberato sotto pressione degli Stati Uniti per condurre i negoziati di pace di Doha, in Qatar, nel 2020, voluti dall’ex presidente americano Donald Trump quando per primo annunciò il ritiro statunitense dal paese.

Un Paese nel caos

Nonostante i talebani stiano cercando di legittimarsi come soggetto politico arrivando ad affermare che il loro governo sarà «aperto ed inclusivo» seppur sotto il sistema della legge islamica, sono in molti coloro che temono la rinascita di un sistema di governo brutale simile a quello di vent’anni fa, quando i diritti delle donne erano stati quasi completamente eliminati.

Kabul subito dopo la presa del palazzo presidenziale, è piombata nel caos. Gli Stati Uniti hanno avviato un grosso ponte aereo per evacuare uomini e collaboratori paralizzando l’aeroporto che da oltre una settimana viene preso d’assalto dai civili, con diverse donne che “lanciano” i figli ai militari nella speranza di un futuro migliore in America o in Europa. Allo stesso tempo nelle città di Asadabad e Jalalabad i talebani hanno aperto il fuoco sui manifestanti che per il giorno dell’indipendenza del paese dal Regno Unito, sventolavano la bandiera afghana. Mentre la Bbc ha mostrato le immagini di centinaia di afghani in coda ai bancomat per prelevare gli ultimi risparmi e il traffico intenso lungo le strade, dove c’è chi abbandona la propria auto e prosegue a piedi. Tantissimi sono anche gli afghani che hanno deciso di scappare a piedi.

Verso l’esodo

Secondo le stime di Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, nel 2021 più di 550 mila persone hanno dovuto abbandonare la propria casa ma sono rimasti all’interno dei confini del paese, di questi 126 mila l’hanno fatto tra il 7 luglio e il 9 agosto 2021. Vessati da oltre 40 quarant’anni di conflitti, dall’invasione sovietica del 1979, i rifugiati afghani nel mondo erano già, prima della presa di Kabul, almeno 2,7 milioni. «È difficile prevedere che cosa succederà adesso data l’instabilità del paese – spiega ad InsideOver Ilaria Masinara di Amnesty International Italia – decine di migliaia di persone stanno attraversando i confini afghani nelle ultime settimane. Si può presupporre che la maggioranza rimarrà nella regione, in particolare nei paesi confinanti che storicamente ospitano un numero significativo di rifugiati afghani, oltre il 90%».

Il Pakistan è il paese che ne ha accolti di più al mondo, sono quasi un milione e mezzo quelli registrati ma secondo quanto ha dichiarato l’Ambasciatore pakistano in Italia, Jauhar Saleem, al momento il paese non ha ulteriore capacità di accoglienza e un massiccio afflusso di persone rappresenterebbe anche un grave rischio sanitario per il paese di 225 milioni di abitanti. Il confine con l’Afghanistan è presidiato dai militari che rendono impossibile l’ingresso degli afghani senza il visto necessario per entrare. Nonostante alcuni video diffusi dai media mostrino migliaia di persone che provano a lasciare l’Afghanistan attraversando il confine col Pakistan da Torkham vicino a Jalalabad e dal valico della Porta dell’Amicizia nella città di Chaman, le autorità pakistane dichiarano che al momento non c’è nessuna ondata di profughi lungo confine.

In Iran, invece, – dove ci sono già 780 mila rifugiati provenienti dall’Afghanistan a cui si devono aggiungere gli altri due milioni di afghani senza documenti – le autorità stimano che arriveranno irregolarmente circa 5 mila persone al giorno. Il governo di Teheran ha allestito lungo i 900 km di confine che condivide con il paese in mano ai talebani, campi per accogliere coloro che in questi giorni stanno attraversando la frontiera a piedi. Famiglie in fuga che la polizia iraniana ferma e conduce nei campi di accoglienza. Si tratta, però, di assistenza soltanto temporanea. «Quando la situazione afghana tonerà stabile procederemo con i rimpatri» ha dichiarato Hossein Ghassemi, capo degli affari di frontiera del ministero dell’Interno. Le condizioni della società iraniana sono peggiorate molto negli ultimi anni a causa della crisi economica per la pandemia di Covid 19 e le sanzioni statunitensi. A questo si aggiungono i problemi di sicurezza interna che un ingente flusso di migranti potrebbe causare.

Flussi contenuti negli -stan

«La paura del radicalismo – e la conseguente volontà di non mettere a rischio la stabilità interna – è anche uno dei motivi che ha spinto i governanti di Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan, che confinano con l’Afghanistan, a centellinare i flussi migratori» spiega Fabio Indeo dell’Osservatorio Asia Centrale e Caspio. Fin dagli inizi dell’avanzata talebana le tre repubbliche centroasiatiche hanno manifestato un atteggiamento avverso all’accoglienza di un alto numero di profughi tenendo, però, sempre a mente la porosità dei confini centroasiatici costituiti da un reticolo di vie che permette il passaggio ovviando i controlli.

Mentre l’autorità ufficiali del Turkmenistan, che manca di fonti di informazione indipendenti, negano la presenza di migranti lungo il confine, il Tagikistan e l’Uzbekistan all’inizio hanno accolto i militari afghani, principalmente di nazionalità uzbeka, che sconfitti dopo la presa talebana delle città del nord dell’Afghanistan, in particolare dopo la conquista di Mazar-i-Sharif, hanno varcato il confine a bordo di una quarantina tra aerei ed elicotteri. «La successiva decisione di rafforzare i controlli alle frontiere va interpretata anche alla luce della volontà delle repubbliche centroasiatiche di trattare con i talebani – continua Indeo – al fine di garantire la sicurezza e il prosieguo dei lavori di importanti infrastrutture nell’area come il gasdotto TAPI che attraverserà sia l’Afghanistan, sia il Turkmenistan». I talebani che, a quanto dichiarano, hanno intenzioni nazionalistiche e quindi che l’emirato islamico non si estenda oltre i confini dell’Afghanistan, sono visti dagli stati confinanti come probabili garanti di una stabilità maggiore rispetto a quella che era stata in grado di offrire l’ex presidente Ghani.

«Dalla capacità dei talebani di trattare diplomaticamente con gli stati confinanti dipenderà anche l’intensità del flusso dei migranti afghani perché condizionerà l’approccio dei governi nei confronti di chi scappa dall’Afghanistan e gli eventuali rimpatri di quelli che i talebani potrebbero considerare traditori». Per Fabio Indeo vista la mancata volontà degli stati confinanti di accogliere i profughi afghani a cui si aggiungono le difficoltà logistiche e economiche che questi hanno, l’unica soluzione per ovviare allo scoppio di una crisi umanitaria sarebbe quella di costruire un ponte aereo diretto con i paesi occidentali. La situazione in Afghanistan, però, è ancora in divenire e quello che succederà dipende anche dalla forza e dall’appoggio esterno che un eventuale movimento di opposizione ai talebani potrebbe avere.

Il lungo viaggio verso la Turchia

Alla ricerca di pace e maggiore sicurezza, sono tanti anche coloro che, in fuga dall’Afghanistan, si dirigono verso la Turchia situata sulla rotta migratoria che dall’Est conduce all’Europa. Secondo alcune stime già mezzo milione di afghani potrebbe essere entrato nel paese. Intraprendono un viaggio lungo ed insidioso tra le montagne al confine con l’Iran e in terre che sempre meno sono disposte a supportare la loro presenza. Ciascun migrante paga circa mille dollari, riporta il Washington Post, ai trafficanti per superare il confine orientale turco aggirando i controlli.

«La Turchia non sarà il deposito dei migranti d’Europa», però, ha dichiarato il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, alla guida del paese che ospita il numero più alto al mondo di persone in fuga da persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani. Sono quattro milioni i rifugiati in Turchia, la maggior parte dei quali proviene dalla Siria.  Il secondo gruppo più numeroso tra i rifugiati in Turchia è quello afghano. «Non li voglio nel mio paese» scrivono molti sui social. Sta crescendo di nuovo il sentimento anti-migranti che aveva portato qualche anno fa l’hashtag SuriyelileriIstemiyoruz, noi non vogliamo i siriani, tra i trending topic di Twitter. E un altro muro, dopo quello che segna il confine con la Siria, sta per essere completato: separa la provincia turca di Van dall’Iran per fermare le migliaia di persone che arrivano dall’Afghanistan e dal Pakistan. Altri chilometri che si aggiungono a quelli già costruiti lungo il confine con l’Iran, nelle province di Agru, Hakkari e Igdir.

Sebbene in Turchia la crisi causata dalla pandemia di Covid-19 non abbia fermato l’economia che nel primo trimestre del 2021 ha registrato una crescita seconda solo alla Cina tra i paesi del G20, ha aggravato gli squilibri interni e accresciuto il divario sociale. La povertà è passata dal 10,2% del 2019 al 12,2%. Secondo un sondaggio realizzato da Metropoll, il 27% della popolazione non riesce a soddisfare i propri bisogni di base mentre il 57% non andrebbe oltre quelli. Le conseguenze della crisi pesano soprattutto sulle spalle delle donne, dei giovani, degli operatori meno qualificati e di coloro che lavorano nell’economia informale.

Tra questi ci sono anche i quattro milioni di rifugiati, l’85% dei quali, secondo un’indagine del 2019, si sostentava grazie al lavoro nero. Uno studio effettuato dalla Mezzaluna Rossa Turca e dalla Federazione internazionale delle Società della Croce Rossa su come sia peggiorata la condizione dei rifugiati con il Covid 19 riporta che oggi il 72% degli intervistati riesce a malapena a comprare il cibo necessario al mantenimento della famiglia. Uno su quattro dichiara di aver esaurito quasi tutte le risorse che aveva a disposizione mentre il 15% dice che la propria salute mentale e fisica meriterebbe urgente attenzione medica che non può permettersi. In molti riescono a cavarsela comprando cibo a credito, prendendo denaro in prestito e sacrificando altre spese importanti come quelle per l’istruzione e la sanità.

Ad oggi, il paese di Erdogan non sembra in grado di sopportare un’altra emergenza migratoria come quella siriana. L’Europa, però, è impreparata, incapace di adottare una politica d’accoglienza comune e si è già impegnata per rinnovare l’accordo con Ankara del 2016, da tanti chiamato l’accordo della vergogna, con il quale Bruxelles ha affidato al Presidente turco sei miliardi di euro e il compito di fermare i migranti prima che oltrepassino i confini dell’Unione europea.

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