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L’ampiezza raggiunta dal fenomeno migratorio rende sempre più necessario un intervento. Per questo l’Italia dovrebbe pensare ad un’agenda che non sia soltanto economica, volta cioè a semplici investimenti nelle locali economie, ma anche sociale e politica. Ecco dove l’Italia potrebbe intervenire.

Quale agenda per l’Italia

Di recente il tema dell’intervento politico ed economico nei Paesi da cui parte il flusso migratorio è tornato tra le priorità. Nel Consiglio europeo del 25 giugno scorso è passata la linea della cosiddetta “dimensione esterna”. Intervenire cioè esternamente all’Ue per frenare in origine la partenze dei migranti. Una linea chiesta in primis dall’Italia e che prevede lo stanziamento di somme importanti. Il problema però appare molto più vasto. Pensare di risolvere una questione così delicata con un generico investimento economico potrebbe essere fuorviante. Anche perché, come dichiarato da Paolo Quercia su InsideOver, la questione non è soltanto economica.

Anzi, se da un lato l’immigrazione è spinta dall’arretratezza, dall’altro il numero di migranti è aumentato proprio nel decennio in cui il gap tra Europa ed Africa è diminuito. Serve, in poche parole, un intervento organico al di là del Mediterraneo che non si concentri su singoli temi ma che guardi nella sua interezza la situazione africana. È proprio questa la differenza tra un’operazione spinta da una specifica emergenza e un’agenda a lungo termine. L’Italia deve mirare a un piano politico, economico e sociale in grado di far sentire la sua presenza nel continente dirimpettaio. E, in tal modo, ridimensionare nel medio e lungo termine l’emergenza immigrazione.

Il G5 del Mediterraneo

Intervenire e incidere nella radice del problema non è di certo cosa semplice ma nemmeno impossibile. Proprio per questo motivo una maggiore cooperazione fra i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo e che sono fortemente coinvolti dai flussi migratori, potrebbe essere il punto di partenza. Non a caso si è iniziato a parlare di “G5 del Mediterraneo”, formato da Italia, Malta, Spagna, Grecia e Cipro.  Ognuno di questi Paesi ha problemi sull’immigrazione. Malta, come l’Italia, si trova spesso coinvolta non solo dall’arrivo dei migranti, ma anche dalle richieste delle Ong di poter sbarcare le persone recuperate a largo della Libia. La Spagna si ritrova invece investita dai flussi migratori che coinvolgono Ceuta e Melilla. Grecia e Cipro si confrontano con le rotte del mediterraneo orientale. L’Italia potrebbe essere capofila di un ristretto gruppo di Paesi in grado di rappresentare gli interessi della sponda europea del Mediterraneo. Sarebbe per Roma un primo importante passo politico.

Occorre poi guardare nella sponda opposta del mare nostrum. Un’agenda italiana potrebbe riguardare la Libia, il Sahel, il Corno d’Africa e la Nigeria. Da qui partono buona parte dei migranti diretti poi verso le nostre coste. Non a caso anche nell’ultimo consiglio europeo si è parlato, seppur non nel dettaglio, di piani di investimento economici in grado di arginare le partenze. Maggiori investimenti equivalgono a maggiori opportunità lavorative nei Paesi di partenza, più persone quindi potrebbero avere interesse a lavorare nel proprio territorio senza dover valutare il rischio di affrontare un viaggio nel Mediterraneo. La questione è anche politica: ci sono molti Paesi coinvolti da tensioni e conflitti che hanno l’effetto di generare instabilità economica e provocare quindi le partenze.

Cosa accade in Libia

I movimenti migratori africani che coinvolgono l’Italia hanno, il più delle volte, la Libia come base di partenza. Da qui infatti i trafficanti organizzano i viaggi della speranza a cui prendono parte coloro che provengono dall’Africa subsahariana. Niger, Mali,  Sudan, Ciad, Burkina Faso e Mauritania sono le nazioni da cui inizia il viaggio per raggiungere il territorio libico. Un viaggio faticoso, che costa tanto e che mette a dura prova la resistenza fisica dei protagonisti: dura circa 20 mesi e, una volta arrivati in Libia, i tempi di attesa sono dai 5 ai 15 mesi. Poi la fase più importante, ovvero la tappa finale in barca che li porterà in Italia.

Il nostro Paese in questo contesto può operare soprattutto a livello politico. Negli anni sulla Libia sono state riversate diverse somme volte a finanziare l’addestramento della locale Guardia Costiera. Ma è chiaro che senza stabilità i trafficanti qui avranno sempre vita facile. Il Paese nordafricano vive in uno stato di anarchia dal 2011, da quando cioè è crollato il regime di Muammar Gheddafi. Da allora i vari governi non hanno mai avuto, specialmente in Tripolitania, un deciso controllo del territorio. Risolvere la matassa libica per Roma è prioritario. E questo non solo per l’immigrazione, ma anche per altri interessi nazionali a partire da quelli energetici ed economici. Riprendere  in mano in modo costante il dossier è l’unica strada per l’Italia per uscire dall’impasse.

Le partenze da Sahel e Corno d’Africa

Da questa regione si continua a partire. Povertà e carestie, così come un mai domato passaparola tra i più giovani, spingono migliaia di persone ad andare via. È così che il Niger diviene per molti la porta d’uscita dall’Africa attraverso Agadez. Posta al confine con la Libia, la città rappresenta una tappa obbligata per chi deve attraversare il Mediterraneo. Questo perché il Niger fa parte della Cedeao (o Ecowas, secondo che si utilizzi l’acronimo in francese o in inglese), un’organizzazione che ha sede ad Abuja e che crea, tra i Paesi del Sahel, un’area di libero scambio. Non ci sono né dogane né controlli alla frontiera e questo si traduce in agevolazione per i movimenti migratori di massa.

Nella regione l’Italia è ben presente. Dal 2018 è partita una missione militare in Niger volta ad addestrare l’esercito locale per fermare i flussi migratori. Da qualche mese invece è iniziata la missione in Mali, nell’ambito dell’operazione Takuba promossa a livello europeo. Qui la funzione della presenza italiana è più orientata verso le attività di contrasto al terrorismo, ben radicato sul territorio. A prescindere dalla natura delle missioni militari, è chiaro che per l’Italia investire sulla stabilità della zona è prioritario. Non è un caso che nel 2018 è stata aperta un’ambasciata a Niamey e nei prossimi mesi un’altra rappresentanza sarà inaugurata a Bamako. Operare nella regione appare sempre più prioritario.

Posto nella fascia orientale del continente, il Corno d’Africa comprende Paesi come Etiopia, Eritrea, Somalia e Gibuti e rappresenta un altro punto focale dei flussi migratori. In queste zone le partenze dei migranti sono spinte soprattutto da motivi politici. Per le persone che partono dall’Eritrea ,ad esempio, la ragione principale è legata a un servizio obbligatorio di leva che potrebbe durare anche per più di 30 anni. L’Etiopia invece, dall’inizio del mese di novembre del 2020, è interessata dalla guerra che si combatte nel Tigray. Da qui è in fuga gran parte della popolazione contribuendo ad incrementare i flussi verso il Mediterraneo.

L’Italia in questa parte del continente africano potrebbe sfruttare la sua storica influenza derivante dal suo passato coloniale anche se, sia in Eritrea sia in  Somalia, il nostro Paese è progressivamente uscito di scena negli ultimi anni. Altri attori hanno iniziato ad avere maggior peso politico ed economico. C’è in particolare la forte pressione delle potenze del golfo, così come della Turchia in Somalia. Per attenuare i flussi migratori dal Corno d’Africa, l’Italia dovrebbe riattivare i suoi storici contatti sul territorio. Occorre però una costanza nell’azione politica che dalla seconda metà degli anni ’90 in poi si è persa. Tornare ad essere influenti qui vorrebbe dire poter investire anche sul fronte economico e dialogare con i governi per l’attenuazione delle partenze.

Le partenze dalla Nigeria

La Nigeria è il Paese più popoloso del continente africano e gran parte dei suoi abitanti sono giovani. Entro il 2050 il Paese potrebbe avere più di mezzo miliardo di abitanti. Ben si comprende quindi la possibile spinta migratoria che da qui potrebbe partire. La Nigeria ha risorse importanti grazie ai suoi giacimenti di petrolio, ma l’economia è caratterizzata da una forte disuguaglianze. C’è poi il fardello del terrorismo islamico in grado di alimentare maggiore instabilità. In tanti ogni anno decidono di andar via e oggi i nigeriani rappresentano la popolazione di origine subsahariana più numerosa in Italia.

L’importanza strategica della Nigeria nei flussi migratori impone una seria attenzione politica sul Paese da parte dell’Italia. Nel 2018, l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva avviato dei colloqui con il governo locale, ma la situazione non è cambiata. La Nigeria è sì un Paese instabile, ma non è in guerra. Dunque è possibile stringere degli accordi simili a quelli già in vigore con la Tunisia, soprattutto in tema di rimpatri.

Come l’Italia può intervenire in Africa

In conclusione, si può dire che l’Italia non è assente dal contesto africano. Al tempo stesso però urge istituire un’agenda organica in grado di dare al nostro Paese gli strumenti per interventi più strutturati. Roma non parte da zero: molte imprese operano già in Africa, su molti fronti sono presenti nostri militari, l’Italia in generale è presa in considerazione dagli africani. Ma occorre fare in fretta per estendere una decisa influenza nelle aree più calde. Lo deve fare il nostro Paese, così come l’intera Europa. I margini ci sono, il tempo però sta inesorabilmente stringendo.