Se le ex potenze coloniali europee un tempo facevano a gara per accaparrarsi anche il più piccolo strapuntino nell’Oceano, oggi ignorano beatamente gli obblighi che avere territori d’Oltremare impone. Questa è più o meno la storia di Mayotte, balzata agli onori delle cronache in queste ore a causa del ciclone Chido che l’ha presa a frustate. Sebbene si tratti un’isola nell’Oceano Indiano, Mayotte è il territorio più povero sia della Francia che dell’Unione Europea, situato com’è nel Canale del Mozambico dell’Oceano Indiano occidentale, in combo con l”isola più piccola di Pamandzi.
Una porziuncola di mare conteso dal 1976, quando Mayotte ha ottenuto uno status speciale come collectivité territoriale. Il suo status mutò in collectivité départementale nel 2001 e poi in dipartimento d’Oltremare nel 2011. Lo status di Mayotte viene ripetutamente contestato dalle isole Comore, che rivendicano Mayotte sin dalla dichiarazione di indipendenza dalla Francia nel 1975.
Da allora, all’interno delle Comore si è aperta una ferita che non si sarebbe mai più rimarginata. Autorizzata all’indipendenza, la libera circolazione tra le tre isole Comore e Mayotte è stata abolita nel 1994. I locali ricordano il famoso “visto Balladur”, chiamato così per via del nome dell’allora Primo Ministro, che mirava a rallentare l’arrivo dei Comoriani sull’isola francese. Edouard Balladur era in viaggio a Mayotte quando annunciò l’indizione di un referendum ” prima della fine del secolo ” e l’istituzione di un visto obbligatorio per i comoriani che desideravano recarsi sull’ “Isola dei Profumi”. Il provvedimento entrò in vigore il 18 gennaio 1995, iniziando a mietere vittime.
Così Mayotte, in un minuscolo braccio di mare, è diventata il faro di speranza per i derelitti delle Comore, abbigliata con i fasti de la Republique. Profetico fu nel 1974, Olivier Stirn, segretario di Stato per i territori francesi d’oltremare, che si schierò contro la divisione dell’arcipelago: “Le Comore saranno uno Stato fragile, non rendiamole ancora più fragili amputando parte del loro territorio!”.
Settanta chilometri di mare separano l’isola comoriana di Anjouan da Mayotte: troppo per i kwassa-kwassa, le bagnarole-canoe a motore-con cui gli immigrati clandestini tentano di arrivare “in Europa” con il favore della notte, spesso perdendo la vita. Nonostante le enormi difficoltà economiche, il dipartimento d’oltremare presenta numerosi vantaggi per la popolazione vicina. Qui il potere d’acquisto è dieci volte superiore a quello delle altre tre isole. Si cerca una vita migliore, sebbene da irregolari, ma anche la speranza di potersi curare: i locali chiamano “sanitario”, il kwassa che trasporta persone in cerca di cure da Anjouan. La situazione però è drammatica anche qui: la soglia di povertà a Mayotte tocca l’84%, una casa su tre non dispone di accesso all’acqua corrente e il tasso di disoccupazione sfiorava il 34% nel 2022.
Nelle pagine minori della stampa francese, Mayotte occupa un posto costante con i numeri della tragedia. La dinamica delle notizie è più o meno sempre la stessa: il moto ondoso, la notte, la paura dell’acqua. Le barche si rovesciano e si muore a 10, 20, 30 alla volta. Spesso si tratta di bambini. In tante altre notti, segnate dalla “fortuna”, la polizia di frontiera riesce a evitare la tragedia. Mayotte ha quasi il 50% della sua popolazione di nazionalità straniera (il 95% della quale sono comoriani). Una situazione che esaspera molti mahoraiti. Collettivi attraversano l’isola per denunciare questi arrivi di migranti che hanno un impatto sui servizi pubblici e in particolare sugli istituti sanitari ed educativi. Nel 2009, il deputato Jean-Christophe Lagarde, di ritorno da un viaggio di studio parlamentare, avanzò il numero di 60.000 persone in situazione irregolare sull’isola. In risposta alla povertà, la delinquenza esplode e suscita un sentimento di esasperazione.
L’abbaglio per Mayotte non riguarda solo le Comore. Tutta questa parte d’Africa guarda all’arcipelago come si guarda all’Europa. Con la stessa ambizione, la stessa incoscienza e lo stesso dolore. Non più di una settimana fa, un’altra tragedia in questo tratto di mare si è portata via una trentina di persone. Gli skipper, che erano anche trafficanti di esseri umani, erano con i passeggeri dal 7 novembre, quando erano partiti a bordo di due imbarcazioni da una nave madre ancorata al largo della costa meridionale del Kenya, vicino a Mombasa. Il ruolo dei capitani era quello di accompagnare i somali nell’ultima tappa del loro viaggio verso Mayotte. Per giorni in balia del mare, sotto il sole cocente di giorno, fra i deliri per il caldo e la sete, di notte al freddo. Le donne costrette a mescolare quel poco di latte materno a loro rimasto con l’urina per tenere in vita i propri neonati.
Parigi, in quel di Mayotte, si comporta come con una fastidiosa banlieu. Questa primavera, per far fronte alla crisi migratoria sull’isola, il ministro dell’interno Gérarld Darmanin aveva annunciato la volontà di una riforma costituzionale poderosa. Un annuncio che faceva seguito alla soppressione dello ius soli per l’isola: i figli degli immigrati nati sull’isola di Mayotte non diventeranno più automaticamente cittadini francesi. Di fronte alle barricate, questa estate il governo francese ha inviato 2.000 soldati e poliziotti per effettuare espulsioni di massa, distruggere le baraccopoli e sradicare le bande violente. Proprio quando il contingente di polizia è arrivato dalla Francia continentale, le vicine Comore, in un primo momento, si sono rifiutate di accogliere nuovamente i migranti espulsi. L’operazione ha sollevato preoccupazioni circa possibili abusi, aggravando le tensioni tra i residenti locali e gli immigrati provenienti dall’Unione delle Comore.
Il governo francese afferma di aver espulso in media 25.000 cittadini delle Comore all’anno dal 2018. Ma una volta compiuti i 18 anni, i giovani locali hanno poche possibilità di lavoro. Quelli con solo un permesso di soggiorno non possono viaggiare nella Francia continentale. Molti si rivolgono all’economia sommersa. Nel frattempo una guerra fratricida nell’arcipelago porta il segno del dividi et impera di Parigi. In effetti, a Mayotte sono attivi collettivi anti-migranti che stanno iniziando a prendere in mano la situazione. Alcuni locali se la prendono con gli ospedali che curano gli stranieri, interrompendo le spedizioni di medicinali e beni verso le Comore e minacciando di distruggere le baraccopoli se le autorità non intervengono per prime.
A partire da ottobre, il prefetto di Mayotte ha iniziato a organizzare voli di gruppo per scortare gli immigrati clandestini verso la Repubblica Democratica del Congo. Priorità: “ripristinare l’ordine”. Da febbraio erano già stati organizzati quattro voli di questo tipo per contribuire a svuotare i centri di detenzione di Mayotte. Il ministro Bruno Retailleau aveva, inoltre, annunciato accordi bilaterali sulla sicurezza con i Paesi della regione dei Grandi Laghi in Africa, tra cui Burundi e Ruanda, per “fermare l’afflusso” di migranti. Intanto, mentre il governo francese scivolava sulla fiducia, un ciclone prendeva a ceffoni Mayotte, lasciando l’isola al buio e senza acqua, devastata e ricoperta di una coltre di corpi in decomposizione. Macron sarà presto lì, con gli occhi rossi e il cappello in mano. Di certo, non a bordo di un kwassa.