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Le gallerie del bazar corrono, una parallela all’altra, si intersecano, si dividono in tante strade minori. Sembrano quasi una scheda elettronica, un sistema che, per secoli, ha retto il commercio dalla Cina a Venezia. Un fossile di uno dei primi mondi globalizzati, in cui merci e persone si muovevano lungo i deserti e le città che correvano lungo imperi, alcuni di breve durata, altri millenari. Un mondo che in pace o in guerra era comunque costretto alla mobilità delle merci e in parte anche un universo in cui le città convivevano con il mondo dei nomadi.

Certo il bazar di Teheran è relativamente nuovo, un po’ come la storia della capitale iraniana, che diventa il centro del Paese solamente nell’Ottocento. Però questo fantasma di un’epoca che fu, è pieno di suggestioni. Oggi viviamo in un mondo che si dice globalizzato, ma che in realtà è pieno di paure legate alla mobilità delle merci e delle persone. Spaventato da quello che ritiene una pericolosa novità. Invece, la storia, più che di nazioni, ci racconta di imperi multietnici e di popoli e merci in movimento. A volte pacificamente, altre armi in mano. La mobilità fa parte dell’irrequietezza dell’animo umano.

Il bazar di Teheran, piano piano lascia il posto a un quartiere che sembra rimasto fermo nel tempo. Le case sono a uno o due piani, qualcosa di raro al centro di Teheran, sono piuttosto povere e nei parchi pubblici si possono vedere molti tossici. È il quartiere di Darvazeh, un luogo che racconta molto delle contraddizioni di Teheran. Nei suoi stretti vicoli vivono molti rifugiati afghani. I figli degli afghani in Iran non possono frequentare la scuola pubblica iraniana e sono costretti a pagare scuole private o frequentare scuole di Ong. I rifugiati non hanno accesso alla sanità gratuita e sono costretti a pagare quando vanno in ospedale.

Molti dei minori finiscono per lavorare precocemente o a chiedere le elemosina in giro per la città. Altri finiscono invece nelle mani di pedofili, un problema purtroppo sempre più preoccupante. Anche la droga è una realtà molto diffusa tra i rifugiati e i loro figli.

In caso di abusi, o matrimoni precoci, a meno che non sia la famiglia a denunciare, la polizia non interviene. Questo perché la legge in Iran non prevede che le forze dell’ordine possano farlo in mancanza di denuncia, oltre al fatto che per le donne l’età legale per sposarsi rimane molto bassa. Inoltre difficilmente le famiglie denunciano, per paura dello stigma che la società gli metterebbe addosso o di essere mandati via.

I rifugiati afghani in Iran generalmente non vengono espulsi, questo perché forniscono manodopera a basso costo. Ma non è prevista nessuna norma perché possano prendere la nazionalità. Infatti, nonostante la Repubblica iraniana si definisca islamica, in realtà trasmette la nazionalità solamente ai figli degli iraniani. Per gli stranieri, islamici o non islamici, è praticamente impossibile diventare iraniano. Per altro, per gli stranieri è vietato acquistare proprietà in Iran. I rifugiati diventano quindi un perfetto bacino di manodopera sottopagata che accetterà molti sacrifici pur di non dover lasciare il Paese. Rimangono in una sorta di limbo, non saranno cacciati, ma non hanno alcuna prospettiva. Ecco perché molti di loro tentano poi l’emigrazione verso i Paesi occidentali.

Il regista Moshen Makhmalbaf raccontò in uno dei suoi film più belli, Il Ciclista, proprio le disavventure di un povero afghano, che pur di pagare le cure alla moglie, accetta la proposta di uno scommettitore di professione che gli offre la cifra necessaria, a patto che lui pedali senza mai fermarsi, il più a lungo possibile, di fronte a un pubblico che scommette in suo favore o contro.

In Iran vi sono alcune Ong, autorizzate dal governo, che con molta passione portano avanti scuole e progetti per i figli dei rifugiati. Una di queste è “La Società per Difendere i Diritti dei Minori”.

L’Ong è nata nel 1994 come organizzazione non governativa indipendente, senza fini di lucro. L’obiettivo principale della Società è quello di pubblicizzare e promuovere i principi della Convenzione Internazionale sui Diritti della Bambino. Con l’aiuto dei suoi membri volontari, la Società si sforza di introdurre, trasmettere e promuovere questi diritti in Iran. L’Ong è attiva in vari settori legati all’istruzione, all’informazione, alla formazione, all’assistenza sanitaria, ai servizi di consulenza per le famiglie e all’assistenza pratica per i bambini che hanno problemi a seguito di guerre, catastrofi naturali e difficili condizioni di vita, come bambini lavoratori, senzatetto, vittime di inondazioni, guerre o vittime di abusi.

La notte cala sui tetti del quartiere di Darvazeh, le stelle piano piano si alzano sulle case di Teheran. Il sole e la luna si susseguono nella loro eterna staffetta, sopra le persone la cui vita scorre forse inconsapevole di questo eterno ripetersi, ogni giorno apparentemente simile, eppure con mille differenze. Ogni singola vita così diversa dall’altra, eppure inserita in questo eterno ripetersi.