In giro per Tripoli in questi giorni sono stati visti interi gruppi di persone che, con sacchi blu sulle spalle, vagavano apparentemente senza una vera meta. Il motivo era semplice: come scritto su SpecialeLibia.it, 612 migranti sono stati rilasciati dal centro di Abu Salim, uno dei più importanti della capitale. Si tratta di persone provenienti soprattutto dall’Africa sub sahariana, che potrebbero adesso aggiungersi ai tanti in queste settimane in attesa di imbarcarsi su un gommone diretto in Italia.

Il perché della chiusura del centro di Abu Salim

La zona di Abu Salim è tra le più strategiche di Tripoli, nonché tra le più evocative: qui era situato uno dei carceri più temuti durante l’era di Gheddafi, dove si è consumata nel 1996 una strage ancora in parte avvolta nel mistero All’inizio del caos che ha portato poi alla caduta del rais, uno dei primi atti dei gruppi rivoltosi è stato quello di accerchiare Abu Salim e liberare tutti i prigionieri. Un gesto simbolico, ma anche utile a rinfoltire le fila dei combattenti anti Gheddafi. Che questo quartiere sia ancora strategico, lo dimostra il fatto che qui ha sede una delle brigate più potenti di Tripoli, quella cioè che prende il nome proprio dal quartiere. A comandare questa milizia è Abdul Ghani al-Kikli, che con i suoi uomini è sempre rimasto molto vicino al governo di Fayez Al Sarraj. 

Sarebbe stato proprio lui ad ordinare la chiusura del centro. Questo perché, come riportato da fonti locali, Al Kikli ritiene la struttura troppo esposta a possibili raid dell’aviazione di Haftar, in quanto non così lontana dalla linea del fronte. Una misura precauzionale dunque, volta ad evitare possibili nuove sciagure come quella del 2 luglio scorso, accaduta a causa di un bombardamento presso il centro di Tajoura. Adesso i migranti potrebbero essere accolti in un centro dell’Oim, non capace però di ospitare tutte le 612 persone.

I precedenti

Ma quello di Abu Salim non è l’unico caso: nei mesi scorsi in Libia sono stati chiusi altri centri censiti dal governo. Nel mese di agosto, altri tre centri risultano essere stati chiusi su ordine del ministro dell’interno Fathi Pashaga. Quello più grande si trova a Misurata, con diversi migranti spostati repentinamente in altre strutture attorno la città Stato della Tripolitania. L’altro centro chiuso era invece situato a Khoms, ad est di Tripoli: si tratta di una struttura posta da una delle località più coinvolte dal traffico di esseri umani. Infine la sopra citata struttura di Tajoura, la stessa bersagliata nel bombardamento del 2 luglio scorso.

In tante occasioni, Al Sarraj ha minacciato di chiudere tutti i centri gestiti dal governo in quanto impossibilitato a sostenere le spese. Il Libia sono diversi i centri censiti ufficialmente, le condizioni all’interno delle strutture spesso vengono descritte come estremamente proibitive. Diversi anche i centri non gestiti dal governo ma direttamente dalle milizie che organizzano la tratta di esseri umani. Per l’Italia, sul fronte del contrasto dell’immigrazione irregolare, il tutto non suona come una buona notizia.