Paese stabile in grado di andare avanti grazie ai propri piani economici, oppure nuova mina vagante nel Mediterraneo con lo spauracchio di ulteriori destabilizzazioni? L’Algeria al momento appare come un grande enigma. Il paese è tra i più importanti dell’area, territorialmente è il più vasto del nord Africa e del mondo arabo, al suo interno si concentra una popolazione variegata dove ad una maggioranza araba corrisponde anche un’importante minoranza berbera. La sua stabilità è importante, specialmente in un momento in cui il Mare Nostrum deve combattere contro il rischio terrorismo e la guerra perenne instauratasi in Libia. Ricco di gas e petrolio, ma anche di disoccupati e di giovani a spasso: il destino dell’Algeria vive tra concrete possibilità di sviluppo e rischio di collasso socio – economico. Di recente una notizia sembra ulteriormente rilanciare la questione posta ad inizio articolo: la conferma della candidatura per una nuovo mandato del presidente Abdelaziz Bouteflika.

Cosa vuol dire per l’Algeria la quinta candidatura di Abdelaziz Bouteflika

La guerra civile iniziata nel 1992, quando l’esercito interviene per bloccare un parlamento uscito filo islamista nelle elezioni, all’epoca appare sempre più prossima alla definitiva fine: l’Algeria sta per uscire da quasi un decennio di conflitto, si cerca di presentare alle elezioni di fine millennio una persona in grado di garantire stabilità.

Dal cilindro della politica algerina, il Fln (Front de Liberation National, partito guida del paese dai tempi dell’indipendenza) tira fuori il nome di Abdelaziz Bouteflika. È il 1999 ed è in quell’anno che l’ex delfino di Boumédiène, che già nel 1979 sembra predestinato alla presidenza, va al potere. Da allora, la poltrona dell’incarico più alto dello Stato algerino è occupata solamente da lui.

Passano quattro mandati e Bouteflika riesce a resistere a tutte le intemperie del paese: instabilità nella regione berbera della Cabilia, terremoto del 2003, alti e bassi dell’economia, proteste del 2011 ed anche lo spauracchio più grave rappresentato dai problemi di salute. Bouteflika infatti nel 2013 viene colpito da un ictus, da allora le sue condizioni appaiono precarie. Nel 2014 il presidente si presenta in sedia a rotelle al seggio elettorale durante le presidenziali di quell’anno, aiutato anche a porre la scheda nell’urna. 

È lo specchio di una salute che non consentirebbe a Bouteflika di avere condizioni tali da poter governare e gestire gli impegni del proprio ruolo. Questo lo si nota già nel 2014, a maggior ragione lo si può notare oggi. Raramente il presidente appare in pubblico, anche se spesso la notizia viene smentita pur tuttavia non mancano indiscrezioni che vogliono Bouteflika in alcune cliniche francesi o svizzere per curarsi.

Un presidente dunque depotenziato, impossibilitato per gravi e spiacevoli problemi di salute a reggere un incarico così pieno di pressioni ed impegni. Eppure oramai la sua ricandidatura è cosa fatta. Lui per la verità non ha ufficialmente sciolto la riserva, ma lo hanno fatto nei mesi scorsi per lui i principali attori del suo entourage. A partire dal partito, che ne chiede la ricandidatura da tempo, fino agli imprenditori ed a molti esponenti della maggioranza di governo. Il motivo è molto semplice: manca ancora un uomo in grado di prendere il posto di Bouteflika. Anche se depotenziato per via della salute, il presidente è ancora garanzia di equilibrio all’interno dell’intricata matassa dell’élite del paese.

Per cui, piuttosto che aprire fronti belligeranti interni alla politica algerina, si preferisce proseguire con l’attuale presidente. Ecco dunque cosa vuol dire la ricandidatura di Bouteflika: l’Algeria o, per meglio dire, la sua classe dirigente non è ancora pronta alla fine quasi ventennale dell’era dell’attuale presidente. Niente successore, dunque niente ricambio. 

Le incognite future dell’Algeria

Di per sé questo fatto, pur se garanzia di stabilità almeno per i prossimi cinque anni, è già sintomo di qualcosa che non va. Se chi governa il paese non riesce a dare una maggioranza ed un nuovo presidente ai cittadini, vuol dire che gli apparati algerini vivono in un precario equilibrio e non sono in grado di dare le adeguate risposte all’Algeria.

Eppure ci sarebbero tanti motivi per i quali cercare da subito importanti inversioni di rotta. L’economia arranca, molti giovani sono disoccupati, spesso si dice che in Algeria non si scende in piazza (al contrario di quanto accade in Tunisia) più per il timore del ricordo della recente guerra civile che per mancanza di volontà di far sentire il malcontento popolare. E se la società dunque è bloccata nel chiedere riforme, la politica ha gioco facile nel non affrontare le tematiche più delicate. Altri cinque anni con Bouteflika vogliono dire molto probabilmente altri cinque anni di totale appiattimento politico, con pochi spunti di novità. 

E che qualcosa non vada, lo si recepisce anche da quanto accade all’interno dell’esercito. Diversi generali nei mesi scorsi, sulla scia dello scandalo del sequestro di tonnellate di droga nel porto di Orano avvenuto a maggio, sono stati destituiti o rimossi. Al momento, l’unica nota positiva riguarda le strategie proposte dalla Sonatrach, il colosso degli idrocarburi controllato dallo Stato. Dopo l’acquisto delle raffinerie di Augusta, l’azienda mira ad investire maggiormente nel gas e nel petrolio raffinato.

Proprio il gas è il settore che può dare ossigeno al paese, con riserve importanti stimate da molte società e con buone prospettive di incremento delle esportazioni. Ma servono piani ed investimenti che abbraccino per intero l’economia algerina e che aiutino non solo il comparto energetico, ma anche quello agricolo ed industriale. Serve quindi una pianificazione che al momento però appare deficitaria. Anche perchè le riserve diminuiscono e le spese aumentano. 

Forse molti allarmi sono eccessivi, ma di sicuro in Algeria occorre una politica in grado di poter prendere delle decisioni ed in grado di guardare ben oltre i vicini orizzonti temporali delle prossime elezioni. Il paese ha molte potenzialità, lo sa bene l’Italia che dall’Algeria acquista quasi il 30% del proprio fabbisogno energetico e che con il paese africano intrattiene vitali rapporti economici. E la recente operazione di Sonatrach in Sicilia è soltanto l’ultimo degli esempi. Occorre però che l’Algeria faccia chiarezza sul proprio futuro, tanto politico quanto economico. La stabilità degli equilibri garantita da Bouteflika non basta per dare adeguate risposte al paese.