Il rapporto tra l’Asia e i lavoratori migranti non è affatto idilliaco. Anzi: è più turbolento di quanto si possa immaginare, almeno a guardare gli ultimi dati contenuti in uno studio congiunto effettuato dall’International Labour Organization (Ilo) e dalle Organizzazione delle Nazioni Unite. Un articolo pubblicato dal South China Morning Post e intitolato “Cosa pensano veramente gli asiatici dei lavoratori migranti?” prova a fare il punto della situazione partendo da un paio di numeri. Il 30% dei singaporiani ritiene che i lavoratori migranti rappresentino “una perdita per l’economia”, mentre più di otto malesi su 10 credono che ci sia un chiaro collegamento tra migrazioni e criminalità. Diverso il caso del Giappone, da sempre chiuso a riccio di fronte al mondo esterno. Il governo nipponico ospita più o meno 2,7 milioni di stranieri (di cui 1,5 milioni lavoratori) su una popolazione complessiva di circa 127 milioni di unità. Stiamo parlando di cifre irrisorie, visto che il 98,5% degli abitanti è giapponese, a fronte dello 0,5% coreano, dello 0,4% cinese e dello 0,6% sotto cui ricade la voce “altri” (quindi vietnamiti, filippini e via dicendo).

Tendenze sociali di rigetto

Nel sud-est asiatico 11,6 milioni di persone sono lavoratori migranti. Molti Paesi della regione si affidano agli stranieri per puntellare le proprie società e far girare gli ingranaggi delle loro economie. L’invecchiamento della popolazione e la carenza di manodopera sono due piaghe che potrebbero essere contenute aprendo le porte ai migranti, pronti a offrire una boccata d’ossigeno a settori chiave come l’industria manifatturiera, i lavori domestici e assistenziali, i servizi e l’agricoltura. Tuttavia numerosi governi asiatici devono fare i conti con alcune tendenze sociali di rigetto, se non di vero e proprio rifiuto dello straniero. E così, mentre da una parte troviamo i migranti, disposti a riempire sempre di più i vuoti che si vengono a creare all’interno dei Paesi asiatici, dall’altra le popolazioni che non sembrano intenzionate ad accettare i nuovi arrivati.

I risultati della ricerca

Torniamo allo studio realizzato braccio a braccio da Ilo e Onu. Durante la ricerca sono stati intervistati 4.099 cittadini di età compresa tra i 18 e i 65 anni provenienti da quattro Paesi oggetto di “interesse migratorio”: Giappone, Singapore, Malesia e Tailandia. Nonostante il tanto sbandierato ruolo fondamentale degli stranieri all’interno del mondo del lavoro, è emerso che l’opinione pubblica non vuole avere niente a che fare con i migranti. Già, perché il 51% degli intervistati in Giappone, il 52% a Singapore, il 77% in Tailandia e addirittura l’83% in Malesia, ritiene che i flussi migratori e la criminalità siano collegati. Il sondaggio ha mostrato anche che l’opinione pubblica è più accomodante quando le domande riguardano in maniera specifica le donne migranti; ad esempio, la maggior parte degli Stati intervistati sostiene che le straniere dovrebbero avere diritti al congedo di maternità e migliori condizioni di lavoro. A proposito di condizioni lavorative, il Giappone ha da poco allentato la legge sul controllo dell’immigrazione: la normativa, adesso, prevede il rilascio dei visti a stranieri in cerca di occupazione all’interno di 14 settori lavoratori “in carenza di manodopera”. Tokyo ha poi creato una categoria speciale di visti per gli stranieri che hanno particolari competenze lavorative avanzate; gli immigrati, inoltre, potranno poi cambiare lavoro, accogliere le proprie famiglie in Giappone e diventare residenti. Eppure, al di là delle novità legali, i lavoratori stranieri, in Giappone così come nel resto dell’Asia, continuano a essere malvisti dalla popolazione locale.

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