Scendendo da Agrigento verso il porto di Porto Empedocle, una volta usciti dalla galleria Kaos, quella che sottopassa il promontorio dove è situata la casa natale di Pirandello, sulla sinistra appaiono dei container e delle strutture prefabbricate. Un’area ben delimitata e ben recintata, presidiata dalle forze dell’ordine e con le insegne riconducibili al ministero dell’Interno. Si tratta del nuovo centro di accoglienza, inaugurato pochi mesi fa e in grado di sostituire la precedente struttura situata all’interno del porto. Chiunque percorra la statale che dal promontorio del Kaos conduce verso gli imbarchi per Lampedusa, può notare all’interno del centro la presenza di vestiti appesi ad asciugare, lenzuola stese e stendini pronti ad accogliere altri capi di biancheria. In un territorio da anni prima linea dell’emergenza immigrazione, può bastare questo per comprendere che la situazione sul fronte degli sbarchi sta tornando di nuovo critica.
Le strutture in cui i migranti vengono ospitati si vanno via via riempiendo, la macchina dell’accoglienza è di nuovo in moto. Le impressioni ricavate da un fugace sguardo al centro vicino Porto Empedocle sono confermate ai nostri microfoni da Alessandro Scipione, giornalista di AgenziaNova e tra i principali esperti delle dinamiche politiche nordafricane: “Nel mese di aprile la situazione è peggiorata – ha dichiarato – si è definitivamente aperta la finestra del bel tempo e le partenze dalla Tunisia e dalla Libia sono aumentate. Temo si stia scivolando nella stessa situazione già vista lo scorso anno”.
In un contesto cioè che ha fatto del 2023 uno degli anni più difficili, concluso con il numero di 157.652 migranti sbarcati. Cifra vicina ai record storici per il nostro Paese. Quest’anno al momento si è fermi a 16.093 persone sbarcate, nello stesso periodo del 2023 il bilancio parlava di 32.324 arrivati. Dunque, il flusso sembra quasi dimezzato ma è troppo presto per cantare vittoria: l’andamento della situazione ad aprile non lascia dormire sonni tranquilli a tutti coloro che sono preposti alla macchina dell’accoglienza.
Il flusso che arriva dalla Tunisia
Lo scorso anno più della metà degli arrivi illegali in Italia è stato frutto del drastico aumento delle partenze dalla Tunisia. Una situazione mai registrata prima, eccezion fatta per il 2011, anno della rivolta che ha portato al collasso dello Stato tunisino guidato all’epoca da Ben Alì. “I flussi da qui li conosciamo bene – ha spiegato Scipione – riguardano i movimenti relativi all’Africa sub sahariana e quindi al Sahel e non solo”. Sempre più di rado le partenze riguardano gli stessi tunisini: “Il punto – ha proseguito il giornalista di AgenziaNova – è che per tanti potenziali migranti è molto semplice arrivare nel Paese nordafricano, ci sono esenzioni da visti e da documenti vari in base ad accordi con diversi governi dell’Africa francofona”. Per cui, molto semplicemente, dalla Costa d’Avorio, dal Senegal o da altri Paesi francofoni, si prende un comune aereo e si atterra a Tunisi: “Qui poi ci sono i trafficanti ad attendere i migranti, a volte li raggiungono direttamente in aeroporto – ha proseguito Scipione – e li mandano lungo le coste di Sfax o Biserta per farli salpare alla volta dell’Italia”.
Tuttavia, prima del 2023, la rotta tunisina era solo marginalmente legata al Sahel. Sotto questo profilo, è stata sempre tradizionalmente la rotta libica a far registrare le partenze migranti di origine sub sahariana o asiatica: “Tanti fattori hanno influito su questo cambio di passo – ha ancora aggiunto l’analista ai nostri microfoni – a partire dalla situazione interna alla Tunisia, dove in molti hanno sfruttato l’occasione derivante dall’indotto dell’immigrazione per lavorare e avere un reddito”. A livello economico infatti, la Tunisia non è così lontana dal fallire: le sue casse sono sempre più al verde, l’inflazione è sempre più galoppante, i prezzi di viveri e beni di prima necessità sono sempre più alle stelle. E all’interno delle casseforti della Banca Centrale, gli aiuti internazionali stanno arrivando con il contagocce.
Circostanza quest’ultima che introduce un’altra questione: quella della posizione del presidente tunisino, Kais Saied. Oltre che per le situazioni gravose in cui versa il Paese, l’impressione è che l’impennata di partenze registrata lo scorso anno sia da attribuire anche alla volontà del capo dello Stato di fare leva sull’emergenza immigrazione per ottenere più fondi dall’Europa. Del resto, altri capi di governo nella regione hanno più volte attuato questa strategia in passato: da Erdogan, il quale ha chiesto e ottenuto dall’Ue tre miliardi di Euro nel 2016 per arginare il fenomeno della rotta balcanica, ai vari leader libici.
“Negli ultimi mesi i controlli da parte delle autorità tunisine sono aumentati – ha sottolineato Alessandro Scipione – si calcola che nelle ultime settimane le forze dell’ordine locali hanno sventato la partenza di almeno diecimila migranti, i numeri però sono da verificare e certificare”. Dunque, dall’altra parte del Mediterraneo si è deciso di mettere in sicurezza le coste e contrastare i trafficanti? “Non proprio – è la risposta del giornalista a questa domanda – è vero che le autorità tunisine stanno facendo molto di più rispetto allo scorso anno, nel 2023 di fatto Saied ha chiuso più di un occhio. Ma i flussi stanno ripartendo, credo che la vera ragione della diminuzione delle partenze sia legata principalmente alle condizioni del mare”.
I viaggi di Giorgia Meloni
Occorre quindi valutare, in poche parole, la posizione della Tunisia. Capire se Saied risulta soddisfatto degli accordi sottoscritti in estate con l’Italia e con l’Ue, dove si concedevano a Tunisi primi prestiti, oppure poco propenso ad aiutare l’Europa sul fronte migratorio. Forse è proprio per questo che il presidente del consiglio Giorgia Meloni andrà in visita nel Paese nordafricano nei prossimi giorni: “Sarà una visita lampo – ha sottolineato Scipione – il capo dell’esecutivo resterà a Tunisi poche ore, peraltro nello stesso giorno in cui è in agenda il suo arrivo a Bruxelles per il consiglio europeo”.
Sarà il quarto viaggio di Meloni a Tunisi nel giro di pochi mesi, nelle altre occasioni l’inquilina di Palazzo Chigi è andata in nord Africa con la presidente della commissione Ue, Ursula Von Der Leyen. L’incontro con Saied arriverà peraltro pochi giorni dopo la visita, ancora una volta congiunta, del capo dell’esecutivo italiano e di quello comunitario in Egitto: “Qui hanno stipulato importanti accordi, l’Ue ha promesso un diluvio di soldi su Il Cairo, il cui governo sta affrontando una situazione drammatica a livello economico”, ha commentato Alessandro Scipione. Il quale non sembra avere ottimi presentimenti sulla visita di Meloni a Tunisi: “Non credo – ha spiegato – che Saied sarà per adesso particolarmente contento, ha visto molti soldi virare verso l’Egitto e poca roba invece arrivare dalle sue parti”.
La situazione in Libia
Il contesto tunisino non deve però far dimenticare quanto accade nel Paese confinante, in quella Libia cioè che dal 2011, anno della caduta di Gheddafi, non trova né pace e né stabili governi unitari. Due al momento i primi ministri in carica, a Tripoli risiede quello riconosciuto dalla comunità internazionale e dall’Italia, ossia il misuratino Adbul Hamid Ddeibah. Il fatto che la rotta tunisina ha creato grattacapi nei mesi scorsi, non vuol dire che quella libica sia da considerare come sotto controllo: “Al contrario – è il commento di Scipione – dalla Libia si continua a partire e le organizzazioni criminali continuano a operare e a lucrare sul traffico di esseri umani”.
Quest’anno gli sbarchi in Italia sono foraggiati particolarmente dalla rotta libica e la situazione, in prospettiva futura, non sembra promettere nulla di buono: “In due città cruciali per la rotta migratoria, come Zawiya e Zuwara, sono in corso scontri per il controllo del territorio – ha aggiunto il giornalista – se c’è interesse a controllare le aree in questione è anche perché c’è interesse a mettere le mani sul business legato all’immigrazione”. Il ritornello, da più di un decennio, è sempre lo stesso: finché la Libia non tornerà a essere uno Stato, sarà impossibile risolvere il problema dei barconi. E, purtroppo, al momento sono molto pochi i segnali positivi tendenti a una riconciliazione interna.
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