Il Canada, unico tra i paesi del G7, non conosce l’inverno demografico, Anzi. La popolazione cresce a ritmi incredibilmente sostenuti: lo scorso 16 giugno, alle ore 17 precise, l’ente nazionale di statistica ha comunicato ufficialmente il raggiungimento di quota 40 milioni. Difficilmente, però, il nuovo canadese avrà occhi azzurri e capelli biondi o castani, quasi certamente sarà un bimbo o una bimba dai tratti asiatici, latino americani o magari africani. Del resto, come evidenziato dal censimento del 2021, sotto la bandiera con la rossa foglia acero convivono, disseminate tra i due oceani, 450 etnie diverse e cento religioni. Il record è Toronto: più della metà degli abitanti della capitale dell’Ontario è nato all’estero.
Un trend che rispecchia pienamente le politiche d’accoglienza messe in campo dal governo ultra progressista di Justin Trudeau. Dal 2022 al 2025 il governo di Ottawa ha previsto l’arrivo di mezzo milione di migranti all’anno. L’obiettivo dichiarato dal ministro Sean Fraser è raggiungere così entro il 2043 quota 50 milioni e quota cento nel 2100. Un flusso considerato fondamentale per la salute dell’economia alla continua ricerca di mano d’opera; da qui una selezione rigorosa che, prima concedere il biglietto d’entrata, valuta le esigenze del mercato confrontandole con la preparazione scolastica e le attitudini professionali dei richiedenti.
Sullo sfondo si staglia però un modello di società multiculturale, un sommarsi di comunità basato, come sostiene Trudeau, “non più su un’identità centrale ma su valori condivisi che rendano il Canada il primo vero Stato post-nazionale”. Ovviamente tutti i media e gran parte della società politica accettano e rilanciano questa narrazione, censurando e osteggiando qualsiasi discussione, ogni dubbio, ogni domanda sull’innegabile “sostituzione etnica” in atto in quasi tutte le province anglofone grande paese.
Poi c’è il Québec. Un problema non da poco per Trudeau. Si tratta della provincia più vasta e (dopo l’Ontario) più popolosa del Canada, un’isola linguistica tutt’oggi orgogliosamente francofona in un mare anglofono. Due mondi diversi e opposti. Per capire le differenze basta visitare Ville Québec, la capitale dell’antica “Nouvelle France”, fondata nel 1535 dal navigatore Jacques Cartier e poi ampliata nel 1608 da Samuel de Champlain. Una delle città più antiche dell’America settentrionale che mai ha dimenticato le sue origini galliche. Un’identità plurisecolare che vive nel centro storico — come testimoniano i monumenti e le architetture: la cattedrale di Notre Dame, lo Chateau Frontenac, la grande statua di Charles de Gaulle — come nelle strade, negli uffici, nelle case dove tutti parlano un delizioso francese deliziosamente strascicato e musicale. Il popolo del Québec.
“La Belle province”, perduta definitivamente dalla Francia nel 1763 al termine della sfortunata “guerra dei sette anni”, ha resistito nei secoli ad ogni tentativo di assimilazione al complesso anglofono e dal 1867 è stata quasi sempre governata da partiti autonomisti che hanno cercato di preservare, in equilibrio con il governo centrale, l’identità culturale e linguistica quebecchese. Ma a partire dagli anni Sessanta del Novecento i rapporti con Ottawa, che iniziò a premere per l’introduzione del bilinguismo, iniziarono ad incrinarsi e quando il 24 luglio 1967 Charles de Gaulle, in visita ufficiale in Canada, apparve sul balcone del municipio della capitale per salutare, braccia aperte e pugni serrati, la folla entusiasta con un tonante “vive le Québec libre”, sognare l’indipendenza non fu più un tabù.
Ne seguirono nel 1980 e nel 1995 due referendum per la secessione (il secondo perso su un filo di lana: il no vinse per un risicatissimo 50,58%, 54.288 voti…) e un costante rafforzamento dei partiti identitari sino alla vittoria piena nel 2018 dei nazional conservatori della Coalition avenir Quèbec, ulteriormente confermata nel 2012 quando il CaQ ha conseguito la maggioranza assoluta (90 seggi su 125) riportando per la seconda volta il suo capo François Legault alla guida del governo regionale.
Un successo ben motivato. Carta vincente dei nazionalisti è l’immigrazione regolare o meno, considerata il cavallo di troia dei “nemici” di Ottawa. In totale controtendenza agli auspici (e alle leggi) del liberal Trudeau, negli ultimi anni Québec ha fortemente ridotto gli arrivi ponendo — all’insegna “prendere meno ma prendersene cura” — una serie di paletti molto serrati con al centro la questione linguistica. Dallo scorso maggio il governo Legault ha posto come condizione irrinunciabile per l’accesso nel Quèbec la conoscenza corretta del francese, uno scoglio non da poco per i richiedenti provenienti dall’America meridionale o dall’Asia. Saranno inoltre facilitati gli studenti stranieri diplomati o laureati nei sistemi d’istruzione francofoni. Per gli altri la porta è chiusa (nessun riconoscimento dei titoli scolastici conseguiti in altre lingue è previsto). In più madame Christine Fréchett, ministro dell’Immigrazione, della Francesizzazione e dell’Integrazione, ha potenziato il piano educativo “Francisation Québec” dedicato ai nuovi arrivati (e gli anglofoni locali). Insomma, se vuoi lavorare da noi devi parlare come noi. Ovviamente, le misure decise da Legault hanno riaperto le polemiche con Ottawa. Ma questa volta Trudeau sembra frenare. Un terzo referendum è sempre possibile e questa volta gli indipendentisti sono vincenti.
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