Fresco di Brexit, il premier inglese Boris Johnson, tre settimane fa, ha presentato un progetto di legge per la riforma dell’immigrazione che ha raccolto, in Europa, soprattutto critiche e ironie. Anche perché l’ha accompagnato con il proposito di “riprendere dopo decenni il controllo delle frontiere” che è parso, agli occhi dei più, un tantino esagerato. Pochi, però, nemmeno noi italiani che avremmo dovuto farlo per primi, hanno provato a mettere quel progetto in un contesto più ampio, per provare a misurarne le conseguenze sul piano internazionale.

Proviamo quindi a ricapitolare. Johnson chiederà al Parlamento di approvare un sistema che, ovviamente, mira a ridurre gli ingressi nel Regno Unito per ragioni di lavoro. Chi vorrà farcela, dovrà raggiungere quota 70 punti mostrando una buona conoscenza della lingua inglese oppure dimostrando di aver già ottenuto un posto di lavoro che prevede un salario di almeno 26.600 sterline l’anno (poco più di 30 mila euro). I veri balzi in graduatoria, però, li faranno due categorie di persone: quelli che avranno titoli di “chiara fama (accademici, scienziati e affini) e quelli che potranno vantare competenze professionali di cui nel Regno Unito, in quel momento, si avverte scarsità. Mancano gli idraulici a Londra? Via libera a chi conosce il mestiere dell’idraulico e strada bloccata, per fare un esempio, ai falegnami. Penalizzati, ovviamente, i lavoratori generici e non specializzati o, peggio, quelli che vorrebbero arrivare nel Regno Unito per farsi una strada.

Come si vede, tutto questo riguarda solo l’immigrazione legale e non ha nulla a che vedere con quella irregolare o clandestina. Comunque sia, la proposta di Johnson ricorda da vicino la legislazione già in vigore in Australia. Anche lì, per l’immigrazione lavorativa, vige una classifica a punti che privilegia i candidati sponsorizzati da un’azienda australiana (quindi, quelli che hanno già trovato un lavoro) o quelli che possono vantare una specializzazione accademica o professionale. Stesso sistema anche in Canada: classifica a punti, accesso privilegiato per chi abbia già trovato un posto di lavoro o per chi abbia un solido bagaglio professionale o accademico.

Stiamo parlando di Paesi lontani e, soprattutto, ricchi di spazi liberi. Per dare un’idea: la densità abitativa in Europa è di più di 200 persone per chilometro quadrato, negli Usa di 32, in Canada di 3,9. Il fatto è, però, che prima di Johnson le stesse teorie erano state abbracciate da qualcuno che è molto vicino a noi, ovvero da Emmanuel Macron. All’inizio del novembre scorso, il presidente francese aveva illustrato una riforma dell’immigrazione per lavoro basata proprio su quei criteri: porte aperte solo per chi potrà vantare titoli di alto livello o per quei lavoratori di cui, attraverso un complesso sistema di raccolta dati, l’economia francese mostrerà di aver bisogno.

Un indizio è un indizio, ma tre o quattro fanno una prova. La realtà è che i Paesi destinatari di immigrazione si stanno organizzando tutti più o meno allo stesso modo. Ovvero, si propongono di selezionare gli arrivi e, in sostanza, di far entrare solo coloro che potranno dimostrare di essere utili al loro sistema economico. Cosa che, per fare un altro esempio, anche la Germania ha deciso di fare nel 2018, per reclutare quei professionisti e lavoratori specializzati che ormai mancano nel Paese europeo che soffre della maggiore denatalità.

L’Italia, più di ogni altro, dovrebbe monitorare tutto questo e preoccuparsene. Per due ragioni fondamentali. La prima è questa: se i sistemi immaginati da Regno Unito e Francia entreranno in vigore, si scatenerà una caccia all’eccellenza (accademica o professionale) che, con questi chiari di luna, ci vedrà sicuramente penalizzati. Ciò vuol dire che sempre più l’Italia diventerà l’approdo più desiderato dell’altra immigrazione, quella dei lavoratori generici o delle persone che fuggono in cerca di un futuro qualunque, purché migliore del loro presente.

La seconda ragione, invece, riguarda i Paesi (asiatici, africani o mediorientali) in cui l’emigrazione si origina. Le norme inglesi, francesi o tedesche potrebbero privarli delle energie migliori, ovvero delle eccellenze professionali o lavorative, attratte dalle regole di maggior favore sull’immigrazione nei Paesi dell’Unione europea che offrono buone prospettive di lavoro, finendo così con l’impoverirli ancor più. Questo richiederebbe sforzi ancora maggiori nella cooperazione internazionale allo sviluppo, per evitare flussi migratori che potrebbero essere ancora più massicci e disperati. E, di nuovo, potrebbe porre un problema serio all’Italia. Che, almeno per quanto riguarda l’Africa, è il primo punto d’approdo per chi vuole raggiungere l’Europa.

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