Quanto emerso dalla Libia sul caso Bija non è confusione, bensì specchio di quella che appare come l’attuale situazione nel paese nordafricano. Da un lato c’è un soggetto, Bija per l’appunto, accusato da più parti di essere un trafficante, quest’ultimo però si presenta nelle più recenti interviste rilasciate con la divisa della Guardia Costiera libica. In ballo, c’è anche un mandato di cattura nei suoi confronti emanato dal procuratore generale di Tripoli lo scorso 23 aprile, confermato poi nei giorni scorsi dallo stesso ministro dell’interno Fathi Pashaga. Eppure Bija sarebbe nuovamente a capo della Guardia Costiera di Zawiya, sua città di origine. Qual è dunque la situazione?

Le notizie contraddittorie delle ultime ore

Venerdì sera su Propaganda Live è andata in onda un’intervista curata da Francesca Mannocchi allo stesso Bija. Lui a quell’appuntamento si è presentato con la divisa della Guardia Costiera. Non solo: alle spalle della telecamera, Bija era accompagnato da Ayoub Qassim, portavoce della Guardia Costiera libica. In poche parole, il presunto trafficante era da considerare a pieno organico all’interno del corpo militare (o pseudo tale) di Tripoli. Poi il colpo di scena: lunedì dalla Libia è arrivata la notizia che Fatih Pashaga ha firmato l’ordine di arresto per Bija. Sembrava un gesto volto a togliere ogni imbarazzo, anche perché lo stesso protagonista di questa intricata storia è raggiunto da sanzioni Onu già dal giugno 2018. Il suo caso, è bene ricordarlo, è tornato alla ribalta il 4 ottobre scorso, quando grazie ad un reportage di Nello Scavo (oggi sotto tutela dopo le minacce ricevute dalla Libia) su Avvenire si è scoperto che Bija è stato in Italia l’11 maggio 2017 in veste di rappresentante della Guardia Costiera libica.

Ma la serie di colpi di scena non si è interrotta lunedì: il giorno seguente è stato un funzionario dello stesso corpo militare, Mohamed Sakr, a smentire quanto trapelato appena poche ore prima. Raggiunto da AgenziaNova, Sakr ha dichiarato che Bija è regolarmente a lavoro a Zawiya, dove svolge il suo lavoro di principale referente per quella città della Guardia Costiera.

Le verità che si sovrappongono

Se di mezzo non ci fosse una guerra civile che va avanti da otto anni, la situazione sarebbe quasi comica. Perché nessuna delle notizie sopra raccontate è falsa. E non si tratta nemmeno di una lucida strategia volta a disorientare gli interlocutori italiani. Più semplicemente, in Libia ogni ministero, ogni corpo para statale, ogni milizia ha la sua verità e tutte possono anche sovrapporsi in uno stesso momento. Per cui Bija contemporaneamente è considerato ricercato dal ministero dell’interno, ma pienamente operativo dal ministero della difesa e dai vertici della Marina. Un ordine di cattura, una norma, un documento emesso da una qualunque sede istituzionale libica, potrebbe esercitare forza coercitiva solo per mezza giornata.

Il caso Bija dimostra perfettamente cos’è la Libia di oggi. Un insieme disorganizzato di milizie e tribù ben lontane dal rappresentare anche una primordiale forma di Stato. E così, ciò che vale per Tripoli potrebbe non valere per Zawiya od un’altra cittadina del paese, ciò che vale per un ministro dell’interno potrebbe non valere per un funzionario qualsiasi della Guardia Costiera. I problemi della Libia vanno oramai ben oltre un’atavica fase di stallo nel conflitto tra le forze del premier Fayez Al Sarraj e quelle del generale Khalifa Haftar: la frammentazione sempre più insanabile appare la sfida principale da vincere se si vuole riportare la normalità nel paese.