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Non c’è soltanto Lampedusa e non c’è solo il Mediterraneo: le rotte africane dell’immigrazione coinvolgono anche il continente americano. Strano a dirsi, ma anche le autorità di frontiera messicane e statunitensi, negli ultimi anni, hanno rintracciato migliaia di cittadini provenienti dall’Africa. Si tratta di migranti che sfruttano l’altra via della rotta atlantica. Un fenomeno sempre più in ascesa.

La rotta atlantica sempre più pericolosa

Dall’Africa si va via: le modalità e la rotta da seguire variano in base a ragioni di opportunità, soprattutto di carattere logistico. Sul fronte occidentale, i barchini che si mettono in viaggio per raggiungere l’Europa sono quelli diretti verso le Canarie. La rotta atlantica potrebbe non riguardare solo l’arcipelago spagnolo, ma comprendere anche il continente americano. Un viaggio molto più lungo e pericoloso in cui si rischia anche la vita. Proprio come accaduto ad un gruppo di sfortunati migranti i cui corpi privi di vita sono stati rinvenuti all’inizio del mese di giugno, a largo dell’isola caraibica di Tobago. Alcuni pescatori hanno trovato un barchino con a bordo 14 cadaveri. Sull’imbarcazione anche un telefonino con una sim intestata ad un cittadino mauritano. Erano partiti dalla Mauritania per arrivare a Gran CanariaFuertaventura per accedere così al Vecchio Continente, ma le correnti dell’Oceano hanno avuto il sopravvento portandoli altrove.

Disorientati, senza mezzi e senza scorte, i viaggiatori, dopo giorni di navigazione, sono morti e il barchino si è spinto fino all’altra parte dell’Atlantico. Non si tratta delle uniche vittime di questi viaggi. Ci sono infatti alcune famiglie che hanno segnalato la scomparsa di parenti partiti per le Canarie dei quali hanno perso successivamente le tracce. L’episodio che ha riguardato Tobago, ha mostrato come gli effetti dell’immigrazione africana possano toccare anche il continente americano. E se partire con i barconi vuol dire andare incontro a morte certa, ecco che dal continente africano allora si sceglie di partire con gli aerei.

Un sogno chiamato America

Arrivare nelle Americhe in aereo per atterrare nei Paesi sudamericani è certamente molto più sicuro. Da questa parte del continente poi si cerca di procedere verso gli Stati Uniti. Qui solo in pochi riescono a raggiungere la destinazione e ottenere l’asilo. Il percorso che i migranti seguono prima di raggiungere la meta è segnato da non poche insidie. In mano a trafficanti, che vengono pagati a caro prezzo, devono attraversare le giungle con le loro insidie. Se non si ha particolare forza fisica e resistenza ai giorni senza cibo, la morte arriva presto. Ma si muore anche per asfissia a bordo dei camion dei trafficanti dal momento che i migranti vengono caricati in massa. Quello che accade da queste parti è paragonabile a quanto avviene nel Sahara, prima di arrivare in Libia verso il Mediterraneo. Anche in questi contesti si vive la fame, la sofferenza e le torture inflitte dai criminali.

Due continenti diversi che riservano però lo stesso trattamento ai protagonisti dei viaggi della speranza. Sono circa un centinaio i migranti morti quest’anno durante i percorsi all’interno delle foreste pluviali. Ma questo non scoraggia, anzi. Negli ultimi anni sono in aumento le persone che partono dagli Stati africani per raggiungere il continente americano. Si parte dal Camerun, dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Eritrea, dalla Mauritania, dalla Nigeria, dal Ghana e dal Burkina Faso. Nei primi mesi del 2019, secondo i dati di Ozy.com, il sito fondato dall’ex giornalista Cnn Carlos Watson, soltanto in Ecuador sono stati contati 2.107 arrivi.

Perché si arriva in Ecuador e Brasile 

Sorvolare l’Atlantico per i migranti non è affatto semplice, specialmente adesso che molte rotte aeree sono sospese per via della pandemia da coronavirus. Chi può permetterselo, acquista biglietti per arrivare in due Paesi sudamericani specifici: Brasile ed Ecuador. Ovviamente non per rimanerci. L’obiettivo è partire da qui e dirigersi verso il nord America. Ma perché dall’Africa si raggiungono gli aeroporti brasiliani ed ecuadoregni? In merito sono state avanzate negli anni molte ipotesi. La più accreditata riguarda le minori limitazioni in fatto di visto e permessi. Sia Brasilia che Quito applicano normative meno stringenti rispetto ai Paesi della regione.

Un discorso che vale soprattutto per l’Ecuador. Le leggi locali, come sottolineato sempre da Ozy.com, esonerano dal visto i cittadini di buona parte dei Paesi africani. Quito in tal modo ha assunto, soprattutto dal 2013 in poi, la stessa funzione di Agadez in Niger, città “trampolino” di lancio per le rotte dei cittadini africani verso la Libia e l’Europa. Anche perché nella capitale ecuadoregna convergono i flussi migratori provenienti dal Venezuela. Dalla capitale ecuadoregna le carovane di immigranti sia africani che sudamericani iniziano poi a premere verso il centro e nord America. Gruppi di “passeur” fanno strada tra le foreste prima di abbandonare migliaia di persone al loro destino.

I risvolti politici della rotta atlantica

I numeri non raccontano abbastanza la portata del flusso migratorio africano verso le Americhe. Apparentemente le cifre appaiono esigue, in realtà sotto il profilo politico il problema inizia ad essere molto avvertito. E questo soprattutto  nello stesso Ecuador, dove la popolazione inizia a pressare sul governo del presidente Lenin Moreno per chiedere prime importanti restrizioni. Ma la questione non è semplice: è la stessa costituzione ecuadoregna a sancire i diritti per chi bussa alle porte del Paese, da qui le leggi permissive sui visti. Modificare queste norme vorrebbe dire andare a toccare la costituzione. E infatti già nel 2018 i magistrati hanno respinto alcune novità normative volte a introdurre maggiori limiti. Le pressioni su Moreno però, come sottolineano da anni gli esperti del think tank Migration Policy Institute, arrivano anche dall’estero.

In particolare da Messico e Stati Uniti, dove si temono maggiori difficoltà nella gestione dei flussi migratori. Se al flusso di migranti dal sud America dovessero aggiungersi quelli provenienti dall’Africa, il sistema di accoglienza potrebbe collassare. Non è un caso che in questi due Paesi l’immigrazione è uno dei temi più scottanti sotto il profilo politico. Sotto l’amministrazione di Bill Clinton, gli Usa hanno iniziato a costruire il muro lungo il confine messicano proprio per attenuare l’ingresso di nuovi migranti. Donald Trump dal canto suo nel 2016 aveva promesso di completare i lavori per il muro. Il Messico, terra sia di emigrazione che di immigrazione, non vuole essere travolto da continue ondate di profughi lungo i propri confini. La rotta atlantica dunque, nei prossimi anni, è destinata a far discutere molto in ambito politico e non solo.