Il Giappone ha un serio problema con l’immigrazione. Diverso da quello che attanaglia i paesi dell’Occidente ma pur sempre un problema da risolvere. Tokyo è infatti accusato da più parti di gestire quei pochi migranti ospitati dal governo in modo del tutto irrispettoso nei confronti dei loro diritti umani. Quella del Giappone è una popolazione etnicamente omogenea, visto che il 98,5% dei quasi 127 milioni di abitanti è giapponese a fronte dello 0,5% coreano, dello 0,4% cinese e dello 0,6% sotto cui ricade la voce “altri” (quindi vietnamiti, filippini e via dicendo). Eppure, i pochi migranti presenti finiscono sempre più spesso in un vero e proprio inferno.

Le proteste dei richiedenti asilo

L’East Japan Immigration Center, cioè il centro di immigrazione del Giappone orientale, situato a Ushiku, prefettura di Ibaraki, sta attraversando giorni concitati. Secondo quanto riportato da The Diplomat, 100 dei circa 300 detenuti ospitati dal centro hanno iniziato uno sciopero della fame che va avanti dallo scorso 10 maggio. Gli scioperanti chiedono alle autorità di porre fine ai lunghi periodi di detenzione previsti dalla legge – che solitamente sono superiori a un anno – e, parallelamente, di allentare il sistema di rilascio provvisorio, una sorta di permesso temporaneo alla scadenza del quale, nella maggior parte dei casi, scatta una nuova detenzione. La situazione legale e burocratica è aggravata dal contesto in cui sono costretti a vivere i migranti: isolati, senza informazioni e trascurati dai medici. In passato, simili scioperi della fame si sono verificati sporadicamente nei vari centri di immigrazione del Giappone, provocando anche conseguenze tragiche. Lo scorso 24 giugno un uomo nigeriano è morto nel centro di Omura, mentre nel marzo 2017 un vietnamita si è suicidato. Dal 2006 a oggi, a causa delle condizioni dei centri di detenzione per immigrati del paese, sono morte complessivamente 15 persone.

Tokyo e i richiedenti asilo

Lo sciopero della fame in corso al centro di Ushiku viene monitorato da un’organizzazione non governativa locale che si batte per sostenere i diritti dei detenuti stranieri. “Gli immigrati – fanno sapere i membri dell’ong – ricevono rilasci provvisori ma dopo poche settimane sono nuovamente detenuti. Sono arrabbiati e non sono in più in grado di sostenere questa situazione”. Gli scioperanti del centro in questione sono migranti che hanno rifiutato di essere rimpatriati; molti di loro sono richiedenti asilo e provengono dal sud-est asiatico, ma non mancano africani e mediorientali. Per capire quanto è complicato restare in Giappone, nel 2018 il governo nipponico ha accettato appena 42 domande di rifugiati su un totale di 10493. Dal momento che è assai complicato ottenere l’asilo da Tokyo, molti migranti vorrebbero chiederlo ad altri paesi ma quasi nessuno è disposto ad accogliere rifugiati da una nazione ricca come il Giappone. Senza poter chiedere l’asilo politico al governo nipponico e senza possibilità alcuna di affidarsi a un soggetto terzo, l’unica strada percorribile è il rimpatrio nei loro paesi di origine.

Un modello durissimo

Tornare a casa è però pericoloso, in parte per i timori di cruente repressioni e in parte per il dover vivere in contesti complicati, aggravati da guerre e miseria. I migranti restano quindi in Giappone, alternando periodi di detenzione nei centri a settimane di rilascio provvisorio temporaneo. Stando a un rapporto effettuato dall’ong Ushiku no Kai sulle strutture di detenzione giapponesi, il 77% degli intervistati è detenuto da oltre un anno, mentre il 36% da più di due. Chi, tra le altre cose, ha garanzie economiche, tra i 1000 e i 2000 dollari, può richiedere una liberatoria provvisoria ma nell’80% dei casi presi in esame le domande sono state respinte almeno tre volte. I fortunati che hanno vinto la lotteria devono sottostare a restrizioni rigidissime durante il rilascio: non possono lavorare, aprire un conto bancario, ottenere un telefono e lasciare la propria area di residenza senza autorizzazione. In pratica è impossibile aderire alle condizioni del rilascio provvisorio, dal momento che diventa complicato persino trovare un lavoro. Chi trasgredisce viene rispedito nei centri di detenzione in un ciclo che diventa infinito. Qui i migranti sono costretti a vivere in stanze piccolissime, per lo ammassati a gruppi di quattro o cinque persone. La televisione è l’unico mezzo per passare il tempo. Nonostante le ong puntino il dito contro il metodo giapponese, il governo ha addirittura inasprito il trattamento dei richiedenti asilo. Nell’ultimo periodo, le persone sorprese a lavorare in libertà provvisoria vengono punite con un minimo di tre anni e tre mesi di detenzione.