Entro fine mese inizieranno i primi ricollocamenti. Dovrebbero essere almeno 80mila i migranti riposizionati tra 13 Paesi dell’Ue che hanno dato la propria disponibilità ad aderire al meccanismo di solidarietà approvato a giugno dai ministri dell’Interno dei 27. I governi del Vecchio Continente, inclusi quelli di Norvegia, Svizzera e Lichtenstein che non fanno parte dell’Unione Europea. hanno dato il via libera a un sistema rimasto pressoché volontario ma che prevede, per quei Paesi che non accolgono migranti, la responsabilità di farsi carico di un aiuto finanziario.

I primi ricollocamenti

Dal primo luglio presidente di turno dell’Ue è la Repubblica Ceca. A Praga nella giornata di lunedì si sono riuniti i ministri dell’Interno, i quali assieme al commissario europeo Ylva Johannson hanno fatto il punto della situazione. Il contesto migratorio è senza dubbio allarmante. In Italia gli sbarchi rispetto allo scorso anno sono aumentati del 30%, anche in Grecia e in Spagna si sta assistendo a un trend indubbiamente in crescita. Il tutto peraltro nel bel mezzo della guerra in Ucraina, evento che indubbiamente sta aumentando la pressione migratorio lungo i confini esterni dell’Ue, e di una possibile crisi alimentare in grado di destabilizzare i Paesi del Magreb e del medio oriente. L’Europa inoltre sta patendo in prima persona le conseguenze del conflitto russo-ucraino, a partire dalla possibile crisi energetica e dall’impennata dei prezzi di gas e beni di prima necessità.

Dunque da parte di Bruxelles si è voluto lanciare un segnale. Quello cioè di procedere con i ricollocamenti e di rendere operativi i meccanismi di solidarietà. Ylva Johannson ha già cantato vittoria: “Abbiamo 13 Paesi membri pronti già da ora a fare i ricollocamenti – ha dichiarato al termine della riunione a Praga – Finora sono già stati concordati oltre gli 80mila ricollocamenti”. Difficile però dire quali saranno i Paesi che usufruiranno maggiormente di questo meccanismo. L’Italia nei giorni scorsi ha chiesto una corsia preferenziale per chi sbarca dopo operazioni di salvataggio in mare, ma non è stato specificato se la clausola richiesta da Roma sia stata o meno inserita.

Il “cronoprogramma” dell’Ue

Il meccanismo di solidarietà che si attiverà a fine luglio dovrebbe essere, nelle intenzioni di Bruxelles, solo un primo passo verso un piano più ampio. Un progetto in grado di portare, da qui a un anno, a una vera e propria riforma generale delle politiche migratorie in Europa. “L’idea – ha rimarcato ancora una volta Johansson – è quella di fare le prove con il meccanismo di solidarietà volontario e sulla base dei risultati tirare le somme per arrivare alla riforma delle norme Ue sull’immigrazione”. Nuove norme da mettere in cantiere subito e approvare, secondo quanto dichiarato dal ministro dell’Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, entro il 2023. Una data non casuale e coincidente proprio con il semestre spagnolo di presidenza. Madrid del resto, al pari di Roma, è tra le più interessate a una riforma della materia.

Al momento però non è stato tratteggiato il sentiero entro cui si muoveranno le linee guida della riforma. Se cioè si arriverà o meno alla modifica del trattato di Dublino, quello che assegna al Paese di primo approdo la competenza sulla domanda di asilo e sull’accoglienza. Un cambiamento atteso da anni ma mai veramente affrontato, anche perché non tutti, soprattutto tra i governi del nord Europa e del cosiddetto “blocco Visegrad”, sono d’accordo.

Le incognite per l’Italia

Ma a prescindere dagli impegni presi dall’esecutivo comunitario e dai primi accordi in ambito europeo, da luglio cosa cambierà in concreto per il nostro Paese? Le incognite, anche sull’annunciata redistribuzione, non mancano. Fino a pochi giorni fa si parlava di 22 Paesi pronti a farsi carico di precise quote di migranti. Adesso il numero è sceso a 13. Non solo. Ma c’è da chiedersi quanti, degli 80mila migranti che saranno ricollocati, verranno presi dall’Italia. Del resto chi è sbarcato autonomamente non dovrebbe rientrare nella casistica di coloro che dovranno essere presi in esame per la redistribuzione. E quindi l’emergenza riscontrata a Lampedusa in questi giorni e lungo le nostre coste in queste settimane, potrebbe non essere appianata dalla presunta solidarietà europea. L’impressione è che solo a luglio si potranno, da questo punto di vista, trarre le conclusioni.

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