Jihadisti e criminali arrivano con i barconi, ora si può dire, perché sono i fatti a parlare, l’ultimo dei quali di particolare gravità visto che lo stesso jihadista “pentito” (inserito in una rete di trafficanti di esseri umani) ha dichiarato agli inquirenti di voler confessare per “evitare un esercito di kamikaze in Italia”.

Ebbene sì, perché la rete di cui faceva parte il soggetto in questione gestiva viaggi a bordo di piccole imbarcazioni che trasportavano un ristretto numero di migranti tra la Tunisia e l’Italia. Sempre secondo quanto emerso dalle rivelazioni del jihadista, per arrivare in Italia i migranti pagavano fino a 5mila dinari tunisini se “clandestini normali”, il doppio se si trattava di ricercati per vari reati tra cui il terrorismo.

L’operazione, condotta dai Carabinieri del Ros di Palermo, ha portato al fermo di 15 soggetti tra Palermo, Trapani, Caltanissetta e Brescia con le accuse di istigazione a commettere delitti in materia di terrorismo, associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri, ingresso illegale di migranti nel territorio nazionale ed esercizio abusivo di attività di intermediazione finanziaria. Non solo, perché uno dei fermati, un cittadino tunisino, istigava al terrorismo, invocava la morte in nome di Allah e faceva apologia dell’Isis.

Tra gli arrestati c’è anche uno dei cassieri dell’organizzazione e gli inquirenti sospettano che abbia usato il denaro guadagnato coi viaggi nel Canale di Sicilia anche per finanziare attività terroristiche. Del resto non è certo una novità che il traffico di esseri umani sia un business dai lauti guadagni, al punto da rendere più del traffico di droga, come diceva l’”addetto ai lavori” Salvatore Buzzi, al centro dell’inchiesta “Mafia Capitale”.

L’operazione dei Ros di Palermo è scattata a meno di un mese da un altro caso che aveva destato particolare allarme e che aveva coinvolto un altro jihadista giunto in Italia via nave: lo scorso 13 dicembre infatti veniva arrestato a Bari il 20enne somalo Mohsin Ibrahim Omar “Anass Khalil” con le accuse di associazione con finalità di terrorismo, istigazione e apologia al terrorismo aggravato dall’utilizzo del mezzo informatico e telematico. Il somalo era pronto a colpire l’Italia tramite il posizionamento di ordigni esplosivi nelle chiese durante le festività natalizie; obiettivo prediletto sarebbe stata la Basilica di San Pietro a Roma.

“Anass Khalil” non si faceva problemi a parlare apertamente via telefono e sui social network dei suoi piani per uccidere i cristiani: “Mettiamo bombe a tutte le chiese d’Italia. La chiesa più grande dove sta? A Roma?”. E ancora: “Il 25 dicembre è ravvicinato…Il 25 è Natale dei cristiani, le chiese sono piene”.

Il soggetto in questione risultava segnalato dall’intelligence italiana e statunitense come jihadista affiliato alla branca dell’Isis presente in Africa orientale (Islamic State in East Africa) , era in contatto con una sua cellula operativa ed era noto per aver combattuto in Somalia e Libia .

Arrivato nel 2016 in Sicilia a bordo di un barcone, in seguito “Anass Khalil” si era spostato a Forlì ed aveva ottenuto un permesso di soggiorno umanitario; in seguito aveva lavorato come operaio e nei campi della Puglia, prima di trasferirsi a Bari dove frequentava la moschea e alloggiava in uno stabile nei pressi della stazione occupato abusivamente da extracomunitari. Il 7 gennaio scorso il somalo aveva colpito alla testa un passante con una bottiglia di vetro dopo aver visto un video dove si spronava i musulmani a far guerra ai cristiani nei loro Paesi, come da egli stesso rivelato a un “confratello”.

I precedenti segnali d’allarme

A inizio ottobre del 2017 il Sole 24Ore  trattava l’allarme sbarchi dalla Tunisia facendo riferimento ai 2700 arrivi da inizio anno, mettendo in risalto come fossero ampiamente incrementati rispetto ai 574 dell’anno precedente, sempre sulla medesima rotta.

Pochi mesi dopo, nel febbraio 2018, era il Guardian a parlare di almeno 50 jihadisti sbarcati in Italia nel 2017, dopo la sconfitta dello Stato islamico in Medio Oriente, con l’obiettivo di infiltrarsi in Europa.

Nell’agosto del 2018 il Ministero dell’Interno tunisino rendeva noto lo smantellamento di una rete che forniva documenti falsi e passaggi in barcone a migranti così come a terroristi in fuga dal nord Africa. Nell’operazione venivano arrestati anche due jihadisti in contatto con Seif Allah H., il tunisino finito in manette a metà giugno a Colonia e accusato di preparare un devastante attentato biologico in Germania.

Come allora sottolineato dal giornalista e reporter di guerra Fausto Biloslavo, le autorità di Tunisi confermarono di aver intercettato nove estremisti islamici che stavano per imbarcarsi verso l’Italia, smentendo però che fossero terroristi in procinto di colpire:

“Volevano fuggire dalla Tunisia in cerca di una vita migliore, come gli altri migranti” spiegò Houssem Jebabli, portavoce della Guardia nazionale.

A settembre 2018 un nuovo allarme arrivava invece dalla Libia con 400 detenuti (molti dei quali jihadisti) evasi dalle carceri e con altri 500 fuggiti da un centro di detenzione nei pressi dell’aeroporto di Tripoli, tutti potenziali fuggiaschi pronti a imbarcarsi dalle coste libiche.

Lo scorso ottobre invece venivano espulsi dal territorio italiano due nordafricani che incitavano al jihad; uno dei due aveva combattuto in Siria, era arrivato a Lampedusa su un barcone ed era stato ospite di un hotspot della zona.

Il caso più noto di jihadista arrivato a bordo di un barcone è però quello di Anis Amri, l’attentatore del mercatino di Natale di Berlino ucciso dalla polizia italiana nella notte del 23 dicembre 2016 a Sesto San Giovanni.  Amri era arrivato a Lampedusa nel 2011 e in Sicilia, oltre a radicalizzarsi ulteriormente, si era anche distinto per una serie di aggressioni e atti vandalici in diversi istituti di pena dell’Isola, prima di raggiungere la Germania.

Il jihadismo qaedista e quello dell’Isis, dopo la disfatta siriana, si è in buona parte spostato in Africa, in particolare nella zona del Sahel, contesto favorevole dove può contare su appoggi locali e reti presenti da tempo e strutturate. Un’area ottimale dove riorganizzare le proprie attività e cercare di infiltrare jihadisti in Europa, magari proprio attraverso quel traffico di esseri umani sul quale anch’essi lucrano assieme a certe tribù locali. Se poi i porti italiani sono aperti il gioco è fatto.

Delinquenti comuni e criminalità organizzata

Il flusso incontrollato di immigrati in arrivo via mare è un rischio reale e concreto per la sicurezza nazionale, sia sul piano del jihadismo ma anche per quanto riguarda la criminalità, organizzata o meno che sia.

Cinque giorni fa emergeva la notizia di una maxi-inchiesta partita dagli Usa con agenti dell’Fbi giunti in Italia per seguire flussi di denaro, transitati tramite money transfer e Paypal, provenienti dai traffici di stupefacenti gestiti in Europa dalla mafia nigeriana per conto di boss che vivono in America, denaro investito per finanziare la tratta di esseri umani, pagando scafisti e accompagnatori e corrompendo funzionari. “Merce” privilegiata sono le ragazze che una volta fatte arrivare in Italia dall’Africa vengono avviate alla prostituzione.

Le tracce hanno portato l’Fbi fino a Castelvolturno dove la comunità nigeriana è la più numerosa del nostro Paese, e dove si concentra il 50% di quella presente in tutta la Campania; è lì che la mafia nigeriana si è insediata anni fa e dove oggi spadroneggia.

Il giro della prostituzione nigeriana ovviamente è presente in buona parte del territorio italiano, con picchi in Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio e Campania. Non va inoltre dimenticato il racket dell’elemosina, ben documentato a Milano da Tullio Trapasso, presidente del Comitato Anti-Racket e Anti-Abusivismo: anche in questo caso dietro tale attività c’è l’ombra della criminalità organizzata nigeriana.

C’è poi il caso di Osman Matammud, il torturatore e stupratore somalo a capo di un campo profughi in Libia gestito dai trafficanti di esseri umani, riconosciuto da alcune vittime e arrestato nei pressi della Stazione Centrale di Milano mentre si aggirava tranquillamente per il centro profughi di via Sammartini nella speranza di confondersi tra i tanti; stavolta gli è andata male.

La criminalità proveniente dal sud del Mediterraneo non è però soltanto “organizzata”e in questo secondo caso basta ricordare alcuni dei casi più noti come quello di Mada Adam Kabobo che l’11 maggio 2013 aggrediva sette persone a picconate, uccidendone tre, nel quartiere di Niguarda a nord di Milano.

Il 1° settembre 2014 a Jesi, in provincia di Ancona, si sfiorava l’ennesima tragedia quando un 26enne nigeriano identificato come Precious Omobogbe rubava due machete da un’armeria e vagava per il centro città minacciando i passanti prima di essere circondato e arrestato dai Carabinieri, con non poche difficoltà, dopo quasi due ore.

Nella notte tra il 25 e il 26 agosto a Rimini era invece il congolese Guerlin Butungu che, assieme al suo “branco”, violentava una turista polacca, massacrava il suo amico e poi violentava anche un transessuale peruviano. C’è poi Innocent Oseghale, il nigeriano a processo per l’omicidio e lo smembramento di Pamela Mastropietro. Non si possono poi non ricordare Mamadou Gara, Brian Minteh, Chima Alinno e Yusif Salia, finiti al centro dell’inchiesta per lo stupro e l’omicidio della sedicenne Desirèè Mariottini a Roma.

Questi sono soltanto alcuni dei casi più noti, ma per trovarne altri è sufficiente leggere la cronaca locale o magari scambiare due chiacchiere con passeggeri e addetti ai lavori sui treni regionali e sui trasporti pubblici, come già documentato dal Giornale.

Ovviamente ciò non significa che tutti coloro che si imbarcano sulle navi della speranza sono delinquenti, il punto è un altro e cioè l’impossibilità tramite tali flussi incontrollati di verificare non soltanto chi ha effettivamente diritto all’asilo perché scappa dalle guerre, ma anche di individuare soggetti pericolosi (individui mentalmente instabili e potenzialmente pericolosi, criminali in fuga dalle patrie galere, esponenti della criminalità organizzata, terroristi…).

È fondamentale porre fine una volta per tutte alla politica dei “porti aperti”, non soltanto perché favorisce quelle organizzazioni che lucrano con il traffico di esseri umani e che a loro volta forniscono manodopera alla criminalità organizzata, ma anche perché si tratta di una politica scellerata che mette a serio rischio la sicurezza dei cittadini, lasciando i cancelli aperti anche a criminali e jihadisti. Senza canali sicuri e accurati filtri la situazione non può che peggiorare rapidamente.