In materia di immigrazione la percezione comune è quella che il fenomeno interessi maggiormente le coste del Mediterraneo. Al contrario, in realtà, buona parte dei movimenti riguarda l’aria dell’Est Europa. Già negli anni ’90 il Vecchio Continente è stato interessato da più ondate migratorie dei Paesi dell’ex blocco sovietico. Cosa c’è alla base di questa vera e propria scelta politica?

I migranti arrivano dall’Est

Quando si parla di fenomeno migratorio la prima immagine che spesso viene in mente è quella che ritrae gli stranieri che provengono dal mare con barchini e gommoni per approdare nelle coste dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Una buona parte degli arrivi in realtà è quella che riguarda i cittadini provenienti dall’Est Europa. Il loro ingresso nelle Nazioni europee passa spesso in sordina per il semplice motivo che avviene appunto senza far rumore. C’è chi prova ad entrare forzando le frontiere ma, nella maggior parte dei casi, arrivano in modo discreto attraverso i mezzi pubblici o privati e in modo costante, proprio allo stesso modo dei turisti.

È la tipologia dell’arrivo che fa la differenza e influisce sulla percezione comune del fenomeno migratorio. Se ad esempio si passa al vaglio il numero di stranieri presenti in Italia, emerge che 1.207.919 sono cittadini della Romania e 440.854 dell’Albania. Molti di loro sono arrivati a bordo di autobus che si fermano nelle piazze delle città più grandi come Roma, Milano e Torino. Da lì il loro percorso prosegue verso altri centri più piccoli.

Analizzando invece i flussi migratori che provengono dal Mediterraneo, gli africani rappresentano solamente un quinto del totale complessivo di stranieri presenti sul territorio italiano. A spiegare su InsideOver il perché della differente percezione che si ha tra i due fenomeni migratori è stato il docente della Statale di Milano Maurizio Ambrosini . Secondo il professore l’immigrazione dall’Est è meno controllabile e allo stesso tempo più silente, perché chi arriva da questi  Paesi in Italia ad esempio, può chiedere un visto turistico senza particolari problemi. Una volta scaduto il documento potrebbe poi restare nel territorio nazionale, andando in molti casi ad aumentare la popolazione dei migranti irregolari.

La conferma arriva dal numero delle richieste d’asilo

Mettendo a confronto il numero delle richieste d’asilo presentate dai migranti nel 2019 in Europa, è la Germania il Paese che ha ricevuto il più alto numero di domande rispetto agli altri Paesi. In quell’anno sono state infatti 142.510 le richieste effettuate. A seguire, quelle proposte alla Francia, circa 138.290,  poi quelle rivolte alla Spagna,  ovvero 115.190. In Italia, al contrario di quello che potrebbe sembrare, vista la percezione che si ha degli arrivi tramite gli sbarchi, i numeri sono molto più bassi. Qui sono state richieste 35.005 domande d’asilo. Nel 2020 addirittura 26.551. Questi dati dimostrano che la Germania, rispetto agli altri Paesi europei, è quella più interessata dal fenomeno migratorio. Una circostanza non certamente casuale: il territorio tedesco è quello più sensibile, per via del suo posizionamento geografico, ai flussi migratori provenienti da est.

Ritornando al 2019, è vero che, secondo i dati pubblicati dall’Eurostat, a presentare il maggior numero di domande d’asilo in Europa sono stati afghani, siriani e venezuelani. Ma ovviamente a questi gruppi di cittadini occorre aggiungere quelli di chi, arrivando da Paesi comunitari dell’Est Europa, non hanno bisogno di particolari documenti per rimanere nel territorio comunitario. In Italia, per la cronaca, la maggior parte dei migranti che arriva è rappresentata dai tunisini e questi non hanno alcun interesse a chiedere domande d’asilo.

Una precisa scelta politica

Le dinamiche migratorie degli ultimi anni nel Vecchio Continente non sono state casuali. Al contrario, esse sono figlie di precise scelte fatte in sede europea. Fino agli anni ’90, buona parte della manodopera proveniva dall’Africa: “Raggiungere il nostro Paese e le altre nazioni dell’Unione Europea dal Magreb – ha osservato su InsideOver il professor Ambrosini – era molto più semplice”. Poi la tendenza è cambiata: “A livello legislativo – ha proseguito il docente della Statale di Milano – in ambito comunitario si è puntato a facilitare gli ingressi da Est piuttosto che da Sud”.

Sono state create quindi le condizioni per favorire veri e propri corridoi migratori per migliaia di cittadini provenienti dalla parte orientale del continente. Da metà anni ’90 sono stati stretti accordi con Paesi dell’Est Europa per facilitare l’ottenimento dei visti, per abbattere ostacoli burocratici alla permanenza di migranti arrivati da oltre l’ex cortina di ferro e permettere un maggiore afflusso di manodopera. Un contesto accentuatosi anche negli anni successivi, quando diversi Paesi dell’Est sono poi entrati nell’Unione Europea a partire dal 2004. Ma ancora oggi, per chi da una nazione orientale extra comunitaria volesse intraprendere la strada dell’emigrazione verso l’Europa, la via appare decisamente più spianata.

“Motivi geopolitici dietro la scelta dell’Europa”

Diversi i motivi che possono essere riconducibili alla volontà politica delle istituzioni comunitarie di favorire l’immigrazione dall’Est: “All’Europa – ha sottolineato Ambrosini – serve manodopera. Indubbiamente richiamare molti cittadini dalle zone orientali del continente ha comportato notevoli vantaggi”. Chi proviene dall’Est ha generalmente un’istruzione più elevata rispetto ai migranti approdati dal nord Africa. Inoltre non bisogna dimenticare anche l’aspetto culturale: “Si tratta sempre di cittadini europei – ha rimarcato ancora il professore – e dunque la loro integrazione potrebbe risultare più semplice”. Ma c’è un’altra ragione presa in considerazione negli anni ’90 per puntare a un maggior flusso migratorio da est ed ha a che fare con motivazioni di ordine geopolitico.

“Bisogna guardare al contesto di 30 anni fa: era caduta l’Unione Sovietica, milioni di cittadini dei Paesi dell’Est volevano emigrare – ha aggiunto Maurizio Ambrosini – e avevano due scelte, andare cioè verso la Russia oppure verso l’Europa”. Dal canto loro le istituzioni comunitarie hanno preso la palla al balzo: favorire l’immigrazione dall’Est avrebbe permesso di attirare i Paesi ex sovietici verso l’influenza europea. In poche parole, oltre a rintracciare sempre più manodopera per sostenere le proprie economie, i governi comunitari hanno potuto isolare ulteriormente la Russia, attraendo verso la propria orbita governi e cittadini un tempo vicini a Mosca. Il post Guerra fredda è partito proprio da qui: l’immigrazione è stata usata come arma per avvicinare l’Est all’Unione Europea.