Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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Dalla parte orientale della Repubblica Democratica del Congo si fugge da anni. Si tratta della zona più instabile e insicura del Paese e, probabilmente, dell’intera regione dei Grandi Laghi. C’è in particolare una provincia a rappresentare l’ampiezza del fenomeno migratorio ed è quella del North Kivu. Qui si combatte da decenni, un continuo e latente conflitto mai domato e che oggi ha assunto l’aspetto di una continua guerriglia in grado, solo nel 2020, di far fuggire dalle proprie case almeno 200.000 persone. E all’orizzonte non si vedono spiragli.

Perché si scappa dal North Kivu

Goma, capoluogo del North Kivu, è stata spesso al centro di battaglie tra le varie forze in campo. Da un lato l’esercito regolare e le autorità centrali di Kinshasa, dall’altro una galassia di nomi e sigle rispondenti a svariati gruppi, spesso anche stranieri. Come nel caso delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (Fdlr), fazione penetrata dal confinante Ruanda anni fa e che sta portando avanti continua azioni di guerriglia a scapito della popolazione locale. Oppure come nel più delicato caso dell’Allied Democratic Force (Adf), gruppo ribelle ugandese entrato nel North Kivu già negli anni ’90 e oggi segnalato quale costola dell’Isis in Congo. Sono proprio le azioni dell’Adf ad aver creato negli ultimi mesi le maggiori preoccupazioni. A partire dalla primavera del 2020 le incursioni contro i civili sono drammaticamente aumentate. I miliziani agiscono soprattutto nella zona attorno all’importante città di Beni, non lontana dal confine con l’Uganda. Da gennaio la situazione appare ancora più critica con diverse vittime segnalate tra i civili. 

Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha dichiarato lo stato d’emergenza ma le forze regolari al momento non sembrano in grado di migliorare le condizioni di sicurezza. Tanto è vero che ad agosto è stato chiesto aiuto a Washington e mentre i soldati Usa salutavano l’Afghanistan, forze speciali inviate dalla Casa Bianca atterravano in Congo per dare vita a una nuova missione internazionale. A spaventare maggiormente è la tecnica di guerriglia usata dall’Adf. I miliziani arrivano nei villaggi o all’interno di importanti città come Beni e compiono razzie di ogni tipo. Intere località sono state rase al suolo, centinaia i casi segnalati di abusi sui civili. La gente, come sottolineato dal missionario comboniano Gaspare Trasparano, ha paura. E ha fretta di raccogliere dentro improvvisati sacchi le proprie cose e andare via. Soltanto negli ultimi due anni, secondo i dati dell’Unhcr, sarebbero due milioni i profughi del North Kivu. Un numero destinato drammaticamente ad aumentare.

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CAUSALE: Reportage Congo
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Nessuna soluzione all’orizzonte

Sul campo la precarietà nella gestione della sicurezza permane. L’Adf fa paura ed appare molto organizzata. I miliziani hanno dimostrato di essere molto abili nel trovare rifugio tra le foreste della zona, lì dove hanno piazzato le proprie basi da cui partono le incursioni contro i civili. L’Unhcr ha reso noto di aver dato assistenza a 200.000 persone nel 2020 a cui si sono aggiunte ulteriori 14.000 persone nei primi sei mesi dell’anno in corso. Sono diversi i campi aperti. Alcuni sono a Goma, altri nelle zone più sicure del North Kivu. Ma il flusso migratorio è in crescita e coinvolge altre province congolesi, oltre che la stessa Uganda e altri Paesi della regione. Una mole di almeno due milioni di profughi in totale, in marcia verso adeguate condizioni di sicurezza da almeno due anni. Se a questo numero si aggiunge l’imprecisata, ma di certo molto alta, cifra di cittadini del North Kivu che hanno già abbandonato la loro terra all’inizio dello scorso decennio, ben si comprende l’ampiezza del fenomeno migratorio.

Dal North Kivu si scappa e, fino a quando non miglioreranno le condizioni di sicurezza, nessuno farà ritorno. Le prospettive nell’immediato appaino drammatiche. L’Unhcr fa fatica a gestire le oltre 200.000 persone all’interno dei propri campi. Servono, stando ai dati forniti dall’Agenzia delle Nazioni Unite, 205 milioni di Dollari. Soltanto il 36% di questa cifra ha però ricevuto finanziamento. Nel lungo termine, se l’Adf non dovesse essere fermato in tempi brevi il North Kivu è destinato a rimanere una polveriera. Il dramma di questa regione sembra non dover avere mai una fine.

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